Atlantide
04.05.2011 - 11:06
ANALISI
 
Le incognite del blitz di Abbottabad
Roma, 4 mag 2011 11:06 - (Agenzia Nova) - L’eliminazione cruenta di Osama Bin Laden, che sarebbe stata perfezionata a cavallo tra il primo e il 2 maggio in una località a circa 60 chilometri da Islamabad, chiude idealmente il ciclo storico aperto dagli attacchi jihadisti di dieci anni fa alle Torri Gemelle. Ma apre più di un problema relativamente alle modalità che hanno consentito il blitz, le contropartite eventualmente concordate con il Pakistan e l’atteggiamento doppio tenuto da questo paese lungo il corso della campagna mondiale contro il terrorismo internazionale.

Anche se l’incertezza e le numerose contraddizioni delle informazioni circolate dopo l’attacco hanno un po’ confuso le acque, i fatti paiono non di meno eloquenti. Intanto, il leader storico di Al Qaeda è stato ucciso nel corso di un’operazione di natura indubitabilmente militare, realizzata sul suolo pachistano da unità delle forze speciali altamente specializzate come i Navy Seals, sotto la direzione dell’intelligence statunitense. Il governo di Islamabad ha precisato che al blitz non hanno partecipato elementi dei propri apparati di sicurezza, ma in precedenza l’ambasciatore pachistano a Londra aveva vantato i meriti del coordinamento tra i servizi del suo paese e quelli statunitensi.

La circostanza non deve sorprendere. Intanto, perché è evidente l’interesse delle autorità pachistane a non provocare una reazione di piazza dei numerosi islamisti radicali presenti nella loro nazione. In secondo luogo, perché lo stato pachistano è ben lungi dal potersi considerare un monolite, e dev’esser stato perciò ritenuto opportuno celare al grande pubblico l’identità del riferimento con il quale Washington ha collaborato. La segretezza assoluta imposta sull’intervento spiega probabilmente anche gli errori compiuti nella gestione mediatica dell’evento, esito plausibile dell’impossibilità materiale di preconfezionare una ricostruzione univoca degli avvenimenti.

Se intesa v’è stata, come parrebbe logico, occorre quindi chiedersi con chi sia stata raggiunta e quale ne costituisca l’oggetto più verosimile. In assenza di dati certi, e rimanendo ancorati alla logica probabilistica del metodo geopolitico, l’ipotesi più realistica è che gli Usa si siano rivolti a chi considerano l’effettivo detentore del potere ad Islamabad. Per questo, la figura del capo di stato maggiore dell’esercito, Ahfaq Pervez Kayani, appare centrale in tutta questa vicenda. Nessun accordo che lo avesse aggirato, in effetti, avrebbe avuto grandi chance di successo. Va riconosciuto come gli americani non si fidassero granché di quest’uomo, ma è possibile che abbiano valutato oggettivamente irresistibile per i vertici militari pachistani l’offerta posta sul piatto.


I contenuti dell’ipotetica intesa Usa-Pakistan

La Casa Bianca – e qui veniamo al contenuto dell’ipotetico accordo – dovrebbe in effetti aver proposto alla sua controparte pachistana uno scambio sostanzioso. Non una contropartita economica, anche se è possibile che dei soldi siano stati spesi per oliare i meccanismi di questa complessa iniziativa, ma un’importante concessione sul piano politico-strategico. Qui entrano in gioco le sorti del conflitto afgano. Entro la fine di giugno, infatti, il presidente Barack Obama assumerà una decisione importante in merito all’ampiezza dei rimpatri da Kabul e molti indizi inducono a ritenere che sia in preparazione un ridimensionamento non simbolico del dispositivo a stelle e strisce, che potrebbe implicare il ritorno a casa di almeno 10 mila soldati americani, se non di più.

Il 28 aprile scorso, ad esempio, è stato annunciato l’avvicendamento a settembre dei maggiori avversari di questi nuovi orientamenti. Si ritirerà a vita privata il segretario alla Difesa, il repubblicano Robert Gates, che verrà sostituito dall’attuale direttore della Cia, Leon Panetta. Ed anche il carismatico comandante in teatro di tutte le forze alleate, David Petraeus, cambierà lavoro, trasferendosi proprio a Langley ed uscendo dalla catena decisionale preposta alla direzione della campagna afgana.

I principali oppositori del ritorno alla strategia della cosiddetta “orma leggera” invocato dal vicepresidente Joseph Biden sono stati così trasformati in altrettante “anatre zoppe” proprio in questa fase decisiva, rimuovendo i maggiori ostacoli che ancora si frapponevano tra l’America e l’avvio dell’exit strategy di cui si parla da mesi. Ma questa uscita dal pantano andava facilitata da un grande successo d’immagine. Anche per i pachistani, la presenza di un potente contingente statunitense dall’altro lato della Linea Durand è stata nell’ultimo decennio una grave passività e non è un mistero l’ostilità delle forze armate di Islamabad ai bombardamenti compiuti frequentemente dai droni Usa sulle zone tribali a ridosso della frontiera.

E’ noto altresì come le autorità politico-militari pachistane non abbiano lesinato gli sforzi in questi anni per indebolire le posizione di Washington in Afghanistan, proteggendo la fuga e chiudendo gli occhi sulle attività dei seguaci del mullah Omar a Quetta e Peshawar. Non più tardi del 15 aprile scorso, una trojka composta dal premier Gilani, dallo stesso generale Kajani e dal direttore dei servizi segreti pachistani (Isi), Shuja Pasha, ha inoltre intimato al presidente Karzai di sganciarsi dagli Stati Uniti, suggerendogli di considerare in alternativa una protezione cinese. Gli Usa potrebbero a questo punto aver fatto balenare a Kayani la loro teorica disponibilità a riconoscere il diritto del Pakistan a restaurare la propria sfera d’influenza in Afghanistan in cambio del tradimento di Bin Laden, magari promettendo nell’immediato anche un allentamento della pressione esercitata dal cielo sul Waziristan e le aree contigue.

Si profila un nuovo abbandono dell’Afghanistan

Se questo scenario trovasse conferma, Kabul verrebbe di fatto nuovamente abbandonata alla sua sorte, confermando l’opinione di chi non ha mai creduto che l’impegno occidentale in Afghanistan fosse dettato dal tentativo di acquisire il controllo delle sue presunte risorse o, tanto meno, dalla volontà di insediare in quel paese lo Stato di diritto, l’eguaglianza di genere e la democrazia. La lotta ingaggiata contro i talebani ed i loro alleati ha avuto invece la sua ragion d’essere nella necessità di restaurare il prestigio degli Stati Uniti dopo l’11 settembre e di arginare l’ascesa della jihad globale, che minacciava obiettivamente gli approvvigionamenti energetici delle principali economie del mondo.

La scomparsa violenta di Bin Laden e la primavera araba di questi mesi soddisfano questi obiettivi meglio del protrarsi della guerra d’Afghanistan, che oltretutto distrae risorse ormai più utili altrove. Ecco perché lo scambio, vero o presunto che sia, ha comunque un senso. Certo, nel contesto dell’intesa che potrebbe aver preparato l’eliminazione di Osama, è probabile che Washington abbia chiesto a Kayani anche alcuni impegni accessori, come quello di favorire l’emersione a Kabul di interlocutori nuovi, presentabili in Occidente, e comunque di garantire che dall’eventuale ritorno al potere dei talebani non scaturiscano problemi per la sicurezza globale.

Il Pakistan potrà, al limite, continuare ad alimentare il conflitto a bassa intensità che lo oppone all’India, che comunque agli occhi degli Stati Uniti avrebbe il pregio di realizzare una balance of power locale, a sua volta funzionale alla riduzione dei costi di mantenimento della supremazia planetaria statunitense. Basta che non vi siano spill over al di fuori dell’Asia centro-meridionale.

Naturalmente, permangono dei dubbi sull’affidabilità dei partner con cui gli Stati Uniti hanno trattato: in fondo, proprio la posizione in cui è stato trovato Bin Laden prova oltre ogni ragionevole incertezza la straordinaria doppiezza che ha contraddistinto in questi anni la partecipazione pakistana alla lotta contro il terrorismo internazionale. Ma sono, evidentemente, preoccupazioni secondarie e comunque gestibili, specialmente a fronte dei risultati che Washington si accinge ad incassare: la possibilità di concludere la missione afgana in modo onorevole e ridimensionare così la propria esposizione militare in un teatro ormai ritenuto secondario, liberando Obama dall’incubo di un nuovo Vietnam proprio mentre si avvicinano le presidenziali del 2012. (g.d.)