Mezzaluna
04.05.2011 - 18:34
ANALISI
 
Giordania: proteste e crisi economica promettono un'estate "rovente" per re Abdallah II
Roma, 4 mag 2011 18:34 - (Agenzia Nova) - Alcuni giorni fa il primo ministro giordano, Marouf al Bakhit, ha promesso ai suoi cittadini che farà di tutto pur di contenere i prezzi dei combustibili fino a quando “non saranno esaurite tutte le opzioni disponibili”. Un modo come un altro per preparare la popolazione ad un imminente aumento di questi prezzi, soprattutto alla luce della scarsità di gas nel paese a causa della sospensione delle forniture che provenivano dal gasdotto egiziano, interrotte dopo che il 27 aprile scorso uomini armati hanno fatto saltare un tratto della conduttura.

Quello della penuria di combustibile è solo uno dei tanti problemi di un governo già alle prese con una protesta di forte connotazione islamista e una grave crisi economica che rischiano di prospettare per la dinastia hashemita un’estate rovente. L’inevitabile aumento dei prezzi del carburante e del cherosene porterà il costo della vita a livelli insopportabili per la popolazione di un paese che non ha risorse naturali come il petrolio che abbonda invece nei paesi vicini come l’Iraq e i ricchi stati del Golfo.

In questo periodo di rivolte arabe, è facile immaginare che per il primo ministro al Bakhit il problema più urgente non sia il ruolo né l’influenza regionale della Giordania. Oggi, la priorità assoluta per il paese è il superamento di un crisi economica che incombe. Cercare, entro poche settimane, risorse e disponibilità per arginare il sempre più minaccioso deficit nel bilancio dello stato. Una prospettiva che impone una politica d'austerità che non potrà che moltiplicare lo scontento popolare nei confronti di un esecutivo già in serie difficoltà con una popolazione già in rivolta per le gravi condizioni economiche di cui soffre.

Del resto, anche il primo ministro egiziano, Essam Sharaf, recatosi proprio in questi giorni a Riad, Abu Dhabi e Kuwait City per sollecitare aiuti d’emergenza per 12 miliardi di dollari a sostegno della disastrata economia del suo paese, non è riuscito nel suo intento. Non è chiaro se l’improvvisa “avarizia” degli sceicchi del Golfo sia da attribuire a regioni politiche o piuttosto alle immense elargizioni in danaro promosse dalle dinastie del Golfo alle proprie popolazioni per contenere le contestazioni interne ispirate alle rivolte arabe che stanno sconvolgendo tutto il Medio Oriente. Di fatto, il blocco degli aiuti finanziari alla Giordania pone Amman in una condizione non invidiabile.

Vale la pena d'aggiungere che l’immediata emergenza che deve affrontare il governo giordano, oltre a quella della crisi economica, è rappresentata dalla rivolta in corso contro il regime di Damasco. La Giordania ha con la Siria una lunga frontiera dove la settimana scorsa ha dispiegato il proprio esercito. Un esodo di massa di famiglie siriane per fuggire alla repressione delle forze della sicurezza di Damasco, oltre ad aggravare la crisi economica interna, provocherebbe seri rischi di sicurezza.

Sono noti, infatti, i solidi legami tra i Fratelli Musulmani giordani egli islamisti siriani che stanno guidando la protesta in quel paese. Amman, oltretutto, deve tenere nel dovuto conto un'eventuale rappresaglia di Damasco. Il 25 aprile scorso le autorità siriane hanno chiuso il confine con la Giordania, nei pressi della città di Dera’a, al sud della Siria, dove è in corso una dura repressione da parte delle forze di sicurezza. In precedenza lo stesso presidente siriano Bashar al-Assad aveva denunciato la Giordania come coinvolta nelle manifestazioni contro il suo governo. Inoltre aveva sostenuto che molte delle persone impegnate a gestire la rivolta contro di lui provenivano proprio dalla Giordania.

A tutte queste preoccupazioni c’è da aggiungere che da tre mesi lo stesso regno hashemita è scosso da un'ondata di proteste senza precedenti. Tumulti che finora hanno fruttato per l’opposizione il siluramento del capo del governo Samir al Rifai, senza che questo, peraltro, sia valso a far rientrare la protesta. Le manifestazioni hanno costretto il sovrano del paese ad ulteriori concessioni: il 26 aprile scorso re Abdallah II ha incaricato una commissione presieduta da un ex premier di riscrivere la Costituzione per rispondere “alla crescente volontà di riforme nel paese”. Una nuova Carta che tenga conto di "emendamenti costituzionali adeguati alla Giordania di oggi e del futuro".

Del resto, è stato lo stesso ministro dell’Energia, Khalid Tawkan, a mettere sull’avviso che il blocco del pompaggio del gas egiziano significherà un immediato deficit netto nel bilancio dello stato di non meno di un miliardo di dollari Usa; qualcosa come il 3 per cento del Prodotto interno lordo nazionale, che si aggira introno ai 30 miliardi di dollari. Una prospettiva che paradossalmente mette la Giordania, principale alleato dell’Egitto all’epoca dell’ex presidente Hosni Mubarak, nella lista dei paesi maggiormente danneggiati dalla rivoluzione della piazza al Tahrir del Cairo dello scorso 25 gennaio.

Al di là dell’azione di sabotaggio che ha messo fuori uso il gasdotto egiziano, i nuovi governanti del Cairo hanno infatti cambiato le regole del gioco rispetto al prezzo del gas che veniva venduto a Israele e alla Giordania a prezzi inferiori a quelli del mercato internazionale. Mentre per lo Stato ebraico il problema è oggettivamente relativo, non è lo stesso per Amman, che si vede costretta a cercare alternative: Algeria, Qatar e Iraq sono le uniche direzioni dove può rivolgersi la Giordania, confidando in una presunta "solidarietà” araba per avere un trattamento di favore sotto il profilo dei prezzi.

Tuttavia il “danno” egiziano non si ferma qui. La riconciliazione inter-palestinese voluta fortemente dal nuovo corso egiziano è stata suggellata oggi al Cairo, cioè lontano da Amman, e non solo geograficamente. I riflessi politici di questa assenza giordana sullo scenario politico della regione non sono di poco conto se si pensa che la Giordania ha l’80 per cento della sua popolazione di origini palestinesi. Non solo, ma al leader del movimento islamico Hamas, Khaled Meshaal, ovvero colui che ha firmato con il presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas, l’accordo di riconciliazione che pone fine a quattro anni di conflitto interno, è stata ritirata la cittadinanza giordana.

A complicare ulteriormente la situazione ci ha pensato in questi giorni la “grande sorella” Arabia Saudita che, assieme agli altri stati del Golfo, “ha chiuso totalmente le porte degli aiuti finanziari” che contribuivano a sostenere l’economia della Giordania e della sua stabilità, come sostiene il quotidiano palestinese “al Quds al Arabi”. I tentativi del re giordano Abdallah II presso le famiglie reali dei ricchi paesi del Golfo per aiuti straordinari a sostegno dell’economia del regno non sembrano avere prodotto alcun effetto positivo. (a.f.a.)