Mezzaluna
25.05.2011 - 15:23
Analisi
 
Medio Oriente: perché il Consiglio di cooperazione del Golfo cerca di allargarsi?
Roma, 25 mag 2011 15:23 - (Agenzia Nova) - Il recente annuncio del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) di accogliere la richiesta d'adesione della Giordania e il contestuale invito fatto al Marocco di aderire all’organismo regionale hanno costituito una sorpresa. L’iniziativa è stata al centro dei commenti dei media arabi, i quali hanno posto una serie di interrogativi sulle ragioni di fondo che hanno spinto i ricchi sceiccati del Golfo a manifestare la volontà di apparentarsi con economie di paesi di gran lunga più poveri. L’impressione è che la decisione abbia a che fare con le rivolte arabe che stanno sconvolgendo il panorama politico della regione. In particolare sembra che qualcosa si stia muovendo a livello panarabo per fare fronte al dopo-Libia.

Siamo all’inizio di una nuova fase che vede nella caduta dei regimi autoritari nordafricani l’apertura di uno scenario regionale simile a quello che si manifestò dopo l'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq nel 1991. Dopo la liberazione ad opera di una coalizione militare internazionale del piccolo emirato invaso dalle truppe di Saddam Hussein, ci fu la "dichiarazione di Damasco”. Un documento unitario sottoscritto dai paesi arabi, i cui rappresentanti successivamente partirono, nell’ottobre dello stesso anno, verso la Spagna per partecipare la Conferenza di Madrid in cerca di un soluzione della questione palestinese: la madre di tutti i problemi del Medio Oriente.

Il vento iberico non portò tuttavia fortuna alla causa della pace tra israeliani e palestinesi. Dopo di allora trascorse un decennio di delusioni prima della speranza suscitata dall’annuncio uscito da Beirut 2002, il summit dei capi di stato arabi che sottoscrissero il piano di pace con Israele voluto dal sovrano saudita Abdullah bin Abdul Aziz. Un evento storico che ha visto per la prima volta tutti i leader arabi abbandonare definitivamente l’idea di “rigettare in mare” Israele. Qualcosa di simile potrebbe avvenire oggi a causa delle proteste in corso nel mondo arabo; il passo del Consiglio potrebbe cioè essere foriero di altre iniziative a sostegno della stabilità nella regione.

Negli ultimi decenni, il gruppo dei paesi del Golfo è stato il motore della Lega degli Stati Arabi. Non a caso, durante la crisi libica, proprio su proposta del Consiglio l’organismo panarabo chiese al Consiglio di sicurezza una risoluzione per la salvaguardia della popolazione civile libica dal bagno di sangue perpetrato dalle brigate di Muhammar Gheddafi. Sempre dal Ccg sono partite puntualmente le iniziative più importanti per trovare una soluzione pacifica alla grave crisi politica nello Yemen. Del resto, le dinastie sunnite del Golfo non possono permettersi di vedersi sottrarre la causa palestinese da una potenza regionale rivale come la Repubblica islamica degli ayatollah sciiti di Teheran.

Rimane da capire perché il Consiglio del Golfo voglia allargarsi anche alla Giordania e al Marocco. Questi due paesi, senza dubbio, “fanno rima” con Palestina e Gerusalemme. L’ingresso di Amman nel Consiglio, in particolare, pone geograficamente l’organismo regionale proprio sulla frontiera con Israele. Una prospettiva, questa, che permetterebbe ai paesi del Golfo, ricchi economicamente e attivi politicamente, di diventare di colpo interlocutori principali e diretti nelle trattative di pace fra israeliani e palestinesi in seno alla comunità internazionale. L’adesione del Marocco significa invece avere voce anche su Gerusalemme.

Questo, non solo perché Rabat presiede la “Commissione panaraba per Gerusalemme”, ma anche e soprattutto perché il paese nordafricano gestisce gran parte degli immobili della Sovrintendenza nella parte vecchia della città Santa. Un ruolo, questo, che è valso al monarca magrebino Hassan VI l’elogio di arabi e musulmani di tutto il mondo per aver saputo tenere viva l’identità islamica ed araba di Gerusalemme est, uno dei principali nodi della discordia tra musulmani e ebrei.

Detto questo, a quale tipo di soluzione del conflitto in Medio Oriente sta guardando il Consiglio? Dal discorso pronunciato lo scorso 19 maggio dal presidente Barack Obama sul Medio Oriente, emerge che l’amministrazione Usa lavora per un sostegno economico e politico ai sistemi di governo che nasceranno in Tunisia ed Egitto, e inoltre punta a uno stato palestinese sovrano, salvo piccoli aggiustamenti territoriali, entro i confini del ’67. Ovvero, Washington va verso l'adozione quasi totale del piano di pace arabo stabilito a Beirut nel 2002.

Al di là delle pressioni del governo del premier israeliano Benjamin Netanyahu, il dopo-Libia quindi potrebbe tracciare la strada verso la creazione di uno stato indipendente palestinese. Anche alla luce delle difficoltà della Siria, alle prese con una violenta ondata di proteste che minaccia il regime di Damasco, che ha spesso ostacolato in passato i programmi di pace nella regione. L’allargamento del Consiglio potrebbe pertanto essere una "operazione preventiva”, non solo per salvaguardare le dinastie del Golfo dalle rivolte ispirate dalla primavera araba, ma soprattutto per provare a dare un impulso nuova ad un annoso problema che gli avvenimenti degli ultimi tempi sembrano avvicinare ad una soluzione.

E’ innegabile che a nome della questione palestinese, causa araba per eccellenza, molti regimi arabi corrotti e repressivi abbiano speculato a man bassa per giustificare la loro permanenza al potere, impedendo così ai loro popoli di raggiungere il sogno di unirsi al progresso registrato in molte altre società nel mondo. La recente pace siglata tra i palestinesi al Cairo dopo 4 anni di conflitto potrebbe rappresentare un passo in più in direzione della pace. (a.f.a.)