Mezzaluna
01.06.2011 - 18:34
ANALISI
 
Yemen: rischio al Qaeda sulla rotta del petrolio
Roma, 1 giu 2011 18:34 - (Agenzia Nova) - Il 19 dicembre scorso i media statunitensi davano la notizia secondo cui la Casa Bianca aveva iniziato a fornire all’esercito yemenita “attrezzature militari”, intelligence ed altri tipi di supporto. L’azione, spiegava il Pentagono, mirava a prevenire attacchi da parte delle organizzazioni di al Qaeda locali e il continuo infiltrarsi della rete terroristica nel tessuto sociale del paese. Lo scorso 29 maggio, combattenti armati legati ad al Qaeda hanno preso il controllo della città di Zinjibar, nel sud dello Yemen, dopo un conflitto a fuoco con le forze governative che ha causato almeno 18 morti. Da allora, miliziani armati controllano la città dopo aver occupato tutte le sedi governative.

Accusato dall’opposizione di aver “consegnato” ad al Qaeda la principale città della provincia meridionale di Abin, il presidente yemenita Ali Saleh ha ordinato all’aviazione militare di bombardare le postazioni dei miliziani fondamentalisti islamici. Tentativo non riuscito perché, ad oggi, il capoluogo è ancora sotto il controllo dell’Organizzazione di al Qaeda nella penisola araba, che ha chiamato la provincia “Emirato islamico”. Per molti, l’improvvisa presa della città è stata “opera” dello stesso presidente Saleh, allo scopo di inviare un messaggio agli Stati Uniti: se il mio regime cade, questo il monito del capo di stato yemenita, allora preparatevi ad un incendio generale, esteso a tutta la regione.

Una minaccia grave, in quanto coinvolge una regione strategica, e metterebbe l’organizzazione terroristica nelle condizioni di minacciare direttamente la rotta del petrolio che passa attraverso l’adiacente Mar Rosso. Uno stretto passaggio marittimo lungo il quale transita buona parte del combustibile che alimenta la produzione industriale dell’Occidente e dell’estremo Oriente. Se al Qaeda riuscisse davvero a mantenere il controllo della zona sul versante yemenita del Golfo di Aden, avendo di fatto già il controllo sul versante somalo, significherebbe che l’organizzazione terroristica sarebbe nelle condizioni di potere stringere la tenaglia su una delle principali rotte del commercio mondiale.

Non a caso, gli Stati Uniti considerano il gruppo yemenita di al Qaeda come la principale cellula terroristica operativa della rete creata da Osama Bin Laden, e la semplice prospettiva di vederla innescare un incendio di proporzioni catastrofiche è fonte di gravi preoccupazioni e suggerisce un intervento immediato per scongiurarla. Non a caso, proprio ieri l’amministrazione Usa ha messo in moto contatti serrati con i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) e dell’Unione Europea, al fine d'intensificare le pressioni sul presidente yemenita, Ali Saleh. L’azione congiunta, a detta delle fonti dell’amministrazione statunitense, “è tesa a far scaturire un’iniziativa concreta per lo Yemen entro i prossimi giorni”.

Gli Stati Uniti chiedono a Saleh di accogliere il piano presentato dai paesi del Consiglio del Golfo per la transizione pacifica del potere. La crisi yemenita, però, proprio negli ultimi giorni ha imboccato la strada di quella che appare come una vera e propria guerra civile. Dopo l'ennesima mancata firma da parte del presidente Saleh del piano del Consiglio per cedere il potere, la capitale Sana’a è stata ed è teatro di furiosi combattimenti tra gli uomini delle potenti tribù armate, sostenute da un parte dell’esercito, e le guardie repubblicane rimaste fedeli al presidente. E nel sud la situazione, se possibile, è ancora più grave in termini di costi umani.

Nella città meridionale di Taatz, le forze governative appoggiate da cecchini hanno aperto più volte il fuoco contro folle di manifestanti, causando la morte di almeno 70 persone, come riferiscono i media locali. Un simile scenario rappresenta un terreno ideale per i fondamentalisti, i quali sono presenti in forze proprio nella parte meridionale del paese. Dopo la morte di Osama Bin Laden, lo scorso 2 maggio, ad opera di un blitz dei marine Usa vicino ad Islamabad in Pakistan, è stata proprio la filiale yemenita della rete al Qaeda la prima ad annunciare che non sarebbe rimasta inerte davanti al sangue versato dal fondatore della rete terroristica.

La politica statunitense per il momento sembra aver imparato dal passato almeno una lezione importante: ovvero, che quella contro il terrorismo internazionale di matrice islamica non è una guerra convenzionale, e non si può sperare di combatterla e vincerla soltanto ricorrendo ad azioni militari rapide e veloci. Al contrario, la nuova dottrina del Pentagono a quanto sta emergendo vuole affrontarla attuando un'efficace strategia di logoramento, e soprattutto soltanto dopo essersi assicurati il consenso delle masse. Tuttavia, non è chiaro come si possa dare applicazione alla dottrina Usa nella realtà attuale dello Yemen.

Il messaggio del presidente yemenita all’Occidente ad ai ricchi sceiccati del Golfo è infatti fin troppo simile a quello che sin dall'inizio ha lanciato il colonnello libico Muhammar Gheddafi, anche lui alle prese con una rivolta armata, con “l’aggravante” che gli insorti di Bengasi, rispetto a quelli yemeniti, sono aiutati dalla Nato. E' un messaggio semplice: scegliete tra me e al Qaeda. In sostanza, si tratta di un vero e proprio ricatto, anche se la realtà yemenita sul terreno è forse ancora più complessa che in Libia. E’ difficile individuare quale sia la linea più opportuna da seguire in un paese, come lo Yemen, tuttora governato da un personaggio dispotico e imprevedibile, e per di più in preda ad un caos totale.

Oggi, nel martoriato paese, è in atto una ribellione nel nord da parte delle tribù sciite foraggiate dall’Iran. La regione meridionale è apertamente secessionista. L'opposizione politica è eterogenea, debole, priva di un qualsiasi progetto comune e tanto meno di esperienza di governo. Infine, c'è la sempre più profonda infiltrazione nel tessuto sociale yemenita di una fra le più temibili filiali dell’organizzazione di al Qaeda. In definitiva, esattamente l’opposto del risultato che si proponeva il Pentagono solo cinque mesi fa, fornendo armi e informazioni all'esercito di Saleh. (a.f.a.)
 
Tunisia: aumenta l’incertezza mentre gli islamici chiedono elezioni immediate
Roma, 1 giu 2011 18:34 - (Agenzia Nova) - Sono passati quattro mesi e mezzo da quando l’ex presidente della Tunisia, Zine El Abidine Ben Ali, ha lasciato il potere. Nel paese che ha dato il via alla “primavera araba”, i disordini e le proteste in pratica non sono mai cessate ed il futuro politico del paese magrebino resta incerto. Finora, il voto per eleggere un nuovo parlamento è stato il principale tema di dibattito politico. Dal voto dovrebbe uscire l’assemblea costituente, incaricata di redigere la nuova architettura istituzionale per traghettare la Tunisia fuori dal cono d’ombra trentennale dell’ex regime. Fissata inizialmente per il prossimo luglio e rinviata successivamente al 16 ottobre, la data delle elezioni è stata il motivo principale che ha spinto il partito islamico di al Nahda (“il risveglio” islamico, ndr) a ritirare, anche se solo “provvisoriamente” i suoi rappresentanti in seno all’alta Commissione incaricata di organizzare le prime elezioni democratiche del paese.

Il ritiro ha fatto entrare il governo provvisorio di Tunisi in una pericolosa impasse. Fino a quando un governo permanente non sarà formato, i tunisini ed i paesi arabi, ma anche la comunità internazionale, seguiranno da vicino l’operato del presidente Fouad Mebazaa, che è di fatto il titolare delle principali prerogative del potere in Tunisia. Al summit di Deauville, gli otto grandi del mondo hanno deciso lo stanziamento di 40 miliardi di dollari per sostenere il processo di transizione in Tunisia e Egitto; europei ed americani sono convinti che se la "primavera" del mondo arabo ha funzionato da tonico, è essenziale che non fallisca: per lo meno là dove è cominciata.

La Tunisia è un banco di prova fondamentale per il futuro delle rivolte arabe, e la data del voto rappresenta un passaggio cardine dell’intero processo. Quale sarà la versione tunisina della democrazia? E quale sarà il ruolo dell’Islam? Sono domande a cui risponderà il prossimo futuro. E più si avvicina la data del voto, meno le nuove forze politiche nate dopo il 15 gennaio si sentono tranquille, ad eccezione ovviamente di al Nahda, che si sente sicura in quanto meglio organizzata e più diffusa sul territorio. Ragion per cui spinge fortemente per tenere le elezioni prima possibile.

“Io penso che nelle prime settimane la gente fosse ottimista e felice”, a detto pochi giorni fa ai microfoni della “Cnn” Hatem Mahbouli, un tunisino che studia negli Stati Uniti, “ma adesso tutti sembrano esausti”. Esausti perché i tunisini non sanno più esattamente che cosa riservi loro il futuro. La società tunisina per anni è stata laica ma non aveva partiti politici in grado di traghettare il paese verso la democrazia. L’unica forza che abbia una base solida e sia riuscita ad organizzarsi rapidamente è al Nahda, appunto, che è quotata da molti osservatori intorno al 30-35 per cento delle preferenze, anche se alcuni ritengono che possa andare ben oltre.

Al Nahda contesta alla Commissione che deve organizzare le elezioni di avere deciso “arbitrariamente” il rinvio del voto, anche se non sembra voler andare fino in fondo nel suo boicottaggio dei lavori. Fatto sta che l’insieme delle altre forze politiche sarebbero felici di avere maggiore tempo per organizzarsi; persino il Partito comunista tunisino, “costola dei sindacati” che ha un buon seguito tra la popolazione, ha approvato la decisione del rinvio della data delle consultazioni. Il primo ministro ad interim, Beji Caid Essebsi, si è mostrato titubante ed ha oscillato fino all’ultimo tra il rinvio e la conferma della scadenza elettorale, decisa in un primo momento a luglio. Ora i giochi sembrano fatti, ma il compito di andare avanti sembra tutt’altro che semplice, e i rischi non sono pochi.

I motivi sono almeno due: la continua pressione della piazza islamista, che non ha mai smesso di far sentire la propria voce da quando Ben Alì è stato costretto a lasciare il paese e riparare in Arabia saudita. Il secondo motivo è prettamente di carattere economico. Per la Tunisia, che non ha risorse petrolifere, la collaborazione economica con i paesi europei (Italia e Francia in testa) e il settore turistico, che tengono in piedi gran parte dell’economia nazionale, sono essenziali. Una nuova ondata di manifestazioni e di instabilità rischia di mandare in tilt sia gli aiuti decisi dal G8 che gli investimenti stranieri, per non parlare del turismo, con pesanti ricadute sull’occupazione, soprattutto giovanile. Il rischio è insomma quello di un immediato ritorno alle condizioni che innescarono la scintilla della rivolta. A tutto beneficio, alla fine, dei movimenti islamisti. (a.f.a.)