Atlantide
20.06.2011 - 20:03
Analisi
 
Afganistan: gli Usa avviano contatti con i talebani e si preparano a ridurre le truppe
Roma, 20 giu 2011 20:03 - (Agenzia Nova) - Nella scorsa settimana ha forse preso consistenza un processo che potrebbe rapidamente portare ad un significativo ridimensionamento della presenza militare statunitense in Afghanistan e alla ricomposizione su basi negoziali del conflitto che insanguina dal 2001, se non addirittura dal 1978, quel tormentato paese. Innanzitutto, in una conferenza stampa svoltasi al margine del vertice dell’Organizzazione di cooperazione di Shanghai, il 18 giugno il presidente afgano, Hamid Karzai, ha rivelato che Stati Uniti e talebani hanno stabilito dei contatti diretti, seppure non possa ancora veramente considerarsi avviato un vero e proprio negoziato. Se ne parlava da tempo, ma l’intervento di Karzai ha conferito maggior credibilità a quelle che fino a pochi giorni fa erano soltanto indiscrezioni raccolte da alcuni organi di informazione.

Richiesto di valutazioni a caldo, il dipartimento di Stato di Washington si è inizialmente trincerato dietro un “no comment”. Ma l’indomani, il 19 giugno, sulla faccenda è tornato il segretario alla Difesa statunitense, Robert Gates, che in un popolare programma della Cnn ha riconosciuto come vere le notizie fornite da Karzai, aggiungendo di attendersi l’entrata nel vivo delle trattative entro il prossimo inverno. Alle parole degli ultimi giorni, si sono aggiunti anche alcuni fatti assai significativi.

Il 17 giugno, ad esempio, con voto unanime, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato due risoluzioni, proposte proprio dagli Stati Uniti, che hanno disposto la scissione in due elenchi indipendenti della lista nera delle personalità sottoposte a sanzioni in ragione del loro ruolo nell’insurrezione afgana. In questo modo, gli esponenti della rete internazionale del terrore sono stati separati da quelli legati al movimento talebano, per poter riconoscere a questi ultimi la libertà di movimento indispensabile a permetterne la partecipazione ad incontri con i messi occidentali.

Va inoltre notato come abbiano intensificato la propria attività tanto la commissione inter-governativa trilaterale per la riconciliazione, di cui sono parte rappresentanti degli Stati Uniti, del Pakistan e dello stesso Afghanistan, quanto l’Alto consiglio afgano per la pace, diretto dall’ex presidente Barnahuddin Rabbani. Alcune testate anglosassoni sostengono che nell’ambito di questi contatti preliminari gli emissari di Washington abbiano già raggiunto addirittura il mullah Omar, capo del regime defenestrato nell’autunno del 2001, proponendogli un audace scambio geopolitico, in base al quale gli Usa riconoscerebbero ai talebani della Shura di Quetta una compartecipazione al governo di Kabul e il diritto a stabilire una propria supremazia nell’Afghanistan meridionale, in cambio tuttavia della rinuncia alle proprie aspirazioni sulla parte settentrionale del paese.

Pare che il leader talebano abbia declinato l’offerta, forse perché ritiene che il tempo lavori a suo favore, o più probabilmente perché intende conoscere i risultati dei negoziati che gli stessi Stati Uniti stanno conducendo con il debole esecutivo di Kabul, per costringerlo comunque ad accettare prima dell’eventuale cambio di regime una presenza statunitense di lungo periodo in un certo numero di basi afgane.

A questo torbido contesto può altresì essere ricondotta anche l’anticipazione, fatta trapelare ad arte dallo stesso Robert Gates al Congresso Usa, secondo la quale l’attuale presidente afgano non chiederà nel 2014 il rinnovo del suo mandato. In questo modo, infatti, non solo si è trasformato Hamid Karzai in un’anatra zoppa con tre anni d’anticipo, ma la carica che occupa è divenuta ipso facto un potenziale oggetto di contrattazione con i vertici politico-militari della guerriglia.

Un aspetto delle comunicazioni di quest’ultima settimana merita in particolare di essere evidenziato, ed è quello della loro tempistica. Va notato infatti come le sortite del segretario alla Difesa Robert Gates abbiano seguito di poco l’invito a non fuggire dall’Afghanistan quando gli Stati Uniti avvieranno il proprio ritiro, rivolto dallo stesso leader del Pentagono ai suoi colleghi ministri della Difesa degli stati membri dell’Alleanza atlantica, in una recente riunione a Bruxelles. Valutate congiuntamente, tali dichiarazioni e l’appello agli alleati atlantici rivelano lo straordinario realismo di un’amministrazione che chiede ai propri partner di non mollare, e minaccia neppure tanto velatamente di ridimensionare la Nato in caso contrario, mentre in segreto negozia l’intesa che le consentirà di sottrarre una gran parte dei propri militari alle insidie di un fronte tornato caldissimo come nei peggiori giorni dello scorso anno.

Tale dato ha già indotto i francesi a considerare l’ipotesi di anticipare il ritiro del loro contingente entro il 2012, mentre in Italia non si è ancora osservata alcuna reazione. Eppure il rischio di essere colti di sorpresa dalle imminenti decisioni della Casa Bianca è molto concreto. Barack Obama pare ormai orientato a promuovere fin da luglio un’importante ondata di rimpatri tra le fila del contingente schierato sul suolo afgano, a dispetto del parere contrario del Pentagono, i cui generali vorrebbero invece che le forze a loro disposizione restassero invariate almeno fino all’autunno del 2012. (g.d.)
 
Afghanistan: il ruolo del Pakistan e lo smart power di Barack Obama
Roma, 20 giu 2011 20:03 - (Agenzia Nova) - Gli ultimi sviluppi diplomatici attorno all’Afghanistan conferiscono maggior solidità ai sospetti di chi riteneva che il raid di Abbottabad contro Osama bin Laden fosse l’esito di un accordo al massimo livello intervenuto tra l’amministrazione Usa ed i vertici militari pachistani. Proprio il futuro dell’Afghanistan potrebbe infatti essere stato la contropartita scambiata dal capo di Stato maggiore dell’esercito d’Islamabad con il permesso di eliminare il prezioso ostaggio, gelosamente custodito e protetto dai servizi di sicurezza d’Islamabad fino al primo maggio scorso.

Tuttavia, a dispetto delle apparenze, la situazione non è affatto semplice. Intanto perché l’intesa che ha impegnato il generale Pervez Kayani a collaborare con gli statunitensi nella soppressione di bin Laden ha determinato un vivo scontento tra gli alti gradi delle Forze armate pachistane, lacerandone gli stati maggiori, nonostante la sua logica fosse perfettamente aderente agli interessi nazionali d’Islamabad. La fronda sarebbe adesso talmente importante che vi è chi preconizza addirittura la sedizione di qualche generale, e di un congruo numero di colonnelli ed ufficiali superiori, per rovesciare lo stesso Kayani, che sarebbe ormai percepito come un leader troppo compromesso con Washington.

Peraltro, i militari e le spie dissidenti che simpatizzano con la causa di al Qaeda potrebbero sabotare l’asse tra Kayani e gli Stati Uniti anche in un modo meno drammatico, rafforzando ad esempio le componenti della guerriglia afgana non controllate dalla Shura di Quetta, come la rete degli Haqqani, ritenuta oltretutto anche più vicina degli uomini del mullah Omar al mondo del jihadismo terrorista ora guidato dal dottor Ayman al Zawahiri. Non è affatto escluso che proprio gli Haqqani e parte dei servizi di sicurezza di Islamabad siano responsabili dei più recenti attentati compiuti a Kabul, come l’assalto al commissariato del mercato di Mandai, che il 18 giugno ha provocato la morte di nove persone nel cuore della capitale afgana.

Ci si avvicina comunque ad un tornante davvero importante del conflitto che da quasi dieci anni insanguina l’Afghanistan. L’amministrazione guidata da Barack Obama sta per entrare nell’anno elettorale ed un alleggerimento degli impegni militari all’estero sarebbe quanto mai gradito. Nell’Asia centro-meridionale, tuttavia, c’è forse qualcosa di più in ballo. Le decisioni che la Casa Bianca sta per assumere, infatti, rappresentano un test cruciale per le teorie di coloro che credono che gli Stati Uniti abbiano modificato il proprio paradigma strategico, costringendo con i propri ritiri più o meno unilaterali i suoi amici, alleati, competitori e rivali a farsi carico della stabilizzazione internazionale.

Nel Mediterraneo è toccato a Francia e Gran Bretagna il compito di sostenere al posto degli Usa i ribelli di Bengasi, rimpiazzando il potere aeronavale e missilistico di Washington con risultati peraltro per ora assai scadenti. Nell’Asia centro-meridionale, il novero degli indiziati a svolgere il lavoro sporco finora fatto dagli Stati Uniti è senza dubbio più ampio, comprendendo, oltre ai tradizionali partner della Casa Bianca, anche le grandi potenze regionali, più o meno antagoniste, che potrebbero provvedere ad una parvenza di azione stabilizzatrice anche bilanciandosi reciprocamente. Ma il senso dell’operazione sarebbe lo stesso: gli Stati Uniti stanno forse optando per lo smart power, costringendo il resto del mondo alla scelta tra un impegno maggiore sul versante della sicurezza internazionale o l’accettazione di una dose superiore di caos sistemico. (g.d.)