Atlantide
23.05.2011 - 17:28
ANALISI
 
Come sta cambiando la strategia globale degli Stati Uniti
Roma, 23 mag 2011 17:28 - (Agenzia Nova) - I contenuti del discorso rivolto il 19 maggio dal presidente Usa, Barack Obama, al mondo musulmano conferiscono maggior solidità all’ipotesi che gli Stati Uniti stiano imprimendo un fondamentale cambio di paradigma alla loro strategia globale. L’America si schiera con decisione in favore del cambiamento e ribadisce di non considerarsi più vincolata al sostegno dei vecchi alleati mediorientali. Che questa fosse la tendenza lo si era già capito dal momento in cui la Casa Bianca aveva mollato al suo destino il regime di Hosni Mubarak, contro il diverso avviso di israeliani e sauditi. Ma adesso il new deal ha il crisma dell’ufficialità.

I toni del nuovo approccio sono certamente più consoni all’immagine di un leader investito del Premio Nobel per la pace ed asceso nel firmamento della politica americana grazie a strumenti come facebook. Non per questo, tuttavia, si deve ritenere che la politica americana abbia ceduto all’idealismo. Al contrario, anche nella nuova veste, seppure ammantato da una patina di internazionalismo liberale, l’impianto della strategia rimane in effetti al cento per cento realista ed orientato all’obiettivo di assicurare un lungo futuro all’era americana.
In concreto, con il suo più recente intervento della scorsa settimana, la Casa Bianca ha confermato il proprio incondizionato appoggio alla “primavera araba”: promettendo importanti aiuti finanziari al nuovo Egitto, invitando la leadership siriana ad intraprendere serie riforme democratiche e soprattutto assumendo una nuova posizione in merito al processo di pace in Medio Oriente.

Anche se non manca chi lo nega, l’apertura di Obama alla Fratellanza Musulmana è stata implicitamente confermata dalla scelta presidenziale di sostenere la democratizzazione del Nord Africa e del Medio Oriente, di cui il movimento islamista è destinato ad essere protagonista, senza evidenziare preoccupazioni particolari per le sue possibili conseguenze. La circostanza sarebbe certamente bastata ad irritare Israele. Ma il presidente si è spinto oltre, rilanciando la formula dei due stati indipendenti in Terra Santa e soprattutto chiedendo a Tel Aviv di accettare il ritorno ai confini del 1967, cioè quelli antecedenti alla Guerra dei sei giorni.

La presa di posizione di Washington è stata vissuta in Israele come una sorta di tradimento. In effetti lo è, ancorché i rapporti bilaterali tra gli Stati Uniti e lo Stato ebraico si stiano deteriorando almeno dal 2006, per effetto della strutturale divaricazione degli interessi globali americani da quelli regionali israeliani. Ai fini della determinazione dei futuri equilibri planetari, in effetti, un miliardo di musulmani vale semplicemente molto più dei sei-sette milioni di persone che hanno la cittadinanza dello Stato ebraico. Successivamente, parlando di fronte ai membri di un’importante associazione ebraica americana dopo aver incontrato il premier Benjamin Netanyahu nel suo Studio ovale, Obama ha fatto parzialmente marcia indietro, precisando che i confini del 1967 dovranno essere considerati solo come una base di partenza e negando comunque che la Casa Bianca intenda rivedere l’impegno statunitense a garantire la sicurezza israeliana.

I fatti, tuttavia, vanno in una direzione diversa. E, del resto, che qualcosa di grosso bollisse in pentola si era capito già nelle scorse settimane da un paio di indizi premonitori. E’ difficile ad esempio non vedere nelle improvvise dimissioni dell’inviato del presidente in Medio Oriente, George Mitchell, maturate pochi giorni or sono, un collegamento con la nuova politica che l’amministrazione stava per rendere di pubblico dominio. A questo cambio di politica potrebbe altresì essere dovuta anche la recente sortita del presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, a proposito dell’intenzione italiana di riconoscere alla rappresentanza palestinese presso il Quirinale lo status di ambasciata. Il riposizionamento americano sta quindi avendo ripercussioni importanti anche sulla nostra politica estera.

Ancorché per opposti motivi, tanto il premier israeliano Benjamin Netanyahu quanto Hamas, il movimento fondamentalista padrone di Gaza, hanno reagito negativamente al pronunciamento del presidente Obama. Le possibilità che una soluzione tracciata lungo queste linee possa prevalere è pertanto trascurabile. L’obiettivo di questa mossa di Obama è, in effetti, presumibilmente un altro.

Washington starebbe esprimendo una preferenza morale, ristabilendo la propria equidistanza rispetto alle parti in lotta e di fatto accrescendo la loro responsabilità sul proprio destino. La sorte di Israele rimane certamente importante per gli americani, ma meno di un tempo, soprattutto in rapporto ai veri interessi fondamentali dell’America, che deve potersi concentrare sul rilancio della propria economia e quindi liberarsi dell’onere di gestire le crisi internazionali, invece di continuare a disperdere le proprie energie in giro per il mondo, per giunta con risultati sempre più discutibili.

Per Tel Aviv è una bella gatta da pelare, anche perché non sembrano a portata di mano molte alternative. La Russia, in particolare, che pareva intenzionata a rientrare in gioco nello scacchiere mediorientale, sta infatti a sua volta entrando in una fase di turbolenza, in dipendenza dell’urto al vertice tra il presidente ed il premier, che sono latori di due opzioni diverse per il futuro della Federazione. Così, alla prospettiva dell’accerchiamento si aggiunge nella dirigenza israeliana la sensazione dell’isolamento, che rende più forte la tentazione di scatenare un conflitto di proporzioni significative.

Perché Obama ha deciso di innovare così profondamente la strategia statunitense

Occorre ricordare come dal 1989 fino ad oggi il mantenimento dell’egemonia americana sia stato perseguito da Washington puntando essenzialmente su una pervasiva presenza militare diretta nel maggior numero di zone del mondo. Di tale postura storica sono tuttora un emblema la formidabile rete di basi militari stesa dal Pentagono sul pianeta, la sopravvivenza di alleanze come la Nato e le numerose operazioni delle forze armate statunitensi ancora in corso.

Nella visione dell’attuale amministrazione americana, però, sarebbe stata proprio la dilatazione dell’interventismo americano suscitata dagli attacchi jihadisti alle Torri Gemelle nella cornice della cosiddetta “global war on terror” ad aver favorito il deterioramento della posizione di Washington nei confronti dei giganti emergenti candidati a contenderne la supremazia. Di qui, la decisione di aprire una riflessione sull’opportunità di un cambiamento.

Inizialmente, Barack Obama aveva chiesto tanto agli alleati quanto ai competitori dell’America una collaborazione su base volontaria nel mantenimento dell’ordine internazionale, anche attraverso la concertazione multilaterale in fori come il G20 e lo stesso Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ottenendo tuttavia poco. Questo iniziale insuccesso di Obama si spiega retrospettivamente con l’obiettiva divergenza degli interessi perseguiti dalle maggiori potenze e l’impossibilità per gli Stati Uniti di imporre un compromesso favorevole alle proprie esigenze. Su queste basi, la Casa Bianca si sarebbe convinta progressivamente della necessità di procedere ad un riposizionamento unilaterale, di cui nei primi mesi del 2011 si sono viste le prime avvisaglie.

Strumento principe di questo cambiamento è la conversione dell’America al cosiddetto “smart power”, espressione anglosassone che si potrebbe tradurre con “potenza scaltra” e che sembra per il momento implicare un ridimensionamento degli impegni militari statunitensi nel mondo. Al fondo dello smart power c’è tuttavia qualcosa di forse più fondamentale, che interessa tutti ed anche noi italiani: la possibile abdicazione degli Stati Uniti al proprio ruolo di garanti ultimi della stabilità mondiale, che ha per decenni obbligato l’America ad un’estenuante azione di polizia internazionale ovunque ce ne fosse bisogno.
Washington non si appresta soltanto ad accettare l’instabilità come un fatto ineluttabile, ma si accingerebbe a volgerla a proprio vantaggio, traslando su amici e nemici, partners e rivali il peso del suo contenimento. E’ a questa nuova realtà che occorre predisporsi.

Un primo ritiro parziale è stato attuato nello spazio euro-mediterraneo in occasione del conflitto libico, che sta proseguendo senza che gli Stati Uniti forniscano particolari supporti all’azione della Nato. Quest’ultima potrebbe essere ora addirittura svuotata di significato dall’interno, se è vero che il presidente Usa si accinge ad offrire alla Gran Bretagna un accordo militare bilaterale che sembra fatto apposta per rendere progressivamente inutile l’Alleanza atlantica.

Un altro ripiegamento non meno importante potrebbe profilarsi a breve o medio termine in Afghanistan, dove l’America rimetterebbe al gioco delle rivalità regionali il compito di neutralizzare le eventuali future minacce provenienti da quel paese, liberando così dalla triste incombenza i circa centomila soldati statunitensi che attualmente vi provvedono, sopportando costi umani e materiali ormai definiti inaccettabili. Non a caso, appena eliminato Bin Laden, ha preso corpo una vivace campagna in favore dell’apertura di negoziati con i Talebani, che ha indotto il capo del governo indiano, Manmoan Singh, a precipitarsi a Kabul per assicurare il sostegno di Delhi al traballante presidente Hamid Karzai. Il meccanismo funziona.

Gli effetti più probabili per l’Europa e l’Italia

Agli scossoni di questi mesi ne seguiranno prevedibilmente altri. La rinuncia ad esercitare una leadership nello spazio euro-mediterraneo, ad esempio, ha contribuito significativamente ad acuire le diffidenze tra i maggiori paesi dell’Unione europea, accentuando la spinta latente alla rinazionalizzazione delle rispettive politiche estere e di sicurezza.

Lo smart power si sta manifestando anche in un assalto frontale al "putinismo" russo, attraverso la progressiva legittimazione internazionale offerta al presidente Dmitrj Medvedev, che è stato obiettivamente incoraggiato a differenziare il proprio profilo da quello del suo primo ministro, al punto da rendere ormai verosimili le voci che vogliono i due leaders candidati antagonisti alle imminenti Presidenziali del 2012, che decideranno chi siederà al Cremlino fino al 2018. Secondo sondaggi sulla cui attendibilità ed imparzialità non è peraltro possibile pronunciarsi, le chance di vittoria sarebbero addirittura ormai paragonabili, circostanza che pare destinata a neutralizzare la Federazione nei prossimi mesi ed ha in ogni caso vanificato, almeno per il momento, i progetti di integrazione euro-russa che Germania, Francia, Italia e Turchia stavano accarezzando.

Questo caos sta privando la politica estera di paesi come il nostro di consolidati punti di riferimento, rendendo inevitabile l’esplorazione di nuove vie e la crescita del rischio di incorrere in gravi errori di valutazione. Alcuni elementi del nuovo panorama sembrano tuttavia assodati. In primo luogo, è possibile che perda credibilità la garanzia americana alla sicurezza nazionale di Stati come l’Italia. Non potremo più quindi aspettarci che da Washington venga sempre e comunque la soluzione dei nostri eventuali problemi futuri.

Secondariamente, in assenza di una chiara volontà statunitense di continuare ad esercitare una leadership sul mondo libero, il nostro paese si troverà più esposto che mai alla maggiore determinazione dei suoi più potenti alleati europei ed in ogni caso costretto a giocare senza rete. Infine, pare evidente che il nostro paese non potrà più ipotizzare di lucrare vantaggi dalla pratica di un gioco di sponda con la Federazione russa. Riassumendo: la confusione sotto il cielo è in grande aumento, ma la gran parte dei recenti sviluppi sembra essere complessivamente funzionale ai fondamentali interessi geopolitici degli Stati Uniti. Basta guardare i telegiornali internazionali: le bandiere a stelle e strisce non vengono più bruciate e le quotazioni elettorali di Obama sono in crescita vertiginosa, mentre aumentano i grattacapo a Pechino, Mosca, Delhi, Berlino e da noi. (g.d.)