Mezzaluna
08.06.2011 - 17:55
Analisi
 
Kuwait: varata legge per la salvaguardia dell’unità nazionale, si rischia la guerra confessionale
Roma, 8 giu 2011 17:55 - (Agenzia Nova) - In Kuwait il Consiglio dei ministri ha approvato ieri una nuova misura, battezzata “Legge per la salvaguardia dell’unità nazionale”, che vieta “qualsiasi invito o sollecitazione, sotto qualsiasi forma o mezzo d’espressione, all’odio o alla discriminazione nei riguardi di qualsiasi componente della società; nonché la messa in discussione dell’unità nazionale, oppure la diffusione di idee che istighino alla sedizione confessionale o tribale”. Chi contravviene a queste disposizioni, stabilisce il provvedimento, verrà punito con il carcere fino a 7 anni o con una multa fino all’equivalente di circa 250 mila dollari Usa, e subirà il sequestro di beni, fondi e mezzi, in particolare quelli d’informazione (giornali, tv, pubblicazioni o siti web) utilizzati per il compimento del reato.

L’impressionante giro di vite voluto dal governo del Kuwait sulla libertà d'espressione è dettato sicuramente dal timore del contagio dalle rivolte arabe che stanno infiammando anche i vicini paesi del Golfo, come lo Yemen e il Bahrein, e non solo quelli. Nel piccolo stato del Golfo, governato da una dinastia sunnita con una consistente minoranza sciita, ci sono sempre state tensioni tra le due principali confessioni dell’Islam. Negli ultimi tempi però, queste tensioni si sono tramutate in una disputa degenerata, in alcuni momenti, in violenze e scontri. Due schieramenti rappresentati da un miriade di organizzazioni non governative hanno portato lo scontro a una sorta di guerra di religione.

Schieramenti cui dà voce un esercito di imam di moschee, predicatori tv, giornali e persino televisioni satellitari che si scambiano, ogni giorno, pesanti accuse sotto gli occhi di governi sempre più deboli, cambiati dal parlamento alla media di un esecutivo l’anno. Dal 2006, sono stati formati ben 8 governi e eletti 4 parlamenti. Un parlamento rissoso con 50 deputati sunniti e sciiti che - come è successo alcune settimane fa - hanno trasformato la “Majlis al Umma” (“Assemblea della Nazione”, parlamento) in una sorta d ring di pugilato.

Circa l' 85 per cento dei kuwaitiani sono musulmani, in maggioranza sunniti, ma con il 30 per cento di sciiti, molti dei quali di origini persiane. Nel paese vige una monarchia costituzionale con un sistema di governo parlamentare, il più antico del Golfo. Il capo dello stato è l'Emiro, un titolo ereditario, e la famiglia reale è sunnita. Il Kuwait, oggi, è un paese spaccato in due comunità ostili tra loro ed ha ai suoi confini due grande paesi a maggioranza sciita, come l’Iraq e l’Iran. Pensare di risolvere il problema con leggi repressive e il carcere è forse troppo ottimistico. E’ evidente che all’origine, oltre alla storica avversità tra le due confessioni, ci sono sommovimenti regionali che incidono in maniera determinante sui soggetti locali.

C’è prima di tutto il vento della primavera araba che chiede riforme. Richiesta cui la monarchia della famiglia al Sabah non sembra essere in grado, come mentalità, di dare una risposta soddisfacente, soprattutto in tema di libertà e di democrazia. Ci sono gli ayatollah di Teheran che cercano di fare della loro repubblica islamica una potenza regionale e insistono su un programma nucleare che l’Occidente sospetta non sia pacifico. Quello stesso occidente che è amico del Kuwait e si espone, proprio per questa sua amicizia, all’ira dei vicini iraniani. C’è infine un altro vicino “cattivo”, l’Iraq, che solo 20 anni fa invase il Kuwait considerandolo, già dai tempi del colonialismo britannico una “provincia irachena”.

Su una superficie di 17 chilometri quadrati, il Kuwait ha una popolazione di poco più di tre milioni di abitanti, di cui meno di un milione sono autoctoni. Circa l'80 per cento della popolazione immigrata è araba. Gli arabi emigrati sono principalmente egiziani e nomadi senza cittadinanza chiamati anche “Bidun” (apolidi). Fra gli immigrati non arabi sono numerosi gli indiani, i bengalesi, i pachistani e i filippini. Un paese cosmopolita e ricco economicamente, ma con scarsa coesione nazionale. Un senso d'appartenenza che ha avuto un forte slancio patriottico dopo l’invasione delle truppe dell’ex dittatore iracheno Saddam Hussein, ma che oggi latita pericolosamente.

Proprio all’inzio della settimana scorsa, circa duemila giovani hanno manifestato per le strade di Kuwait City, capitale dell'emirato, per chiedere le dimissioni del primo ministro, nonché nipote del sovrano, Sheikh Nasser Mohammad al Ahmad al Sabah, nonostante un impressionante dispiegamento di forze dell'ordine. "Libertà, libertà, vogliamo un governo popolare", hanno più volte gridato mentre centinaia di agenti in tenuta antisommossa presidiavano Piazza Safat, al centro della capitale, e le vie all'intorno. I dimostranti hanno poi marciato verso la sede del parlamento scandendo cori di protesta contro il primo ministro. Gli attivisti si sono ripromessi di tornare a manifestare venerdì prossimo, giornata che verrà ribattezzata "Venerdì della partenza". Tra i giovani che chiedono libertà e i vecchi divisi da un'ancestrale guerra fra confessioni, c'è da chiedersi se il rimedio migliore per salvaguardare la stabilità sia una legge che limita la libertà d’espressione. (a.f.a.)
 
Yemen: l’uscita di scena di Saleh risolve la crisi con l’opposizione, ma non quella del paese
Roma, 8 giu 2011 17:55 - (Agenzia Nova) - La “Primavera araba” provoca la partenza di un terzo presidente, quello yemenita Ali Saleh, ponendo così fine con ogni probabilità al duro braccio di ferro con l’opposizione, che vuole la sua estromissione dal potere. Tuttavia l’uscita di scena di Saleh, trasferito in un ospedale saudita per essere curato alle ferite riportate nell’attacco di venerdì scorso contro il suo palazzo a Sana’a, non sembra per il momento poter risolvere la grave crisi politica del paese arabo, che dura ormai da oltre quattro mesi. A distanza di tre giorni, non è chiaro, in realtà, quali siano state le precise circostanze che hanno provocato l'uscita di scena di Saleh.

Non è chiaro, in particolare, se il presidente sia davvero rimasto ferito, venerdì scorso, a seguito della caduta di un razzo sulla moschea che si trova all’interno del complesso presidenziale, o se invece non sia stato vittima di una “congiura di palazzo” per farlo uscire di scena in quanto unico ostacolo ad una transizione pacifica dei poteri, voluta sia dalla vicina Arabia saudita che dagli Stati Uniti e sottoscritta dall’opposizione. Nell'esplosione sono rimasti feriti il capo del governo e alcuni ministri. Oggi,il quotidiano panarabo “al Sharq al Awsat” avanza il sospetto che a colpire la moschea potrebbe essere stato un missile “ad alta precisione lanciato da un aereo senza pilota”. L'accusa, in pratica, che dietro l’uscita di scena di Saleh vi sarebbe l’amministrazione Usa, interessata a spegnare un incendio che potrebbe coinvolgere una zona strategica per gli interessi di Washington.

A dare corpo alle voci di “complotto”, pensa oggi il quotidiano locale “Alolaa”, i cui giornalisti hanno visitato la moschea dove sarebbe caduto il razzo che ha ferito Saleh. In base al loro sopralluogo, emergerebbe che le “tracce sull’edificio colpito” indicano chiaramente che le schegge provenivano dall’interno dell'edificio stesso. Il quotidiano yemenita avanza quindi l’ipotesi che alcuni guardie repubblicane potrebbero aver tradito il presidente facendo esplodere un ordigno all’interno del luogo di culto, proprio mentre il vertice del regime era in preghiera. Un'altra questione su cui la stampa araba s'interroga, è su chi davvero governi il paese in questo momento.

Alcune voci raccolte dal quotidiano arabo “al Quds al Arabi” sostengono che Abd Rabbu Mansour, il vicepresidente che ha assunto i poteri di Saleh, sia in realtà chiuso “a casa sua a Sana’a”, e che il paese è guidato da una giunta militare di fedelissimi di Saleh, capeggiata da suo figlio, il generale Ahmed, comandante in capo delle guardie repubblicane. Per quanto riguarda la situazione politica nel paese, è utile ricordare che bisogna distinguere tra la protesta dei giovani, che finora è stata pacifica, e quella dei guerriglieri delle potenti tribù al Hashed guidate dallo sceicco Sadeq al Ahmar, il quale dopo aver abbandonato Saleh ha giurato di cacciarlo via dal paese “a piedi nudi”.

E’ vero infatti che lo sceicco ha accettato la tregua proposta dal sovrano saudita ed ha anche lasciato gli edifici governativi che i suoi uomini avevano preso sotto il loro controllo nel corso degli scontri degli ultimi giorni con i fedelissimi del regime. Ma è altrettanto vero che la "piazza” guarda con forte sospetto il rapido susseguirsi degli avvenimenti. Molti esponenti tra i giovani che guidano le manifestazioni di protesta hanno infatti più volte affermato di temere l'organizzazione di “una congiura di palazzo per svuotare di contenuto la nostra Rivoluzione”, come ha detto un loro rappresentante ai microfoni della tv “al Jazeera”.

Intanto, consapevoli dei rischi creati dal vuoto di potere a Sana’a, la diplomazia occidentale ha dato il via ad una fitta rete di consultazioni per portare gli antagonisti yemeniti a raggiungere un accordo che eviti la caduta del paese nel caos. Secondo il quotidiano yemenita “Alolaa”, gli ambasciatori Usa e di molti stati dell'Unione europea hanno chiesto alla leadership dell’opposizione di dare il via ad “un immediato dialogo” con il partito di governo per la transizione del potere, in base al piano dei paesi del Golfo sottoscritto sia dalla stessa opposizione che dal Congresso popolare. I diplomatici occidentali, secondo le fonti del quotidiano, avrebbero spiegato che la firma di Saleh non sarebbe più necessaria in quanto “il presidente ha lasciato il paese”.

Ieri, il vicepresidente yemenita, Abdrabuh Mansur Hadi, a sua volta ha avuto un colloquio con l’ambasciatore Usa, Gerald Feierstein, come ha riferito l’agenzia di stampa yemenita “Saba”. Secondo l’agenzia, nel colloquio sono state affrontate “una serie di questioni”, tra cui “la collaborazione per proteggere alcuni servizi di base, come petrolio, gas, elettricità, e per rafforzare il cessate il fuoco”. Non appare verosimile, allo stato delle cose, che il presidente Saleh possa tornare a riprendere in mano le redini del potere nel suo paese. Sarebbe tuttavia imprudente dare per scontato che la transizione del potere sia un obiettivo già raggiunto.

I diplomatici occidentali fanno dunque bene a tentare una mediazione per far passare il piano dei paesi del Golfo. Lo Yemen è un paese tra i più poveri al mondo, dilaniato da troppi conflitti irrisolti. Oggi, in questo martoriato territorio, è in atto una ribellione nel nord da parte delle tribù sciite foraggiate dall’Iran. La regione meridionale è apertamente secessionista. L’opposizione politica è eterogenea, debole, priva di un qualsiasi progetto comune e tanto meno di esperienza di governo. Infine, c’è la sempre più profonda infiltrazione nel tessuto sociale yemenita di una fra le più temibili filiali dell’organizzazione terroristica di al Qaeda. (a.f.a.)