Atlantide
07.06.2011 - 17:53
ANALISI
 
Afghanistan: si riaccende la guerriglia
Roma, 7 giu 2011 17:53 - (Agenzia Nova) - In Afghanistan le cose hanno ripreso ad andare male. Non solo si osserva un sensibile incremento delle perdite, dopo i dati confortanti al riguardo che si erano registrati nel primo trimestre dell’anno, ma stanno aumentando gli attriti tra il governo afgano e la Nato. Inoltre, sta diventando sempre più evidente la volontà di Washington di operare un ridimensionamento della presenza militare statunitense in teatro ben superiore a quella simbolica che si immaginava qualche mese fa.

Il primo elemento importante da considerare è l’evoluzione della situazione sul terreno. L’offensiva talebana di primavera è, al contrario di quel che si sperava, una cosa seria e potenzialmente molto insidiosa. Badr, così è stata battezzata dai suoi promotori, sta infatti interessando con varie intensità l’intero territorio del tormentato paese centro-asiatico, valendosi di numerosi attentatori suicidi e di un più esteso ricorso ad elementi inseriti nelle forze di sicurezza fedeli al governo di Kabul, infiltrati più facilmente anche grazie al minor rigore del processo di selezione delle reclute, provocato a sua volta dalla volontà di allargare rapidamente gli effettivi dell’esercito nazionale e della polizia afgana per accelerare la transition strategy.

In termini quantitativi, i dati pongono in luce tutta la gravità dell’inversione di tendenza: se i primi tre mesi dell’anno si erano conclusi con un calo del 30 per cento circa delle perdite occidentali, il margine di miglioramento di questa triste contabilità è ormai sceso al 5 per cento. Il numero dei caduti accumulati in questo 2011 dall’Isaf e dall’Operazione enduring freedom ha infatti superato in questi giorni i 230 uomini. Il 9 giugno 2010, poco meno di un anno fa, ci si era attestati a 245.

Ci sono stati incidenti importanti, il più vistoso dei quali è probabilmente quello verificatosi a Taloqan nella sede del governatorato provinciale di Takhar, nell’Afghanistan settentrionale, il 28 maggio scorso, che è costato la vita a due generali afgani e due soldati tedeschi, oltre al ferimento di Markus Kneip, il generale della Bundeswehr a capo dell’intero settore Nord dell’Isaf, e di Abdul Jabar Taqwa, leader della locale amministrazione. Ma è un vero stillicidio. Soltanto nella prima settimana di giugno sono già tredici i caduti tra le file dei contingenti occidentali, compreso il tenente colonnello Congiu dell’Arma dei Carabinieri, ucciso nel Panshir in circostanze ancora tutte da chiarire.

A questa situazione complessiva va ricondotto anche l’attacco dello scorso 30 maggio al Prt italiano di Herat, che ha evidenziato le vulnerabilità delle città e delle zone di cui è ormai imminente il trasferimento all’esclusiva competenza degli afgani. C’è fondato motivo di ritenere che proprio le aree in via di restituzione al governo di Kabul siano fra i bersagli strategici della campagna primaverile scatenata dai Talebani. Risulta infatti sotto pressione anche la provincia orientale di Laghman, alla quale la guerriglia si sta gradualmente avvicinando dalle attigue province del Nuristan e di Kunar, nelle quali per decisione americana la presenza militare occidentale si sta pericolosamente assottigliando.

Proprio per recuperare in quelle aree il controllo di un distretto conquistato dalla guerriglia, la Nato ha peraltro condotto nelle scorse settimane un’intensa ondata di raid aerei, in cui pare abbiano trovato la morte all’incirca cento persone, in larga parte miliziani fondamentalisti. Ma l’esteso ricorso al potere aereo si osserva anche altrove, persino nei settori dove le truppe sul terreno sono piuttosto numerose, e sta determinando l’ulteriore irrigidimento del presidente Hamid Karzai nei confronti degli alleati. Questi, a partire dal 29 maggio, ha più volte stigmatizzato l’esteso ricorso delle forze armate occidentali agli attacchi dal cielo, invitando nuovamente con toni ultimativi la Nato a cambiar strategia, forse anche nel tentativo di acquisire più solide credenziali nazionaliste nel momento in cui anche gli americani iniziano a sostenere più convintamente la prospettiva della riconciliazione con i vertici politico-militari della guerriglia, probabilmente d’intesa con i relativi sponsor pachistani.

E’ in effetti ormai chiaro che gli Stati Uniti intendono ridurre consistentemente, ed al più presto, la loro presenza in Afghanistan. Persino il segretario alla Difesa uscente, Robert Gates, ha accennato a Kabul a trattative che potrebbero esser intavolate prima della fine dell’anno, mentre il gabinetto di guerra dell’amministrazione Obama sta valutando non soltanto l’ampiezza del primo ritiro da annunciare a luglio, ma anche la tabella di marcia alla quale verranno fatti rientrare in patria tutti i 30 mila militari americani inviati sul teatro afgano con il cosiddetto "surge".

Il Pentagono non è convinto che sia la cosa migliore da fare, ma sia Gates che il generale David Petraeus sono stati ridotti dal presidente Obama alla condizione di anatre zoppe e non paiono in grado di influenzare significativamente le decisioni che saranno formalizzate tra un mese. Sembra invece in ascesa il partito del vicepresidente Joe Biden, nemico giurato del counterinsurgency, oltrechè del presidente Karzai, e fautore del ritorno ad una campagna antiterroristica leggera. Un eventuale forte ridimensionamento dell’impegno militare americano in Afghanistan confermerebbe il cambio di paradigma che si sospetta in atto nell’amministrazione statunitense, che avrebbe deciso di trasferire in capo ad amici, alleati, competitori e rivali il compito di stabilizzare le zone più inquiete dell’Eurasia nelle quali Washington ritenga di non avere più interessi fondamentali in gioco.

Si tratterebbe di rimettere nuovamente il paese al libero gioco delle rivalità interne e regionali, attirando su Kabul gli appetiti e le angosce di Pakistan, India, Russia, Cina ed Iran. I francesi sembrano aver intuito la svolta maturata alla Casa Bianca ed hanno già lasciato intendere di esser intenzionati a rivedere il proprio impegno sul teatro afgano. Sembra opportuno che anche l’Italia faccia lo stesso, se si vuol scongiurare il rischio di esser colti di sorpresa da inattesi sviluppi. (g.d.)
 
Mondo arabo: novità sul fronte libico e sul Golan
Roma, 7 giu 2011 17:53 - (Agenzia Nova) - Novità importanti si stanno producendo in relazione al fronte libico, sul quale britannici e francesi hanno compiuto nuovi passi in avanti sulla strada dell’escalation. Nel fine settimana, infatti, sono entrati per la prima volta in azione su Brega sia gli Apache AH64 di Londra che gli Eurocopter Tiger transalpini, elicotteri da combattimento che operano a partire da piattaforme navali, mentre la scorsa settimana è diventato di dominio pubblico il coinvolgimento di commando britannici camuffati nelle operazioni di terra degli insorti di Bengasi. E’ ovvio che il salto di qualità del coinvolgimento anglo-francese nel conflitto è destinato ad accrescere il credito che Nicolas Sarkozy e David Cameron potranno vantare al momento in cui cesseranno le ostilità, con gran pregiudizio dei concorrenti interessi nazionali italiani.

La guerra, comunque, potrebbe andare per le lunghe – come prova la decisione del Consiglio nord-atlantico di protrarre per ulteriori 90 giorni le operazioni militari - anche se giorno dopo giorno si intensificano i segni che lasciano intravedere il graduale declino del regime tripolino del colonnello Muhammar Gheddafi. Per quanto numerose fonti internazionali persistano nel sostenere che dal punto di vista militare le capacità delle forze leali al rais sono ancora pressoché intatte, è evidente che Tripoli si trova in una situazione di grande precarietà politica.

Le defezioni tra gli alti funzionari del suo governo si stanno moltiplicando ed anche il novero degli alleati di Gheddafi si sta pericolosamente assottigliando. Persino l’Algeria si è infatti associata al novero dei paesi che hanno congelato gli asset libici, mentre si dice che al G8 di Deauville il presidente russo Dmitrij Medvedev abbia scambiato la sopravvivenza politica del rais di Tripoli con quella di Bashar al Assad a Damasco.

La Federazione russa condurrà a breve un tentativo di mediazione nella lotta, dal destino più incerto che mai. Ma è evidente che Mosca non ha fatto nulla per opporsi seriamente all’aumento della forza applicata contro il regime libico e che non sarà certo dal Cremlino che Gheddafi otterrà aiuti. Anche la Cina avrebbe recentemente ricalibrato la propria politica, finora relativamente equilibrata, in favore del Consiglio transitorio di Bengasi. Vedremo presto, comunque, se davvero l’impeto e le ambizioni dei rivoltosi di Bengasi si placheranno una volta stabilito il fermo controllo del Consiglio transitorio su Brega, Ras Lanuf e Misurata.

E’ comunque lecito nutrire dei dubbi circa l’effettiva possibilità che i presunti scambi geopolitici su Libia e Siria concordati nell’ambito del G8 reggano il confronto con la realtà. Il regime di Assad continua infatti ad aver difficoltà nel reprimere l’insurrezione che ne minaccia la sopravvivenza al potere e sembra disponibile ad accettare il rischio di provocare una crisi internazionale di maggiori proporzioni pur di ricompattare in qualche modo il suo fronte interno.

Il Golan è stato per quasi 40 anni una frontiera tranquilla per Israele. Da qualche tempo, però, il governo siriano ha iniziato ad incoraggiare in vari modi gli esuli palestinesi a presentarsi alle frontiere israeliane per tentare di attraversarle pacificamente. C’è chi afferma che li stia addirittura pagando, ma è certamente una forzatura della propaganda. Non ci sono dubbi invece sul fatto che l’esercito siriano non ne restringe in alcun modo i movimenti.

Per ora, si tratta di spostamenti che interessano soltanto poche centinaia di persone, ma la situazione può sfuggire di mano ed è negli interessi di Damasco che ciò accada. Già ieri, i soldati di guardia alle frontiere di Israele non sono riusciti a resistere alla tentazione di aprire il fuoco, uccidendo un certo numero di pacifici dimostranti palestinesi e guadagnandosi la giusta riprovazione della comunità internazionale. Cosa accadrebbe se invece di qualche centinaio la prossima volta si presentassero in decine di migliaia? Assad ha a sua disposizione una "wild card" forse in grado di sottrarre il suo regime ad un violento tracollo. Sembra improbabile che si faccia sfuggire l’opportunità di usarla. (g.d.)