Mezzaluna
22.06.2011 - 14:33
Analisi
 
Yemen: tre scenari per uscire dalla crisi politica del paese
Roma, 22 giu 2011 14:33 - (Agenzia Nova) - L’uscita dalla scena politica del presidente yemenita Ali Abdullah Saleh ha suscitato grandi speranze per l’uscita del paese arabo da una profonda crisi politica, che dura ormai da sei mesi. Tuttavia da quando Saleh, lo scorso 2 giugno, ha dovuto trasferirsi in un ospedale saudita per curarsi delle ferite riportate in un attacco contro il palazzo presidenziale, il braccio di ferro tra l’opposizione e il regime di Sana’a non sembra ancora risolversi a favore di nessuno. Al momento, permane sul terreno un sostanziale equilibrio dettato dalle forze in campo. Nel frattempo, la popolazione continua a pagare il prezzo, molto elevato, di una profonda crisi economica e sociale.

Sono molti i fattori che determinano la crisi: il vertiginoso aumento dei prezzi dei prodotti di consumo essenziali; il peggioramento dei già pessimi servizi pubblici, come l’erogazione dell’acqua e dell’elettricità (nella capitale Sana’a, la corrente elettrica manca certe volte anche per oltre 12 ore al giorno); la penuria di combustibili, che vengono pagati al mercato nero a prezzi triplicati. A tutto questo bisogna aggiungere la larghissima diffusione di armi tra la popolazione e la conseguente precaria situazione della sicurezza pubblica, aggravata dal persistente vuoto di potere.

L’assenza di Saleh, personaggio centrale della vita politica da oltre 30 anni, avrebbe dovuto aprire le porte alla ricerca ad un’alternativa al permanente stato di rivolta che sta paralizzando la vita politica, sociale e economica del paese. Tuttavia, sono poche e complesse le scelte a disposizione degli yemeniti per uscire dalla crisi. Tre sembrano essere gli scenari futuri possibili, anche se nessuno di essi appare facile. Il primo, è quello di far gestire la transazione verso le elezioni al vice presidente, Abd Rabbu Mansour Hadi, che ha assunto la presidenza ad interim. Un’opzione, quella di Hadi, preferita da molti sia all’interno ma soprattutto all’estero, perché garantirebbe un passaggio pacifico e graduale del potere.

L’ostacolo maggiore però è rappresentato dall’opposizione a questa scelta da parte dei giovani della rivolta, che considerano Hadi un burattino del regime, manovrato da Ahmed, il figlio maggiore del presidente Saleh, e dall’apparato del potere. Una soluzione di continuità, alla quale l’opposizione è decisamente ostile. Il vice presidente è a sua volta soggetto a fortissime pressioni soprattutto dall’Arabia saudita e dagli Stati Uniti. Soprattutto, Washington teme che l’incendio yemenita possa favorire al Qaeda, che ha nella sua filiale nello Yemen la sua principale forza d’urto. Un "potenziale terroristico" che potrebbe minacciare la stabilità nella ricca (di petrolio) ragione della penisola arabica, e anche la sicurezza della principale rotta marittima per il commercio mondiale nell’adiacente Mar Rosso.

La seconda opzione è quella avanzata dai giovani della rivolta, che nelle piazze spingono per l’istituzione di un “Consiglio di transizione nazionale”, alla stregua dell'organismo istituito dai ribelli libici contro il regime del colonnello Muhammar Gheddafi. Con questa proposta, i giovani anti-regime vogliono creare un potere parallelo che imponga la sua legittimità sul terreno: una scelta radicale, che le cancellerie occidentali assieme ai paesi vicini del Golfo non gradiscono in quanto prospetta un rischio: quello di riproporre una situazione simile alla finora non felice esperienza libica. Tuttavia non tutti i partiti dell’opposizione caldeggiano questa soluzione, e pertanto è difficile che possa avere seguito.

Di fronte all’incertezza dei due scenari esposti, e di fronte al sostanziale equilibrio militare delle forze in campo tra i lealisti e gli elementi ostili al regime di Saleh, non rimane che tornare alla soluzione prospettata dal piano del Consiglio di cooperazione del Golfo, (Ccg). Una soluzione che disegna una “road map” con tre punti cardine. In primo luogo, la formazione di un governo di unità nazionale, guidato da un esponente dell’opposizione e con la partecipazione del partito di Saleh. Quindi, le dimissioni dello stesso Saleh entro un mese dalla formazione del governo. Infine, l'organizzazione di elezioni presidenziali entro l’anno.

Il piano inizialmente accolto positivamente da tutti, è fallito al ultimo momento per il rifiuto di Saleh di sottoscriverlo se non alla presenza contemporanea dei leader dell’opposizione alla cerimonia della firma. Una motivazione apparentemente futile, ma che, nelle intenzioni di Saleh, voleva significare l’impegno dei suoi nemici a non vendicarsi successivamente sulla sua persona. Ma oggi, visto che Saleh non è più fisicamente nel paese, forse varrebbe la pena di provare a percorrere questa strada. Sempre che anche quest'ultima opzione non venga vanificata dalle voci che giungono dalla capitale saudita, secondo cui il presidente Saleh, guarito, starebbe per tornare in tempi brevissimi a Sana'a. (a.f.a.)