Mezzaluna
19.05.2011 - 17:50
Analisi
 
Egitto: scelto il nuovo segretario della Lega araba, le ripercussioni sul conflitto con Israele
Roma, 19 mag 2011 17:50 - (Agenzia Nova) - La Lega araba ha scelto il suo nuovo segretario, l'attuale ministro degli Esteri egiziano Nabil el Arabi, e la novità suscita interesse per i suoi potenziali riflessi sulla situazione in Medio Oriente. Ancora una volta, i paesi membri, confermando la tradizione, hanno scelto un esponente della politica egiziana (che è stato martedì 17 maggio in visita ufficiale a Roma), ribadendo così il ruolo centrale del grande paese arabo, nonostante la fase di transizione che sta attraversando dopo la caduta del regime dell’ex presidente Hosni Mubarak. Del resto, da quando è nata a Baghdad il 22 marzo 1945 su proposta dell’Iraq, la Lega, salvo una sola eccezione, è stata sempre guidata da un egiziano.

L’Egitto perse la guida dell’organismo arabo nella seconda metà degli anni Settanta, dopo la firma degli accordi di pace con Israele, e la sede della Lega venne trasferita per un breve periodo di tempo dal Cairo a Tunisi. La scelta caduta all’ultimo momento su el Arabi è tuttavia oggetto di dibattito sui media del mondo arabo. Da una parte, gli ottimisti e dall’altra i critici. I primi vedono nella figura di el Arabi la capacità di “risollevare” le sorti di un organismo istituzionale che avrebbe fatto il suo tempo. La gestione del suo predecessore, Amr Moussa, infatti è stata caratterizzata da una profonda spaccatura in due schieramenti: il fronte moderato guidato dall’Egitto di Mubarak e dall’Arabia saudita, contrapposto a quello anti-occidentale che faceva riferimento al regime siriano del presidente Bashar al Assad.

Dagli “ottimisti” el Arabi è ritenuto un “moderato”, ed è molto apprezzato per il suo passato di giudice presso la Corte dell’Aia dopo anni di “diligente” carriera come rappresentante del suo paese in seno al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite. Per molti, quindi, la scelta di un “uomo di legge”, con una grande esperienza internazionale, è vista come una garanzia che l’organismo panarabo non si trasformi in una sorta di organizzazione “rivoluzionaria” ed “estremista” sulla scia delle rivolte arabe. In particolare, di quella egiziana, che ha oltretutto fatto emergere lo stesso el Arabi sulla scena politica.

A non vedere in chiave positiva la nuova figura emergente, ci sono però molti critici: in particolare gli egiziani stessi che, in seguito perdita di el Arabi come guida della politica estera dell’Egitto post-Mubarak per dedicarsi al nuovo incarico, temono per la sorte della “rivoluzione del 25 gennaio”. El Arabi infatti era stato invitato proprio dai “giovani della rivolta” a far parte del governo egiziano guidato da Essam Sharaf. Al di là delle polemiche inter-arabe, tuttavia, quest’uomo, nel brevissimo periodo di tempo in cui è venuto ala ribalta, ha proiettato luci e ombre degne di essere analizzate soprattutto in funzione del processo di pace arabo-israeliano.

Il personaggio è noto infatti per il suo rispetto profondo della “legalità” internazionale, e in passato ha avuto modo di mostrarsi come difensore dei diritti umani e delle convenzioni internazionali, ivi compresi gli accordi di pace firmati dal suo paese con lo stato ebraico. Allo stesso tempo, però, el Arabi gode della totale fiducia di un’organizzazione radicale islamica come Hamas. Non a caso, con lui come ministro degli Esteri, il movimento fondamentalista palestinese, pochi giorni fa, non ha esitato a firmare l’accordo di pace con i rivali del movimento di al Fatah.

La firma ha segnato la fine di un conflitto che durava da quattro anni. Il testo del documento siglato da Hamas era lo stesso elaborato dal governo del Cairo quando Mubarak era ancora al potere, ma non era mai stato approvato prima. Del resto, sono gli stessi esponenti di Hamas ad ammettere che in Egitto, “con gente come el Arabi, il rapporto di fiducia con il Cairo è cambiato”. Ed è proprio questa fiducia, assieme alle continue allusioni di el Arabi che, da ministro degli Esteri dell’Egitto, ha più volte parlato della “fine dell’assedio” della Striscia di Gaza, a mettere in allarme Israele.

Questa posizione poco amichevole nei confronti di Israele, el Arabi ha avuto modo di ribadirla anche nel corso del suo incontro di due giorni fa con il titolare della Farnesina, Franco Frattini: "Finché non ci sarà una piena attuazione della risoluzione Onu del 1947 sul riconoscimento dei due stati Palestina e Israele", non sarà possibile "completare il quadro" del processo di pace, ha detto il nuovo segretario della Lega, a Roma in veste di capo della diplomazia egiziana, per poi aggiungere: "Noi riconosciamo Israele, ma il processo non sarà completo finché non ci sarà l'indipendenza di un altro stato, che è la Palestina".

Nell’ottica del difficile processo di pace arabo-israeliano, el Arabi, insomma, promette di essere un “osso duro” per lo stato ebraico, impegnato a contrastare il piano dell’Autorità nazionale palestinese volto a ottenere il riconoscimento da parte dell’Assemblea generale dell'Onu di un suo stato indipendente. Ma se proprio non si può fare a meno di avere un “nemico”, (per Israele) è meglio che questo sia alla guida di un organismo regionale senza sostanziali poteri decisionali, come la Lega araba, piuttosto che a rappresentare la politica estera di uno stato vicino, con il quale si rischia di mettere in discussione un trattato di pace. (a.f.a.)
 
Medio Oriente: la primavera araba e l’inverno di al Qaeda
Roma, 19 mag 2011 17:50 - (Agenzia Nova) - Negli ultimi tempi si sono verificati nel mondo islamico due avvenimenti apparentemente lontani tra loro, ma che invece sono strettamente legati: la morte di Osama bin Laden e le rivolte arabe. Prima della morte del fondatore di al Qaeda per mano di un commando Usa, i centri di studi strategici statunitensi stavano analizzando le potenziali conseguenze delle rivolte arabe, prima in Tunisia e poi in Egitto, sul futuro di al Qaeda e della sua attività terroristica. Uno di questi centri, l’Istituto di Studi strategici di New York, ha stabilito in un suo dettagliato rapporto che la rivolta egiziana, in particolare, ha fatto cadere la principale argomentazione di al Qaeda per giustificare il suo ricorso agli attentati terroristici, ossia che il ricorso alla violenza sanguinaria è l'unico modo per cambiare i regimi arabi e musulmani.

Il movimento dei giovani della protesta egiziana, invece, è stato in grado di imporre i cambiamenti senza ricorrere alla violenza, smentendo così la tesi dei terroristi. Il rapporto Usa sostiene di conseguenza, a ragione, che le rivolte non violente hanno di fatto indebolito le argomentazioni di al Qaeda, costringendola a una crisi “storica”. Le proteste non violente hanno dimostrato “con i fatti” che ci sono modi alternativi per raggiungere il cambiamento. Oltre ad aver provato la fallibilità del “teorema” di al Qaeda, la primavera araba ha messo in crisi anche altri “dogmi” dello sceicco del terrore. Uno dei principali ragionamenti a cui ricorreva l’ideologo dell’organizzazione, Ayman al Zawahiri, era che gli attentati eclatanti servono per attrarre l’attenzione mondiale.

La rivolta pacifica dei giovani egiziani, tuttavia, è stata ugualmente, se non più, “attrattiva” per i mezzi d’informazione internazionali: è entrata ed è rimasta a lungo sulle prime pagine dei giornali occidentali e nei notiziari televisivi e, come non era mai successo in passato, è stata un tema dibattuto da editorialisti sulla stampa mondiale e in televisione. I manifestanti delle rivolte arabe inoltre hanno lanciato contenuti e richieste del tutto nuovi per la popolazione di questa parte del mondo: libertà, diritti civili, dignità e democrazia. Tutti slogan ben lontani dalle rivendicazioni e dalla propaganda ideologica dei qaedisti. L’organizzazione di al Qaeda sembra quindi aver imboccato una strada senza uscita ed essere giunta al suo "inverno".

Ci sono poi altre conclusioni che emergono dal dibattito sui riflessi della rivolta araba. In molti paesi arabi - in Iraq, Siria e Egitto come nello Yemen e in Libia - il sistema di successione al potere è sempre stato ereditario, anche se i regimi non sono monarchici bensì repubblicani. Sembrava che fosse il destino naturale dei popoli arabi veder succedere i figli dei dittatori ai loro padri. Si dice che “i popoli meritano quello che hanno” e nel resto del mondo sembrava proprio che i popoli arabi accettassero passivamente e quasi fossero contenti per il dominio imposto loro da regimi corrotti e dispotici. Tale situazione per un po’ ha permesso alla grandi democrazie mondiali di non farsi troppi scrupoli ad avere forti legami con regimi come quelli di Hosni Mubarak, Muhammar Gheddafi o Zine El-Abidin Ben Ali.

Oggi, tuttavia, è difficile che i governi occidentali e le istituzioni mondiali ignorino tali aspetti nelle loro politiche verso i paesi arabi. Le rivolte hanno dimostrato che gli arabi non vivono in un’area isolata dal resto del mondo e impermeabile alle trasformazioni. La globalizzazione ha fatto sì che una cultura, una religione e delle tradizioni forti come quella araba e musulmana siano state esposte anch'esse al vento del cambiamento che sta attraversando tutto il pianeta. Grazie alle rivolte, gli arabi ora sono consapevoli di non essere al riparo dal cambiamento; un cambiamento chiesto con forza da una nuova generazione che guarda verso il mondo esterno e vuole farne parte.

Quella che da mesi sta agitando tutte le piazze principali del mondo arabo è una generazione ben lontana dagli ideali sanguinari di al Qaeda. Una generazione che non condivide né gli obiettivi né soprattutto i mezzi delle organizzazioni terroristiche che pretendono di incarnare la "spada dell'Islam". Una generazione che non soltanto non comprende le ragioni degli attentati di al Qaeda alle Torri Gemelle di New York, ma che anzi guarda ormai a quelle stesse torri come a un simbolo dell’Occidente e dei propri sogni per il futuro. (a.f.a.)