Atlantide
14.06.2011 - 18:15
Analisi
 
Afghanistan: Gates e Petraeus prendono le distanze dal disimpegno voluto da Obama
Roma, 14 giu 2011 18:15 - (Agenzia Nova) - La scorsa settimana è stata contrassegnata da almeno un paio di sortite significative del segretario alla Difesa Usa uscente, Robert Gates, e dell’attuale comandante in capo delle forze alleate in Afghanistan, generale David Petraeus. Gates ha prima reso una visita di commiato ai soldati statunitensi a Kabul e poi ha preso parte alla sua ultima ministeriale Nato a Bruxelles, cogliendo l’occasione per ribadire l’inopportunità di abbandonare gli afgani al loro destino e soprattutto invitare gli europei a non fuggire dal teatro dopo l’inizio del ritiro delle forze di Washington, che sarebbe ormai alle porte. Petraeus ha seguito Gates in Belgio, trovando del tempo anche per effettuare uno scalo a Roma, dove tra le altre cose ha ricevuto un premio dall’Arma dei carabinieri, lodando il nostro paese per quanto ha fatto e sta continuando a fare a Herat.

In Europa il carismatico generale non ha detto cose davvero straordinarie relativamente al futuro dell’Afghanistan, ma ha ricordato di aver indirizzato al presidente Usa, Barack Obama, le proprie valutazioni e raccomandazioni a proposito delle imminenti deliberazioni della Casa Bianca sui primi rimpatri. Nel farlo, quasi a voler evidenziare la propria emarginazione dal processo e marcare le distanze dai suoi esiti più probabili, Petraeus non ha però mancato di sottolineare il suo prossimo allontanamento dalla catena di comando e controllo che gestisce l’Isaf, sul quale come è noto la Nato non ha avuto alcuna voce in capitolo.

Mentre Gates e Petraeus parlavano agli europei, il segretario alla Difesa designato, Leon Panetta, rendeva palese il 9 giugno al Congresso di Washington il suo sostegno agli orientamenti della Casa Bianca, pronunciandosi apertamente in favore di una sensibile diminuzione dell’apporto militare Usa alla stabilizzazione afgana. Il presidente Obama ha in effetti promesso da tempo di render note entro luglio le proprie decisioni circa l’ampiezza del primo ridimensionamento che, sembra certo, non riguarderà solo un’aliquota iniziale di truppe, ma l’intero lotto di 30 mila militari addizionali inviati diciotto mesi fa in Afghanistan, per i quali si profila il rientro a casa entro la fine del 2012.

Si parla quindi ormai di un ripiegamento massiccio, che probabilmente sarà pari a diecimila uomini entro dicembre ed altri 20-30 mila entro il termine dell’anno prossimo. In termini percentuali, il contingente statunitense si assottiglierebbe così del 10 per cento nei prossimi sei mesi e del 30-40 per cento nei successivi dodici. Di contro, Gates e Petraeus ritengono che in questa fase occorra soprattutto consolidare i precari risultati ottenuti con il recente surge, che stanno peraltro già evaporando, come proverebbero la circostanza che le perdite occidentali maturate quest’anno siano allo stesso livello, record, toccato nel 2010 ed il fatto che interi distretti dell’Afghanistan orientale siano stati rioccupati da forze ostili al governo di Kabul.

Il pericolo implicito insito in queste tendenze pare evidente: gli alleati europei ed i canadesi rischiano di esser chiamati a gestire insieme agli afgani una stagione di violenze crescenti, senza avere più gli strumenti per fronteggiarle. A quel punto, forse, si farà come in Iraq, puntando cioè sulle forze di sicurezza locali, mentre si provvede a circoscrivere progressivamente le aree d’impiego delle unità occidentali, trincerandole nelle basi più munite, nella speranza che nel frattempo il presidente Hamid Karzai, i pachistani e la diplomazia di Washington riescano a raggiungere un qualche accordo politico con le principali articolazioni della guerriglia. (g.d.)
 
Siria: il paese scivola verso la guerra civile
Roma, 14 giu 2011 18:15 - (Agenzia Nova) - Al contrario di quanto ipotizzato dal sito d’intelligence israeliano “Debka”, solitamente abbastanza affidabile, la scorsa settimana il regime baathista siriano non è riuscito a proclamare la vittoria sui rivoltosi che lo hanno coraggiosamente sfidato. Ha invece dovuto affrontare un salto di qualità dell’insurrezione, che è stata finalmente capace per la prima volta d’impugnare anche le armi contro le forze che difendono il regime del presidente Bashar al Assad. Si sono conseguentemente registrati gravi scontri tra dimostranti armati, probabilmente ingrossati da personale in libera uscita dagli apparati di sicurezza dello stato, ed i reparti rimasti fedeli all’uomo forte di Damasco.

Pare che per ripristinare un minimo d’ordine nei villaggi insorti in prossimità della frontiera turca, come Jisr al-Shughour, il governo siriano abbia deciso di utilizzare le unità più affidabili dell’esercito, al comando di un fratello di Bashar, dotate di mezzi corazzati ed usualmente schierate nella capitale a difesa del presidente, accettando i rischi connessi al momentaneo indebolimento del presidio di Damasco. Che la battaglia si stia radicalizzando lo prova anche il fatto che si osserva un deflusso importante di profughi proprio verso la Turchia, che non li respinge, li accoglie in appositi campi profughi e pare inoltre aver mollato Assad al proprio destino, probabilmente per non esser costretta a fare i conti con una zona d’influenza iraniana allargata al Mediterraneo.

La situazione è piuttosto pericolosa e non solo per i rilevanti abusi che in queste circostanze vengono abitualmente compiuti ai danni della popolazione civile e contro le opposizioni, ma perché la crisi siriana ha importanti riflessi internazionali. A Damasco si svolge una partita decisiva, infatti, sotto molti profili. Gli iraniani sembrano disposti a far tutto ciò che è in loro potere per sostenere il pericolante alleato, loro essenziale per mantenere un collegamento con gli sciiti libanesi dell’Hezbollah che hanno appena acquisito la golden share del governo di Beirut (due terzi della compagine ministeriale diretta dal premier Najib Miqati). Si sospetta al riguardo che Teheran abbia già inviato in Siria elementi dei Pasdaran, le guardie della rivoluzione islamica.

I sauditi appoggiano invece i rivoltosi, seppur con strumenti meno visibili e con tutta la prudenza loro consigliata dalla presenza all’interno dell’insurrezione di uomini affiliati alla Fratellanza musulmana. Se l’intervento iraniano si facesse eccessivamente pesante, ed il contrappeso saudita si rivelasse insufficiente a bilanciarlo, nulla vieta d’immaginare un coinvolgimento di Ankara, che potrebbe reagire a sua volta, magari con proprie truppe sul suolo siriano, scelta che imprimerebbe una nuova accelerazione alla deriva neo-ottomana della sua politica estera.

Come se questo non bastasse, per sparigliare i giochi e ricompattare il fronte interno in qualche modo, non è neanche escluso che Assad possa anche ricorrere a più significative provocazioni nei confronti degli israeliani, magari spingendo più consistenti masse di palestinesi verso il Golan, anche se le reazioni delle forze di Tel Aviv agli ultimi tentativi di forzare la frontiera, culminati nell’uccisione di alcune persone, rendono piuttosto improbabile l’arrivo di molti volontari.

E’ per questo motivo che la situazione in Siria è potenzialmente più seria di quella che ha condotto all’intervento internazionale contro il regime libico del colonnello Gheddafi. Peraltro, anche questa volta, sono francesi e britannici ad aver sollecitato una forte presa di posizione da parte delle Nazioni Unite, seppure non evocando la prospettiva del ricorso alle armi ma solo la via delle sanzioni. (g.d.)
 
Turchia: Erdogan vince ma non stravince
Roma, 14 giu 2011 18:15 - (Agenzia Nova) - Va sottolineata la nuova affermazione elettorale riportata dal premier turco, Recep Tayyip Erdogan, che alle elezioni politiche del 12 giugno ha ottenuto un ulteriore mandato con poco più del 50 per cento dei voti. Al suo terzo successo consecutivo hanno contribuito molti fattori, ma di sicuro l’apporto più rilevante alla vittoria del partito islamico è giunto dalla più che lusinghiera performance economica del paese, che cresce ormai con percentuali quasi a doppia cifra, sotto la spinta di grandi investimenti nelle infrastrutture (è stato presentato durante la campagna elettorale un progetto che prevede addirittura il raddoppio del Bosforo attraverso lo scavo di un canale di 50 chilometri parallelo allo stretto).

Grazie ai voti ottenuti, il partito Giustizia e sviluppo (Akp) del premier Erdogan potrà evidentemente continuare la propria attività riformatrice e modernizzatrice, proseguendo anche la campagna contro i vertici militari sospettati di coltivare tendenze golpiste, nel contesto della quale la scorsa settimana è stato avviato un procedimento addirittura contro l’anziano generale Kenan Evren, ormai novantacinquenne. Erdogan, però, non potrà modificare unilateralmente la Costituzione, obiettivo al quale si dice che mirasse. Eventuali cambiamenti alla Carta fondamentale del 1982 dovranno invece necessariamente essere negoziati con altre forze politiche. Si tratta certamente di una buona notizia, almeno sotto certi punti di vista, perché il governo islamico e neo-ottomano di Ankara non potrà facilmente imporre alla sua nazione l’archiviazione rapida di tutte le conquiste laiche del kemalismo. (g.d.)