Mezzaluna
11.05.2011 - 18:30
Analisi
 
Medio Oriente: dialogo a distanza fra Israele e Hamas dopo la riconciliazione palestinese
Roma, 11 mag 2011 18:30 - (Agenzia Nova) - Il 4 maggio scorso nella capitale egiziana, il Cairo, le due principali fazioni palestinesi Hamas e al Fatah si sono ufficialmente riappacificate sancendo la fine di una divisione per il popolo palestinese che risaliva al 2007. Al di là delle prevedibili critiche del premier israeliano Benjamin Netanyahu, che ha definito l’accordo “una minaccia alla pace”, tra Israele e il movimento radicale islamico Hamas è iniziato un dialogo a distanza che sarebbe stato impossibile immaginare solo alcune settimane fa, quando i razzi dei miliziani palestinesi di Gaza piovevano su Israele.

Vi sono stati scambi di prudenti e timide aperture ai massimi livelli di rappresentanza, che però, visti i precedenti, è il caso di prendere con beneficio d'inventario. Tuttavia le rivolte arabe, la morte di Osama bin Laden e la stessa pace siglata tra le fazioni palestinesi hanno mutato radicalmente lo scenario politico della ragione: tre eventi che suggerirebbero di non sottovalutare queste inaspettate aperture.

I primi passi di questo dialogo li ha compiuti subito dopo la firma dell’accordo riconciliazione il capo dell’ufficio politico di Hamas: il “falco” Khalid Meshaal. Dal Cairo, dove si trova, si è fatto intervistare da diversi media e quotidiani arabi e internazionali, sfoderando un linguaggio del tutto nuovo ed incline ad un “moderatismo propositivo”, come lui stesso l’ha definito in un’intervista rilasciata al quotidiano panarabo “al Sharq al Awsat”.

Il leader di Hamas ha assicurato che il suo gruppo prenderà d’ora in poi ogni decisione riguardo a come condurre la sua lotta contro Israele di concerto con le fazioni palestinesi moderate, tra cui al Fatah, il partito del presidente dell’Anp, Mahmud Abbas. “Come condurre la resistenza, quale sia il miglior modo per raggiungere i nostri obiettivi, quando intensificare o fermare gli attacchi, sono tutte decisioni che d’ora in avanti prenderemo come palestinesi”, ha detto poi Meshaal in un'intervista concessa al “Wall Street Journal”.

Il leader di Hamas ha precisato che ogni decisione relativa ai “negoziati con Israele, alla politica interna ed estera, alla sicurezza interna e alla resistenza” contro Israele, sarà presa insieme a tutte le fazioni palestinesi. Se Meshaal manterrà la sua promessa, ha scritto lo stesso “Wall Street Journal”, ciò significherà che Hamas non attaccherà più Israele senza il consenso di Abbas, il leader di al Fatah che, com'è noto, si oppone all’uso della violenza.

Con la stampa araba, Meshaal è stato se possibile ancora più esplicito riguardo la questione cruciale del “riconoscimento dello stato ebraico”, da sempre osteggiata dal suo movimento. Al quotidiano palestinese “al Ayyam” ha detto che “se ne parlerà dopo la creazione dello stato palestinese in Cisgiordania, compresa Gaza”. Ad “Al Sharq al Awsat”, giornale di proprietà saudita attestato da sempre su posizioni moderate, il capo di Hamas ha rilasciato dichiarazioni improntate ai principi della “moderazione” e della “resistenza”: i due fronti che da decenni dividono i paesi arabi tra pro e contro l’Occidente.

“Quello che vorrei è che tutta la nazione araba si unisse nel segno di una moderazione propositiva e di apertura al mondo”, ha spiegato Mehaal, anche se “questa nuova mappa geografica della regione (…) non dovrà abbandonare al suo destino le forze della resistenza”. Quando un personaggio come Meshaal, che ha sempre predicato la distruzione della "entità sionista sostenuta dai traditori arabi”, parla di “moderazione propositiva”, sa bene che queste parole rappresentano un impegno che richiede di rinunciare alla violenza.

A fare da principale sponda a questo “dialogo” con Israele, anche se non da solo, è venuto in prima persona il capo dello stato ebraico, Shimon Peres. “Si potrà negoziare con Hamas in futuro” e “tutto può accadere in politica, anche perché Hamas non è molto forte in questo momento”: ha dichiarato Peres in un’intervista rilasciata al quotidiano di Tel Aviv “Yediot Aharonot”. Curiosamente, come Meshaal dopo la firma dell’accordo palestinese, anche Peres, si è fatto intervistare da molti giornali del suo paese in occasione dell’anniversario della nascita di Israele, avvertendo i concittadini che il paese dev'essere consapevole che un accordo di pace con i palestinesi imporrà presto o tardi lo smantellamento, almeno parziale, delle colonie erette nei territori occupati.

Il presidente, memoria storica di decenni di tentativi negoziali abortiti, nell'intervista si sofferma sulle prospettive, da mesi apparentemente stagnanti, del processo di pace. Forse non a caso, Peres si addentra in quello che potrebbe essere un piano di pace forse già elaborato nei dettagli tra Israele, Anp e Casa Bianca. Peres ritiene che anche il suo paese debba essere pronto a fare concessioni.

“In ogni futuro accordo politico Israele sarà obbligato a smantellare gli insediamenti”, ha avvertito al riguardo, evocando due sbocchi paralleli: il rimpatrio di una parte dei coloni, con il pagamento di indennizzi; e il “ricompattamento” del resto in tre sole aree d’insediamento omogeneo in Cisgiordania, sulla base di un limitato scambio di territori con i palestinesi rispetto ai vecchi confini del 1967 riconosciuti dalla comunità internazionale.

Nella visione di Peres, il contenzioso territoriale è del resto ormai “compreso fra l’uno-1,5 e non più del 7 per cento (della Cisgiordania)”. Un divario che "può essere colmato” a patto di ricorrere a una fase di negoziati segreti, si è sbilanciato il capo dello Stato. Rivolgendo in questo modo sia un messaggio di sprone che un suggerimento a Netanyahu, a pochi giorni da una delicata e attesa visita del premier israeliano a Washington, su invito del presidente Usa Barack Obama.

Peres manifesta in ogni modo una certa urgenza, ammonendo che lo scenario cambierebbe in peggio se l’Anp, in assenza di negoziati, dovesse dar seguito all’intenzione di sottoporre a settembre all’assemblea generale dell’Onu il riconoscimento dello stato palestinese. Con un passo unilaterale che a giudizio del presidente israeliano potrebbe significare “la prosecuzione del conflitto e dello spargimento di sangue”.

Il presidente israeliano si è espresso ben sapendo che l’Anp di Abbas aveva già siglato l’accordo con Hamas. E’ consapevole infatti, come Meshaal, che Hamas in questo momento è debole per i rischi che stanno correndo i suoi principali alleati e finanziatori nella regione. Da una parte il regime di Damasco, messo a rischio da una rivolta senza precedenti, dall’altra il regime di Teheran, alle prese con uno scontro ai vertici dall’esito molto incerto. Due campanelli d’allarme che, aggiunti alla rivolte arabe che hanno contagiato i palestinesi, costringono Hamas ad un cambio repentino e radicale di prospettiva.

Un chiarimento sulle strategie di Israele e palestinesi viene forse dal sito israeliano “Debka”, vicino ai servizi segreti, grazie ad un’interpretazione non scontata, che collega i tre avvenimenti straordinari che hanno attraversato il mondo arabo e musulmano dall’inizio di quest’anno. In un’analisi pubblicata il 9 maggio scorso, questo sito specializzato in informazioni d’intelligence sostiene che la “primavera araba”, la morte di Bin Laden e la pace tra i palestinesi non sarebbero altro che tre passaggi di uno stesso piano studiato a tavolino dagli strateghi della Casa Bianca.

Un piano a lungo respiro, partito dal famoso discorso di Obama all’Islam pronunziato all’università del Cairo all’indomani della sua elezione. Da allora “Barack Obama, il presidente del paese più amico e alleato di Israele - scrive Debka – ha scelto i movimenti dei Fratelli Musulmani del Medio Oriente come partner per promuovere gli interessi americani nel mondo arabo”, preferendoli ai regimi che sono già caduti o stanno per cadere. Ad Israele non rimane che prenderne atto, è la conclusione del sito. (a.f.a.)
 
Medio Oriente: il Consiglio di cooperazione del Golfo verso gli Stati Arabi Uniti?
Roma, 11 mag 2011 18:30 - (Agenzia Nova) - Le monarchie petrolifere arabe rinunciano al dogma dell’unione a sei, che dura da 21 anni. Con una decisione a sorpresa, i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), riuniti ieri per un vertice nella capitale saudita Riad, hanno deciso di accogliere la richiesta della Giordania di aderire all’organismo regionale, rivolgendo inoltre, di loro iniziativa, un invito al Marocco perché aderisca all’organizzazione. La stampa di Rabat ha già bocciato l’allettante offerta dei paesi ricchi di petrolio, dicendo che “è meglio far parte dell’area dei paesi del Maghreb”.

Scopo dichiarato della mossa dei sei paesi (Arabia saudita, Bahrein, Emirati arabi uniti, Kuwait, Oman e Qatar) è dare vita a un’alleanza regionale per far fronte all’instabilità causata dalle rivolte arabe e, soprattutto, contrastare l’egemonia dell’Iran. Meta finale dello storico passo è invece un altro obiettivo strategico e di lungo respiro: creare un’identità sovranazionale che potrebbe chiamarsi “Stati Uniti Arabi”, in grado di far fronte ad una presunta strategia dell’amministrazione Usa nella regione. Secondo la stampa vicina alla monarchia saudita, infatti, Washington starebbe lavorando per la creazione di un asse Iran-Israele-Turchia.

La crescente pressione dei movimenti rivoluzionari nella regione ha spaventato le ricche dinastie petrolifere che, dopo la caduta del regime del presidente egiziano Hosni Mubarak, si vedono costrette a cercare nuove alleanze. Le monarchie del Golfo temono il crollo del cosiddetto “Fronte dei paesi moderati”, di cui l’Egitto era uno dei pilastri insostituibili. Anche l’uscita di scena del regime tunisino dell’ex presidente Zine el Abidine Bin Ali, forte alleato nella lotta al terrorismo ed al fondamentalismo islamico, ha avuto il suo importante peso. Vale la pena di ricordare che Tunisi era la sede permanente delle riunioni annuali dei ministri dell’Interno arabi.

Inoltre, le monarchie del Golfo si sentono minacciate dalle “continue ingerenze” di Teheran negli affari interni dei loro paesi, come riferisce il comunicato del summit, con implicito riferimento al piccolo stato del Bahrein e allo Yemen. Due paesi dell’area fortemente destabilizzati da rivolte e ribellioni armate promosse dalla locale comunità sciita, la stessa confessione islamica degli ayatollah di Teheran.

Tuttavia, al dì là delle osservazioni critiche della stampa marocchina, il desiderio dei governanti del Golfo di emulare l’Unione Europea forse nel momento storico peggiore della sua esperienza, rivela per il momento alcuni aspetti che sono stati subito sottolineati dalla blogosfera araba. Con Giordania e Marocco, entrambi paesi governati da dinastie, è stato facile per gli internauti arabi ironizzare sulla fresca novità battezzandola “Club delle teste coronate”.

Molti altri frequentatori della rete hanno immediatamente criticato il nome dell’organismo, chiedendo di cancellare la parola “Golfo”, che indicherebbe una zona geografica non più rappresentativa dell’istituzione, dopo l’eventuale ingresso dei nuovi soci. Nuovi partner che, oltre a non avere la fortuna degli immensi proventi petroliferi degli sceiccati del Golfo, sono molto più popolosi.

Ma al di là delle considerazioni di carattere economico e sociologico che hanno riempito la rete, forse è più indicativo leggere quanto ha scritto la grande stampa araba sull’argomento. L’amministrazione Usa del presidente Barack Obama - si sostiene - starebbe lavorando per la creazione di un asse Iran-Israele-Turchia in funzione anti-araba, ed i popoli arabi dovrebbe affrontare questa minaccia unendosi in grandi stati: uno nel Maghreb e l’altro nel Golfo.

E' l’analisi fatta, per esempio, lo scorso 5 maggio (quindi, prima dell’annuncio sull’allargamento del Ccg) in un editoriale pubblicato dal quotidiano panarabo “al Sharq al Awsat”, di proprietà saudita. Significativo il titolo: “Che cosa sta progettando l’amministrazione Obama per i regimi arabi?”. L’autore dell’articolo, interrogandosi sulle rivolte arabe in corso nel Medio Oriente afferma: “Era opinione comune che il problema fosse tra gli Stati Uniti e il regime iraniano, poi è emerso che il problema riguarda in realtà l’amministrazione del presidente Barack Obama e i sistemi di governo arabi quasi nella loro totalità”.

Il timore degli osservatori arabi, sono sempre le parole del giornale edito a Londra, sarebbe la possibilità che emergano nuove alleanze regionali in grado di portare entro i prossimi 10 anni alla nascita di “un asse composto da Israele, Iran e Turchia, un terzetto con un nemico comune: gli arabi”. Il giornale interroga un diplomatico arabo, di cui non indica il nome, su quello che dovrebbero fare gli arabi nell’eventualità che in futuro possa davvero realizzarsi questa “minacciosa” alleanza fra tre stati non arabi: “Io sono dell’idea - è la risposta - che dobbiamo costituire gli Stati Uniti del Golfo: una federazione con un unico esercito, una sola valuta, un solo passaporto, ma ciascuno con la propria bandiera nazionale”.

Il diplomatico arabo spiega che “è necessario unirsi guardando verso un’altra alleanza allargata” al Nord Africa e che “il Maghreb arabo (Marocco, Tunisia, Algeria, Tunisia e Mauritania) ha tutte le caratteristiche per formare una forza: aggiunta all’Egitto, conterebbe una popolazione di 200 milioni di persone”. La preoccupazione maggiore del foglio di proprietà della famiglia reale saudita è in particolare l’Iran. Infatti, in conclusione dell’articolo, torna a ricordare ai paesi del Golfo l’urgenza di unirsi in unico grande stato, perché “il ruolo di Teheran nella regione è basato sui suoi interessi particolari, e non è affatto da escludere che il regime iraniano possa assestare un colpo militare contro il Golfo”.

Ed evocando una famosa massima di Winston Churchill, secondo cui “non ci sono princìpi ma soltanto interessi”, l'editoriale ammonisce che ci sarebbe tutt'altro che da meravigliarsi se “un Iran, magari con un regime più moderato, finisse per allearsi con l’Occidente contro gli arabi”.(a.f.a.)