Atlantide
09.05.2011 - 20:27
ANALISI
 
Libia: la posizione dell’Italia e il gioco delle mozioni parlamentari
Roma, 9 mag 2011 20:27 - (Agenzia Nova) - Il 4 maggio scorso, proprio alla vigilia della riunione del Gruppo di contatto sulla Libia, convocato a Roma a livello di ministri degli Esteri, la Camera ha approvato una serie di mozioni presentate dalla maggioranza e da alcuni dei gruppi d’opposizione, respingendo soltanto un testo molto radicale proposto dall’Italia dei valori, che a rigore avrebbe comportato l’uscita dell’Italia dalle ostilità. La vicenda che ha condotto a questo esito merita di essere ricostruita, anche per facilitare l’interpretazione di quanto è stato fatto. I testi che hanno superato il vaglio di Montecitorio sono infatti piuttosto differenti.

Mentre i documenti promossi dal “terzo polo” e dal Pd prevedevano infatti un pieno supporto alle scelte fatte finora dal governo sulla base della risoluzione 1973 varata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite lo scorso 17 marzo, l’atto d’indirizzo sottoscritto dai capigruppo della maggioranza conteneva una serie di limitazioni, in particolare impegnando l’esecutivo a fissare una data certa per la cessazione dei bombardamenti condotti dai nostri aerei ed escludendo l’impiego nel conflitto libico di forze terrestri italiane, oltre ad una serie di cose ulteriori concernenti altri dossier collegati.

Sostanzialmente, la Camera ha votato una serie d’indirizzi non del tutto coincidenti ed in parte persino in contraddizione, in virtù di una decisione politica preparata verosimilmente al più alto livello, allo scopo di permettere all’Italia di rimanere nella coalizione che difende i ribelli libici senza ricorrere a cambi di maggioranza. Se la presidenza della Camera avesse fatto valere il principio in base al quale un documento contenente impegni in contrasto con quelli di un atto appena votato deve considerarsi in tutto o in parte precluso, la mozione di Lega e Pdl avrebbe in effetti dovuto essere modificata, eliminando in particolare il passaggio concernente la fissazione e comunicazione al parlamento di un termine certo alla partecipazione dell’Italia ai bombardamenti alleati. Così non è stato. Con il consenso della presidenza d’assemblea, la maggioranza ha invece permesso l’approvazione di tutte le mozioni favorevoli all’intervento, richiedendo solo alcuni ritocchi cosmetici per astenersi su quelle d’iniziativa del Pd e del “terzo polo” e votando la propria, in modo tale da disporre di testi utili sia per le esigenze della politica internazionale che per le necessità di quella interna.

Quanto è accaduto alla riunione del Gruppo di contatto che gestisce politicamente le azioni della coalizione internazionale raggruppatasi sotto le insegne della Nato sembra confermarlo. Nel corso del vertice, al quale per gli Stati Uniti ha partecipato il segretario di Stato Hillary Clinton, a quanto è dato di sapere il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, non avrebbe infatti rappresentato la nuova posizione scaturita dal complesso negoziato intavolato da Lega e Pdl dopo Pasqua, evitando persino di sollevare la questione dell’imposizione di un limite temporale certo alla durata dei bombardamenti. Questo è almeno ciò che si è appreso dal ministro degli Esteri britannico, il conservatore William Hague, di cui l’agenzia “Reuters” ha raccolto le lapidarie parole: “Non c'è un limite temporale alla missione, né l'Italia ha intenzione di chiederne uno”. In altri comunicati resi “a caldo”, d’altra parte, lo stesso Frattini ha ipotizzato una prosecuzione dei bombardamenti per almeno 3-4 settimane, se non di più.

La ragione dell’allungamento dei tempi risiede nel fatto che per piegare il leader libico, Muhammar Gheddafi, pare si stia puntando soprattutto sugli strumenti di guerra economica, attendendo che il blocco delle forniture al regime faccia finalmente sentire i suoi effetti sui lealisti, mentre si provvede a dotare il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi delle risorse di cui ha bisogno per armarsi e sostenere le spese collegate allo sforzo bellico ed alla creazione di una parvenza di amministrazione. A questo servirebbe precisamente il trust fund tramite il quale si conta di trasferire ai ribelli circa 350 milioni di dollari al mese, da trarre principalmente dallo scongelamento delle attività finanziarie riconducibili al regime di Tripoli, donde l’accusa di pirateria rivoltaci dal Gheddafi, ed inizialmente alimentato dalle donazioni di Kuwait e Qatar, che verosimilmente appoggiano la rivolta cirenaica per meglio controllare quelle potenziali al proprio interno.

Non si può escludere che questo approccio funzioni: l’intelligence nazionale starebbe in effetti trasmettendo da settimane a Roma l’immagine di una Tripolitania ormai priva di benzina: un dato che appare abbastanza realistico, anche alla luce della liberazione del rimorchiatore Asso 22 e del suo equipaggio, maturata dopo l’arrivo nella capitale libica di una cisterna italiana carica di benzina, merce divenuta evidentemente assai preziosa. Tuttavia, è noto come per raggiungere effetti strategici questi sistemi esigano un certo lasso di tempo, durante il quale occorre che la pressione politica e militare si mantenga inalterata: un periodo la cui durata dipenderebbe, nel bene e nel male, da tutta una serie di variabili incognite, come la tenacia del sostegno dei lealisti al regime, l’effettiva determinazione di Gheddafi e di coloro che vi si oppongono a continuare la lotta, nonché l’entità dei rinforzi che affluiscono all’uno ed agli altri.

Di qui, l’utilità delle mozioni dell’opposizione, che hanno messo nelle mani della Farnesina lo strumento perfetto per evitare strappi formali con il parlamento, permettendo contestualmente al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, di utilizzare lo scarso entusiasmo leghista nei confronti dei bombardamenti, sia per migliorare le prospettive di successo nell’imminente tornata elettorale, sia forse per segnalare allo stesso Gheddafi che l’Italia continua a non essere tra i paesi che esigono a tutti i costi la sua uccisione.

Significativamente, commentando i risultati della riunione del Gruppo di contatto, Frattini ha ribadito giovedì scorso come l’Italia non veda alcun futuro politico per il rais, ma non desideri neanche la sua soppressione, mentre Berlusconi s’interrogava pubblicamente sull’identità degli aerei che hanno recentemente attaccato gli uffici del colonnello, uccidendone il figlio più giovane. Prescindendo da considerazioni relative alla compatibilità formale e sostanziale dei dispositivi dei tre strumenti d’indirizzo approvati a Montecitorio il 4 maggio scorso, da quella seduta della Camera pare così esser uscita un’indicazione complessa, il cui senso potrebbe esser questo: l’Italia si allinea e fa il suo dovere rispetto alle alleanze di cui fa parte, ma è a disagio nei confronti della prospettiva di un uso della forza a tempo indeterminato e comunque desidera uno “scivolo” indolore per il rais.

E’ stato inoltre preventivamente chiarito – circostanza che ha determinato reazioni assai significative da parte dell’ammiraglio italiano che si sta occupando per conto dell’Unione europea dell’allestimento della missione militare umanitaria Eurfor Libia – che il nostro paese non sarà fra quelli che forniranno truppe per un eventuale intervento a terra: un’esigenza del tutto legittima, considerando gli infelici trascorsi coloniali del nostro paese sulla “quarta sponda” e l’opportunità di far conoscere immediatamente questo caveat. Così stando le cose, il confronto del 4 maggio scorso in parlamento dovrebbe aver permesso al governo di trascorrere “la nottata”, differendo di qualche settimana, quando si sarà già votato a Milano, Napoli e Torino, l’esame del nodo politico fondamentale, che potrà forse essere a quel punto risolto in un’atmosfera più serena. (g.d.)
 
Bin Laden: la sua eliminazione era concordata con il Pakistan o no?
Roma, 9 mag 2011 20:27 - (Agenzia Nova) - A seguito dell’eliminazione di Osama Bin Laden, si è acceso un dibattito, con una ridda di commenti e ricostruzioni che non chiarisce le conseguenze dell’azione delle forze speciali della Marina Usa. Si può discutere sul fatto che il leader storico di al Qaeda fosse o meno armato al momento della sua uccisione e se abbia o meno opposto resistenza. E’ possibile criticare il metodo dell’esecuzione extragiudiziaria adottato nella circostanza dagli statunitensi. Ed è lecito nutrire dei dubbi sulle modalità di eliminazione del cadavere di bin Laden. Ma tutto questo rimane in fondo secondario. L’unica questione rilevante è se l’operazione abbia o meno avuto l’avallo dei vertici militari pachistani: o l’ha avuto, ed allora è presumibile l’esistenza di un accordo di ampia portata sul futuro dell’Afghanistan; o non l’ha avuto, ed allora l’inerzia iniziale del Pakistan è destinata gradualmente ad essere soppiantata da un atteggiamento di gran lunga meno conciliante, che potrebbe anche implicare l’inasprimento dell’offensiva di primavera appena inaugurata dai talebani, se non addirittura qualche grosso attentato.

Al momento, l’ipotesi della missione in qualche modo “concordata” pare ancora quella più convincente, tenuto conto della tranquilla prosecuzione degli esercizi diplomatici Usa-Pakistan sulla riconciliazione afgana e della crescente inquietudine affiorata a Kabul, dove i tagiki sono scesi in piazza per protestare contro la possibile accelerazione dei negoziati con i talebani. Ma in definitiva soltanto lo scorrere del tempo potrà chiarire cosa davvero è accaduto.

Se non interverranno fatti eclatanti, se le trattative di pace si svilupperanno e gli statunitensi ritireranno a luglio molte migliaia di uomini, lo scenario dell’intesa riuscirà confermato, con buona pace di chi davvero pensava che fossimo tutti in Afghanistan per esportarvi la democrazia. Se invece le ostilità s’inasprissero ed il presidente Usa, Barack Obama, ripiegasse sul rimpatrio di una modesta quantità di effettivi a fronte di violenze più gravi, si dovrebbe invece concludere che davvero l’incursione degli incursori della marina è stata un’azzardata mossa unilaterale, per quanto brillante. (g.d.)