Atlantide
28.04.2011 - 13:17
ANALISI
 
Libia: prosegue il riallineamento della politica italiana
Roma, 28 apr 2011 13:17 - (Agenzia Nova) - Nel lungo week-end pasquale, Palazzo Chigi ha compiuto altri due passi nella direzione del riorientamento della politica estera italiana, accettando di colpire con i nostri aerei bersagli terrestri in Libia e sottoscrivendo con la Francia una serie d’impegni che concernono sia la politica di controllo dei flussi migratori che l’integrazione dei rispettivi sistemi produttivi. Elevando leggermente il livello dell’analisi, il processo determinato dallo scoppio del conflitto libico ed accelerato dalle difficoltà incontrate dalla coalizione appare svilupparsi su due direttrici fondamentali. La prima è rappresentata dal sostanziale distanziamento dell’Italia dalla Federazione Russa, cui sembra corrispondere un riavvicinamento agli Stati Uniti, mentre la seconda consiste nel relativo allentamento del rapporto bilaterale con la Germania e la Turchia, in favore di un rafforzamento dei legami con Parigi e, in misura meno visibile, con Londra.

C’è una significativa probabilità che i due movimenti siano tra loro legati da complesse relazioni di causa-effetto. Il varo della risoluzione 1973 da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è stato infatti reso possibile dalla mancata opposizione del veto da parte di Mosca, sul quale il governo italiano faceva particolare affidamento alla vigilia del 17 marzo scorso. Sulle ragioni che hanno indotto la Russia a questo passo è tuttora aperto un dibattito e non mancano gli analisti che vi vedono la prova più lampante di uno smarcamento del presidente Dmitrij Medvedev dal suo premier e mentore, Vladimir Putin, che era il vero punto di riferimento della presidenza del Consiglio italiana. Ma mancano prove conclusive che permettano di affermare che l’Italia sia rimasta vittima di una lotta per il potere che si sarebbe aperta ai vertici dello stato russo. Ciò che qui importa è che, in conseguenza della scelta del Cremlino, l’Italia ha perduto un appiglio sul quale contava per scongiurare la guerra e conservare lo status quo a Tripoli. A quel punto, nella speranza di contenere le ambizioni mediterranee della Francia, la Farnesina ha deciso di giocare la carta interventista, dando per scontato che nel conflitto libico avrebbe operato lo spartito già visto nei più recenti conflitti, con gli Stati Uniti in cabina di regia e gli europei confinati al solito ruolo di comprimari.

Ma così non è stato, neanche dopo il coinvolgimento della Nato nella gestione tecnico-operativa del conflitto, che ha anzi offerto il destro all’amministrazione del presidente Barack Obama per disimpegnarsi dalla campagna dei bombardamenti. Le difficoltà si sono quindi fatte veramente significative, perché l’Italia ha messo a disposizione degli alleati basi, navi ed aerei nel contesto di un’operazione al di fuori del proprio controllo, di dubbia utilità ai fini dei propri interessi nazionali – almeno così com’erano definiti fino alla fine dello scorso febbraio – e per di più dalle prospettive incerte.


Una guerra dall’andamento insoddisfacente: sempre più probabile l’escalation

L’impressione di un facile successo degli insorti di Bengasi ha in effetti lasciato presto il campo alla realtà di un conflitto contrassegnato da un’evidente sproporzione di capacità. Neanche con il sostegno delle armi egiziane, infatti, gli oppositori di Muhammar Gheddafi sono riusciti ad aver ragione del loro avversario. A Misurata, dove hanno fatto irruzione sulla scena anche le milizie tribali fedeli al regime di Tripoli, sono ad esempio rimasti inchiodati al porto ed anche ad Ajdabiya sono stati presto costretti alla difensiva, al punto che nessuno immagina adesso una loro irresistibile avanzata sulla capitale. Gli stessi leader del Consiglio transitorio che avevano respinto gli aiuti dei commando britannici ora reclamano a gran voce l’invio di truppe occidentali.

Eppure, persino in questa fase, si ha a volte l’impressione che le nostre legittime aspirazioni siano scambiate per necessità storiche destinate a concretizzarsi per loro forza intrinseca. Invece, la strada da percorrere è ancora lunga ed irta di ostacoli e variabili imponderabili. nonostante si sostenga da più parti il contrario, ad esempio, il regime libico ha provato di non essere isolato, ricevendo rinforzi e rifornimenti dal retroterra africano, ed ha altresì dimostrato di disporre anche d’importanti puntelli interni, specialmente in alcune realtà tribali. La forza di Gheddafi è stata in qualche modo attestata persino dal decapitation attack tentato nei suoi confronti durante lo scorso fine settimana.

A dispetto delle incertezze ancora gravanti sull’andamento del conflitto, Roma ha comunque riconosciuto il Consiglio nazionale transitorio messo in piedi dagli insorti come unico interlocutore legittimo in Libia, allineandosi a Parigi e Doha, ma anticipando Londra e Washington, che hanno preferito mantenere un maggior grado di flessibilità alla loro politica. E’ proprio questa scelta, in effetti, che oggi rende inevitabile la transizione dell’Italia ad un atteggiamento militare marcatamente più offensivo, sulla cui sostenibilità politica interna è lecito nutrire dei dubbi.

L’autorizzazione concessa ai nostri aerei a bombardare può apparire stravagante solo nella tempistica ed era invece del tutto prevedibile, giacché lo stesso riconoscimento accordato alle autorità di Bengasi ha creato ex novo un importante interesse italiano alla loro vittoria. E’ con i leader dell’insurrezione che si sono stretti accordi sul futuro dei contratti dell’Eni ed al ripristino dell’accordo bilaterale del 2008, recentemente sospeso unilateralmente dal nostro paese. Tutto ciò premesso, è però chiaro che il sentiero sul quale si è posta l’Italia è quello della escalation. Non basteranno gli otto velivoli del nostro paese autorizzati a scagliare missili contro bersagli lealisti a fare la differenza ed occorre esserne consapevoli, se non si vuole esser colti di sorpresa dalle più che probabili esigenze ulteriori future.


I rischi dell’intervento terrestre

Il problema è che, se non intervengono fatti nuovi, il passo successivo sarà l’intervento delle forze terrestri in uno scenario d’invasione, comunque si cerchi di mascherarlo, per il quale né l’Italia, né la Francia né la Gran Bretagna dispongono delle forze, del consenso e della volontà politica necessari. A parole, tutti vogliono evitarlo, eppure istruttori militari di Londra, Parigi e Roma sono già sulla via di Bengasi. Inoltre – se ne parla specialmente sulle fonti aperte straniere – una missione militare europea per proteggere l’invio di aiuti umanitari alla popolazione assediata di Misurata sarebbe in avanzata fase di pianificazione. A quanto si sa, avrebbe una dimensione prevalentemente navale, ma nessuno esclude che possa infine prevedere anche la proiezione a terra di un certo numero di militari, fino a mille si dice. E diversi osservatori ritengono che si chiederà proprio all’Italia di fornirne una parte cospicua. Uno scenario da brivido.

Con l’obiettivo di sostenere i civili di Misurata – alcuni prevedono – si cercherebbe di conquistare la città e magari di lì imprimere nuovo slancio alle forze dell’insurrezione. In ogni caso, l’eventuale avvio di un’operazione militare terrestre in Libia implicherebbe il superamento di una nuova soglia critica: per l’Italia si tratterebbe infatti di decidere l’impiego dei propri militari in uno scenario chiaramente non permissivo, con la prospettiva del coinvolgimento certo ed immediato in scontri d’intensità significativa.

E’ anche per evitare questo stadio che Roma sta attivamente cercando di riavvicinarsi a Washington. Gli Stati Uniti mostrano di gradire il corteggiamento, ma esercitano pressioni alle quali, nelle attuali condizioni, pare impossibile resistere. Sembra, in particolare, che gli Usa ci abbiano chiesto un uso più spregiudicato delle nostre risorse d’intelligence in Libia, sia per meglio illuminare i bersagli degli aerei Nato, sia probabilmente per cercar di provocare il collasso del regime dall’interno, magari individuando chi corrompere. Cose non facili e, soprattutto, forse non alla nostra portata. E’ comunque evidente come l’unico modo di evitare la sconfitta – o il protrarsi dello stallo, che ne sarebbe la variante soft – sia quello d’impegnare gli Stati Uniti su quel fronte e c’è da giurare che si farà di tutto per giungere a questo risultato, magari con l’attivo contributo dei britannici.

Così l’Italia si scopre più che mai dipendente dal sostegno statunitense. Nel frattempo, essendosi distanziata dalla Germania con la scelta di agevolare la campagna anglo-francese contro Gheddafi, Roma è stata costretta a trattare con Parigi un nuovo equilibrio nelle relazioni bilaterali. Essendo sola in questo esercizio, e stante la sensibile sproporzione di potenza tra le parti, l’esito è stato finora l’unico possibile: la formalizzazione di un arretramento delle nostre posizioni a vantaggio di quelle transalpine. E’ chiaro che si tratta di una soluzione transitoria, in attesa che la tempesta passi, gli Stati Uniti si riaffaccino sul Mediterraneo e sia possibile precostituire una base sulla quale negoziare un riavvicinamento futuro alla Germania. Per ora, però, subiamo, ovviamente cercando di ridurre i danni. Il risultato della partita per la successione a Jean-Claude Trichet alla testa della Banca centrale europea sarà un test molto significativo per i nuovi allineamenti intra-europei.

Osservazione conclusiva: va notato come non sia di certo la prima volta che, in concomitanza di una guerra, l’Italia modifica le proprie alleanze. Al contrario, quanto sta accadendo sembra in assoluta continuità con tendenze di lungo periodo dell’azione diplomatica del nostro paese, che è privo del peso geopolitico indispensabile a sostenere una posizione veramente indipendente nelle situazioni di crisi. (g.d.)