Atlantide
05.07.2011 - 18:10
ANALISI
 
Libia: permane incertezza sull’esito del conflitto
Roma, 5 lug 2011 18:10 - (Agenzia Nova) - Anche se la propaganda occidentale accredita un messaggio comprensibilmente diverso, permane grande incertezza sull’esito finale del conflitto libico. E’ vero che le milizie fedeli al regime del colonnello Muhammar Gheddafi hanno subito un colpo significativo a sud di Tripoli, per mano di ribelli berberi che con armi ricevute clandestinamente dalla Francia sono riusciti ad impadronirsi di una base e di un deposito di munizioni ad El Gaa, ma questo successo viene ritenuto dagli esperti di portata limitata. Ed è stato in effetti rapidamente seguito da efficaci contrattacchi lealisti che hanno ristabilito l’equilibrio. La speranza di rovesciare il rais agendo da sud-ovest poggia in realtà interamente sul presupposto tutto da verificare, politico piuttosto che militare, che un’ulteriore avanzata, opportunamente sostenuta, finisca con il provocare una rivolta anche nella capitale libica, o quanto meno un golpe che sfoci nella deposizione o nell’uccisione di Gheddafi.

Sul fronte orientale persiste invece una situazione di stallo pressoché assoluto: né a Misurata né altrove si sono infatti verificati eventi suscettibili di modificare l’equilibrio che si è stabilito tra le parti. La guerra aerea, infine, sembra puntare tutto sull’eliminazione del rais in un attacco mirato, che peraltro è concordemente ritenuto ben al di là del mandato contenuto nella risoluzione 1973, che offre la base legale per avviare le ostilità ma non contempla affatto un’azione militare internazionale diretta a promuovere un cambio di regime in Libia. L’insoddisfacente andamento del conflitto si spiega probabilmente con la sopravvalutazione iniziale delle capacità degli insorti di Bengasi, un’esagerata fiducia nelle capacità persuasive del potere aereo e la contestuale sottovalutazione dei gravi effetti che la mancanza di un’effettiva leadership statunitense avrebbe dispiegato sull’efficacia della campagna.

Rispetto ai primi due fattori, si è ipotizzato un intervento correttivo “in corso d’opera” fondato sulla fornitura agli insorti di Bengasi di materiali d’armamento, istruttori e sostegni economico-finanziari. Ma non tutti i paesi che sostengono la causa del Consiglio nazionale transitorio concordano sull’effettiva opportunità di consegnare armi a forze e movimenti politici di cui poco si sa e che comunque si ritiene aperti ad apporti jihadisti ed in parte compromessi con il regime di Tripoli. La Francia ha trasportato sulle alture del Gebel Nafusa lanciarazzi e mitragliatrici pesanti, ma la sua decisione è stata contestata dalla maggioranza degli altri alleati, che hanno invece deciso di limitarsi alla consegna di armi individuali leggere, essenzialmente fucili.

La guerra, così, prosegue stancamente. E si sta affacciando il dubbio che la prospettiva di un conflitto di lunga durata possa favorire una soluzione che contempli persino la permanenza al potere, in una qualche forma, di Gheddafi o del suo clan, come ha recentemente proposto una volta di più l’Unione Africana. E’ vero che l’assedio economico sta generando problemi alla tenuta del suo regime, così come la pressione aerea ed il timore di azioni di commando è una minaccia permanente alla vita del rais. Ma è non meno vero che alcuni paesi hanno già annunciato la futura cessazione della propria partecipazione alle operazioni – la Norvegia smetterà di far volare i suoi aerei a partire dal primo agosto – mentre il Congresso Usa ha esplicitamente precluso al presidente Barack Obama, con un voto della commissione affari internazionali del Senato, la possibilità di utilizzare contro Tripoli forze di terra statunitensi.

Per Gheddafi, a questo punto, si tratta essenzialmente di durare, evitando nel frattempo di incassare rovesci di valenza politico-strategica. Mano a mano che passa il tempo, a dispetto del mandato d’arresto della Corte penale internazionale che lo ha colpito insieme al figlio Saif ed al capo dell’intelligence, Abdullah Al Senoussi, le prospettive negoziali del rais potrebbero in effetti migliorare. Naturalmente, un’eventuale sopravvivenza di Gheddafi o del suo clan al potere in Libia, o su una parte della Libia, rappresenterebbe un colpo significativo alla credibilità dell’Alleanza Atlantica, al prestigio di Francia e Gran Bretagna, nonché agli interessi nazionali dell’Italia, almeno nella loro più recente formulazione.

Tutto ciò premesso, va sottolineato come la Nato possa sicuramente ancora vincere. In effetti, oggi come nel marzo scorso, le probabilità sono ancora di gran lunga dalla sua parte. Quanto sta accadendo prova tuttavia come i rapporti di forza iniziali fossero sensibilmente diversi rispetto a quelli ipotizzati, circostanza in larga misura imputabile alla straordinaria manipolazione delle informazioni realizzata dai sostenitori dell’insurrezione cirenaica ed altresì alla sostanziale impreparazione dimostrata dai maggiori attori della politica internazionale a decodificarne i limiti. (g.d.)
 
Afghanistan: tre tornate di negoziati tra Usa e talebani
Roma, 5 lug 2011 18:10 - (Agenzia Nova) - Al difficile momento della Nato (in Libia) stanno dando in qualche modo un contributo gli stessi Stati Uniti, con particolare riferimento al teatro afgano. Da qualche giorno si sa, infatti, che emissari di Washington si sono seduti al tavolo delle trattative con i talebani almeno tre volte. A rivelarlo, è stato l’autorevole giornalista pachistano Ahmed Rashid, in un articolo pubblicato sul “Financial Times” che farà certamente molto discutere.

A quanto si è appreso, proprio mentre il generale David Petraeus accentuava la pressione militare sul terreno, rappresentanti del dipartimento di Stato e della Cia si sarebbero incontrati una prima volta in Germania lo scorso 28 novembre con una delegazione talebana guidata da Tayyab Agha, figura eminente della Shura (consiglio) di Quetta, dialogando per circa 11 ore sotto la direzione di un diplomatico tedesco, e quindi successivamente a Doha, in Qatar, il 15 febbraio seguente ed ancora nella Repubblica federale tedesca, a Monaco di Baviera, tra il 7 e l’8 maggio.

In quest’ultima circostanza, sarebbe stato discusso anche il varo di alcune confidence and security building measures , cioè di atti concreti volti a generare un clima di fiducia reciproca. In particolare, le parti avrebbero raggiunto accordi significativi a proposito dello stabilimento di una rappresentanza all’estero del movimento Taliban, del rilascio di alcuni prigionieri e dell’attenuazione del regime sanzionatorio gravante su un certo numero di personalità vicine al deposto regime del mullah Omar. A tale intesa, di cui non pare che i tedeschi o gli americani abbiano posto a conoscenza alcun loro partner europeo o atlantico, risulta esser già stato dato seguito, come prova la recente scissione in due tronconi della black list in cui alle Nazioni Unite erano stati raggruppati i più pericolosi esponenti di Al Qaeda e dei talebani.

Il coinvolgimento della Repubblica federale nelle trattative è certamente uno smacco per la Gran Bretagna, il Canada, la Francia e l’Italia, che ne sarebbero stati tagliati fuori a dispetto del loro attivo e rilevante coinvolgimento nelle operazioni di stabilizzazione e controguerriglia in atto in Afghanistan. Si spera che, almeno off the records, gli alleati siano quanto meno tempestivamente aggiornati sui progressi che vengono o meno fatti nei colloqui. Ma non è certo che ciò accada, sia per meglio tutelare una ragionevole riservatezza sullo sviluppo del processo negoziale che per non precipitare decisioni di rimpatrio che indebolirebbero prematuramente la posizione degli emissari occidentali nei confronti dei rappresentanti dalla maggiore organizzazione della guerriglia.

E’ infatti ormai sicuro che Washington non consideri più strategica la propria presenza in forze sul teatro afgano e che molti paesi europei si stiano adeguando alla prospettiva di un più veloce ridimensionamento dei propri contingenti. L’idea che non debbano più essere quelle occidentali, ma le potenze regionali dell’Asia centrale e meridionale, a farsi carico del futuro dell’Afghanistan sta iniziando in effetti a farsi largo anche sul nostro continente, senza che peraltro nessuno si ponga il problema di come spiegare alle opinioni pubbliche perché si ponga fine alla missione rinunciando alla ricostruzione politica ed economica di quel paese che ne costituiva l’obiettivo politicamente dichiarato.

Annunci di ritiri anticipati rispetto alle scadenze concordate tra il novembre ed il marzo scorso sono giunti oltre che da Francia e Belgio, anche da Germania e Gran Bretagna, ed è prevedibile che a risentirne saranno tutti i soldati che resteranno sul terreno e saranno costretti a fronteggiare con minori risorse le forze della guerriglia. Il contingente italiano potrebbe, in particolare, subire ripercussioni sia nella provincia di Farah dove è appena caduto il caporalmaggiore Gaetano Tuccillo, adiacente alla provincia di Helmand difesa da Usa e britannici, che a Baghdis, zona che confina con la regione nord sotto controllo tedesco. Merita infine una valutazione anche la compatibilità di questo scenario con il grave attacco perpetrato nella notte tra il 28 ed il 29 giugno all’hotel Intercontinental di Kabul, che sembrerebbe contraddire la volontà dei talebani di costruire un clima di fiducia tra le parti ed invece ne conferma paradossalmente la serietà.

Con tutta probabilità, infatti, l’assalto all’Intercontinental è stato condotto da elementi vicini al network degli Haqqani, che non si riconosce nella Shura di Quetta e si muove indipendentemente dalle direttive del mullah Omar, reagendo piuttosto agli input dell’intelligence pachistana. Quest’ultima parrebbe, almeno in alcune sue parti, ostile ai progressi del negoziato tra Usa e talebani sia perché Islamabad non vi partecipa a pieno titolo, sia perché latrice di una visione degli interessi nazionali pachiistani antagonista rispetto a quella abbracciata dal capo di stato maggiore dell’esercito, generale Parvez Kayani, al quale viene in particolare contestata una presunta eccessiva morbidezza nei confronti di Washington e, molto verosimilmente, anche il più che probabile via libera dato all’effettuazione del raid di Abbottabad in cui è stato ucciso Bin Laden. Le trattative con i talebani si presentano quindi irte di ostacoli ed altamente incerte nel loro esito finale. (g.d.)