Atlantide
27.06.2011 - 20:29
Analisi
 
Afghanistan: Obama annuncia la fine del “surge” e una nuova strategia
Roma, 27 giu 2011 20:29 - (Agenzia Nova) - Come ci si attendeva, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato lo scorso 22 giugno un ripiegamento delle truppe americane dall’Afghanistan molto più ampio di quello che si prevedeva prima dell’uccisione di Osama bin Laden. Lasceranno il teatro afgano entro la fine dell’anno 10 mila militari, mentre altri 23 mila li seguiranno nei mesi successivi, in modo tale da avere nuovamente a casa per il settembre 2012 tutti e 33 mila gli uomini che avevano costituito il cosiddetto surge varato dall’amministrazione un anno e mezzo fa.

Nel comunicare al pubblico statunitense le proprie deliberazioni, il presidente Barack Obama ha avuto cura di aggiungere importanti dettagli sulla strategia che verrà seguita nei prossimi mesi, passati pressoché inosservati sulla stampa italiana. Sostanzialmente, l’Isaf rinuncerà al counterinsurgency, cioè a contrastare le forze della guerriglia proteggendo la maggior quantità di civili afgani dalle sue intimidazioni. Si cercherà, almeno quest’anno, di consolidare i successi ottenuti dal generale David Petraeus a Kandahar e nello Helmand, cioè nell’Afghanistan meridionale, e si rinuncerà invece alla spallata all’est, che era in programma per il prossimo autunno. E’ bene sottolineare, tra l’altro, come parte importante delle zone a ridosso della frontiera orientale con il Pakistan fosse già stata sguarnita di recente per concentrare maggiori forze nel sud, con l’effetto di permettervi il ritorno dei talebani e persino di alcuni elementi della rete internazionale del terrore, che d’ora in avanti avranno mano libera.

La Casa Bianca ha aggiunto che sono i successi riportati sul terreno a permettere adesso di avviare il ritiro, alludendo verosimilmente alla soppressione di bin Laden, ma la stampa d’oltreoceano non ha mancato di confutare l’affermazione sotto più di un punto di vista. L’intensità degli scontri, dopo un trimestre di relativa quiete, è recentemente aumentata e non passa giorno senza che muoiano almeno due militari occidentali. Nello scorso fine settimana, proprio nella regione occidentale sotto comando italiano, sono caduti due spagnoli.

Anche i militari hanno mugugnato. Dei loro malumori s’era già in qualche modo fatto interprete il segretario alla Difesa Usa uscente, Robert Gates. Ma dopo l’intervento televisivo di Obama sono usciti allo scoperto anche il capo di Stato maggiore della Difesa, Mike Mullen, e lo stesso Petraeus, lamentando i rischi e le conseguenze probabili di un ripiegamento troppo affrettato. Larghi settori del Congresso hanno invece criticato il presidente per il motivo opposto, ritenendo fin troppo prudente il piano di ritiri delineato dalla Casa Bianca. I commentatori specializzati della stampa statunitense, dal canto loro, hanno specialmente evidenziato i pericoli che emergeranno nella primavera del 2012, quando i 23 mila militari in partenza entro il settembre del prossimo anno inizieranno ad abbandonare le operazioni proprio mentre la guerriglia normalmente intensifica le proprie.

Nonostante le raccomandazioni di Gates, al ridimensionamento della presenza militare Usa farà seguito anche quello dei contingenti europei. I francesi hanno infatti tempestivamente fatto sapere di voler procedere a riduzioni del loro contingente proporzionali e sincrone rispetto a quelle che saranno perfezionate dagli statunitensi, mentre sono attese decisioni a breve nella stessa direzione da parte della Germania. La Gran Bretagna si muoverà in modo più pragmatico, evitando di rendere pubblico il calendario dei propri rimpatri, che sono comunque in vista. Spagna ed Italia, invece, paiono intenzionate a restare ancorate alle scadenze concordate nell’ambito dell’Alleanza atlantica, seguendo quindi i progressi delle forze di sicurezza afgane, piuttosto che le scelte di Washington.

E’ un approccio pericoloso, quello da noi prescelto insieme agli spagnoli, dal momento che le condizioni di sicurezza potrebbero peggiorare inopinatamente anche nella regione occidentale, per effetto dei ripiegamenti statunitensi, rendendo più difficile il successivo ritiro delle nostre truppe, che in uno scenario particolarmente non permissivo potrebbe dover essere realizzato attraverso l’Iran o il Turkmenistan. Ovviamente, se nel frattempo intervenisse un accordo con i talebani, la gran parte di queste considerazioni verrebbe meno, ma fino a questo momento non è possibile darlo per scontato, per quanto le ammissioni concernenti una trattativa avviata sono ormai molte ed autorevoli.

Si osserva piuttosto un’enfasi crescente sul proponimento di armare in modo adeguato il governo di Kabul, sviluppandone rapidamente esercito e forze di polizia. Per questo, qualche opinionista americano ha brillantemente riassunto il succo del cambio di strategia in un inciso: invece di ricostruire un paese, ci si accontenterà di ricostituire un’armata. Se fosse così, il parallelismo con la vicenda del ritiro sovietico del 1989 diventerebbe ancor più palese ed inquietante. Del resto, uno stimato diplomatico britannico già due anni fa aveva additato l’exit strategy di Mosca come un modello interessante da considerare.

E’ probabile che l’esito che si profila troverà in Europa molti governi contenti di poter ridurre la propria esposizione militare all’estero. Ma pochi paiono aver riflettuto sulle difficoltà che implicherà dal punto di vista interno spiegare alle opinioni pubbliche del nostro continente le ragioni dell’impegno profuso negli ultimi dieci anni. Si è detto a tutti che la presenza dei nostri militari si giustificava con l’idea di aiutare l’Afghanistan a modernizzarsi e democratizzarsi, difendendo i diritti elementari dei cittadini di quel paese dagli abusi peggiori perpetrati nei decenni scorsi. Andar via lasciando campo libero ai talebani, senza spiegare adeguatamente i veri motivi dell’intervento militare e della scelta di porvi fine, potrebbe acuire la crisi morale delle élites europee. (g.d.)
 
Libia: le prospettive della guerra e i nuovi attori sulla scena
Roma, 27 giu 2011 20:29 - (Agenzia Nova) - I combattimenti in Libia proseguono con alterne fortune. Gradualmente, sembra che le forze vicine al Consiglio nazionale transitorio di Bengasi stiano guadagnando terreno anche ad ovest, mentre si è accentuato l’isolamento diplomatico del colonnello Muhammar Gheddafi, che tra l’altro starebbe incontrando crescenti difficoltà persino a muoversi nella sua capitale, a causa dell’evidente tentativo alleato di ucciderlo con un attacco aereo mirato. L’ultima novità è la decisione della Corte penale internazionale dell’Aja di spiccare un mandato d’arresto nei confronti del rais, di suo figlio Seif al Islam e del capo dei servizi segreti, Abdullah Senussi: un’iniziativa prevedibile, che però complicherà senza dubbio lo sviluppo di una trama negoziale credibile che ponga fine al conflitto con un compromesso. Attraverso la Farnesina, l’Italia ha sostenuto formalmente questa scelta, anche perché da qualche tempo si ritiene la sconfitta del regime libico un interesse nazionale.

Di quanto sta accadendo, in ogni caso, colpiscono maggiormente altri due elementi, generalmente poco analizzati dalla stampa italiana, malgrado paiano destinati a pesare notevolmente a lungo termine. In primo luogo, malgrado si tenda a ricondurre l’intera vicenda ad una nuova fase della gara di potenza che ha impegnato per secoli le principali potenze europee nel Mediterraneo, è sempre più chiaro il ruolo di primo piano giocato in questa crisi libica da una serie di attori nuovi, di cui si trascurano le iniziative anche per effetto di pregiudizi eurocentrici duri a morire.

Il protagonismo di alcuni leader dell’Unione africana, particolarmente ma non esclusivamente del presidente sudafricano Jakob Zuma, è in effetti un dato nuovo, con il quale sembra impossibile non fare i conti. Gli africani stanno adoprandosi per far sì che ad uno degli esponenti più significativi del movimento panafricano venga risparmiata una fine umiliante per mano europea. Per quanto influisca anche una certa riconoscenza nei confronti di Gheddafi, che è stato un grande finanziatore dell’Unione africana e di numerosi governi del continente, è chiaro che molti statisti africani si stanno spendendo per il rais anche perché l’attacco europeo a Tripoli ha un impatto significativo sulle rispettive opinioni pubbliche, forse ancora molto sensibili alle memorie della lotta anticoloniale.

Non si può quindi sperare di accelerare sulla via del cambiamento di regime senza in qualche modo compromettere i rapporti con un numero significativo di paesi africani. Si tratta di un elemento problematico anche per l’Italia, considerato il peso attribuito dalla nostra diplomazia agli stati africani nella strategia elaborata per impedire una riforma del Consiglio di sicurezza dell’Onu, giudicata a noi ostile. Ma forse è ancor più rilevante il ruolo negoziale al quale si sta candidando la Cina, in verità nuova ad esercitare una funzione di questa natura nel Mediterraneo. Pechino ha infatti ammesso d’intrattenere rapporti tanto con Tripoli quanto con Bengasi e si muove con grande circospezione, ma non per questo meno efficacemente.

Comunque vada a finire il conflitto, è chiaro che questo specifico aspetto dell’azione diplomatica cinese contribuirà significativamente ad accrescere il peso politico della Repubblica popolare in questa parte di mondo, che è proprio a ridosso del nostro continente. Impercettibilmente, giorno dopo giorno, l’Europa continua a indebolirsi. (g.d.)