Mezzaluna
27.04.2011 - 19:15
ANALISI
 
Yemen: la crisi verso la soluzione dettata da Washington
Roma, 27 apr 2011 19:15 - (Agenzia Nova) - Per lo Yemen, i tempi e i modi con cui verrà siglato l'accordo proposto dagli stati del Golfo Arabo che prevede le dimissioni del presidente yemenita Ali Abdullah Saleh potrebbero essere annunciati dalla capitale saudita Riad al massimo entro la prossima settimana. Una transizione del potere pacifico voluta fortemente da Washington per due regioni ugualmente importanti: la prima per non creare le condizioni per un’ascesa del fondamentalismo islamico, e la seconda, per evitare che il caos nello Yemen possa contagiare i paesi vicini e soprattutto minacciare la stabilita di un alleato strategico come la famiglia reale saudita.

Quindi è nel segno del pragmatismo che torva il suo epilogo la rivolta nello Yemen che va avanti da oltre due mesi. Forse è stata anche l’esperienza libica, tutt’ora in corso, a consigliare alla casa Bianca un atteggiamento meno risoluto nei confronti di Saleh rispetto a quello assunto nei confronti del colonnello libico Muhammar Gheddafi. Infatti, il piano formalmente approntato dal Consiglio di cooperazione del Golfo, prevede le dimissioni di Saleh entro 30 giorni dalla firma dell’accordo. Il piano, tuttavia, garantisce all’attuale capo di stato ed ai suoi famigliari immunità giudiziaria e la sicurezza che il suo partito continuerà a partecipare alla vita politica del paese anche dopo le sue dimissioni. Il piano di trasferimento di poteri prevede infatti la formazione di un governo di unità nazionale guidato da un esponente scelto dall’opposizione; un esecutivo che sarà lottizzato così: 50 per cento alla coalizione dell’opposizione “Incontro comune”, 40 al partito di Saleh e 10 ad altre forze politiche. L'opposizione yemenita ha accettato di prendere parte ad del governo solo dopo avere “ottenuto garanzie dall’ambasciata Usa a Sana’a” che il presidente Saleh manterrà l’impegno di lasciare la sua carica anche se il parlamento respingesse le sue dimissioni. Il timore dell’opposizione è che l’attuale assemblea dei deputati delm popolo, dove Saleh ha la maggioranza, potrebbe non accettare l’abbandono del presidente.

Il presidente dello Yemen, sempre più isolato dagli alleati politici, ha accettato la proposta dei ministri degli Esteri del Ccg di dimettersi in cambio dell'immunità dai processi per sé, per la sua famiglia e per i suoi collaboratori. Gli alleati dello Yemen, occidentali e del Golfo Arabo, hanno cercato di trovare una soluzione alla crisi che dura ormai da tre mesi e sembrano avere le idee chiare circa il successore di Saleh; suo fratellastro e generale dell’esercito Ali Mohsen al Ahmar. Uomo forte dell’esercito passato a fianco dei “giovani della protesta”, al Ahmar, continua ad affermare che non vuole prendere la guida del paese. Sono in molti però a credere che sarà proprio lui a traghettare il paese, almeno nella fase di transizione. Al Ahmer, appartiene alla stessa tribù di Saleh ed è stato lui a guidare le numerose guerre contro i ribelli sciiti Houthi vicini all’Iran. Sempre al Ahmer, ha diretto in questi anni la lotta contro al Qaeda, con discreto successo. Se la prossima settimana Saleh firmerà la sua resa, il presidente Usa Barack Obama, e con lui il re saudita Abdullah bin Abudulaziz, potrà ritenersi soddisfatto per il futuro del poco tranquillo paese arabo.

Yemen: il paese sulla soglia di una oscura transizione del potere. Dopo l’annuncio dell’opposizione di aver accettato “definitivamente” il piano del Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg), che prevede le dimissioni del presidente Ali Saleh e la formazione di un governo d’unità nazionale guidato dall’opposizione, le parti in conflitto nello Yemen andranno sabato prossimo a Riad per la firma dell’accordo-soluzione sul tavolo saudita. Intanto non accenna a placarsi la tensione nel paese: da una parte prosegue l’aspro confronto tra i politici e dall’altra nelle piazze non accennano a diminuire gli scontri tra gli oppositori anti-regime e le forze dell’ordine.

Yemen: le delegazioni yemenite che dovevano arrivare nella capitale saudita Riad, per firmare sabato prossimo, il piano presentato dai paesi del Golfo per far uscire lo Yemen dalla crisi, hanno chiesto di rinviare il loro arrivo alla prossima settimana. Lo ha riferito una fonte diplomatica di uno dei paesi del Golfo senza spiegare tuttavia i motivi del rinvio. Intanto, i manifestanti hanno minacciato di dirigersi in marcia verso il palazzo presidenziale a Sana’a del presidente Ali Saleh. (a.f.a.)
 
Libia: la guerra tra i “cattivi” di Tripoli e i “buoni” di Bengasi e gli interrogativi sul futuro del paese
Roma, 27 apr 2011 19:15 - (Agenzia Nova) - All’inizio della rivolta libica, scoppiata il 17 febbraio, sul terreno c’erano dei giovani dimostranti che chiedevano giustizia sociale e libertà da un regime dittatoriale che aveva trasformato il paese in una sorta di proprietà privata della famiglia Gheddafi. Una protesta legittimata ancora di più dalla dura risposta del colonnello che, per bocca di suo figlio Seif al Islam, aveva minacciato di distruggere Bengasi in meno di 48 ore.

Non appena il regime ha iniziato a schiacciare la ribellione con la forza, improvvisamente e a differenza di quanto avvenuto prima in Tunisia e poi in Egitto, la protesta si è trasformata subito in una ribellione armata con insorti carichi di armi, anche pesanti e non di rado a bordo di carri armati dell’esercito messi a disposizione dai militari passati al fianco dei rivoltosi. Questi ultimi, in un primo momento, affermavano di non volere “un intervento straniero” nel loro paese, e chiedevano alla comunità internazionale soltanto l’imposizione di una no-fly zone per proteggere la popolazione civile dall’aviazione militare del rais libico.

Fino a quel momento, il quadro libico era molto chiaro: una lotta impari tra ribelli male male addestrati e con equipaggiamenti approssimativi e un esercito molto più organizzato e forte, dotato di carri armati, appoggiato dall’aviazione militare e sostenuto per giunta da un esercito di mercenari africani e arabi. In assenza di una posizione comune araba, la risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che ha autorizzato i raid aeri della coalizione dei “volenterosi” è stata accolta con favore in quanto unica opzione percorribile per evitare una carneficina dei ribelli di Bengasi per mano delle brigate di Gheddafi.

L’autentica svolta è avvenuta quando la Nato, forzando probabilmente la risoluzione Onu, ha lanciato oltre 150 missili Cruise ed ha rovesciato sul territorio tonnellate di bombe per distruggere le strutture militari del regime e le sue truppe. Oggi, a distanza di oltre un mese dall’intervento militare della Nato, la situazione sul campo è sostanzialmente cambiata rispetto ai primi giorni del conflitto: un despota sanguinario che si fa aiutare da mercenari senza nessun scrupolo contro un’opposizione armata che, a sua volta, è sostenuta da “volenterosi”, muniti però di armi tecnologicamente supersofisticate. Una spedizione che, peraltro, ha un alto costo anche in termini finanziari sulle economie dei paesi che partecipano alle operazioni di guerra.

Una lettura obiettiva della situazione sul fronte libico suggerisce che gli antagonisti libici di oggi sono in realtà gli amici di ieri. A guidare la rivolta combattuta oggi da Gheddafi e a cui l’Occidente ha offerto il suo aiuto sono stati in realtà, fino a pochi giorni fa, esponenti di primissimo piano del regime di Tripoli. L’ex ministro della Giustizia, Mustafà Abdel Jalil, e l’ex ministro dell’Interno, Abdul Fattah Yunis, sono i capi indiscussi del Consiglio di transizione dei ribelli di Bengasi. Si tratta di gente che per decenni è stata parte integrante e complice del regime e che non ha promosso la rivolta, salvo poi passare in un secondo momento al fianco dei ribelli. A pensarci bene, è come se il regime di Gheddafi stia combattendo una guerra interna: eppure questi “nuovi leader” sono ritenuti oggi dai governi occidentali come “unici e legittimi” rappresentanti del popolo libico.

E’ con uomini come Jalil e Yunis che la comunità internazionale è costretta a progettare il futuro della Libia e non con figure nuove che abbiano un curriculum meno ambiguo e più democratico. Del resto, la rivolta libica non ha portato all’orizzonte alcun interlocutore credibile. Anzi, semmai, si sono visti tra i leader del Cnt alcun personaggi vicini all’estremismo islamico qaedista, sul conto dei quali l’amministrazione Usa ha chiesto spiegazioni ai ribelli.

A gettare ulteriore scredito sui “traditori” del colonnello ha pensato la figlia di Gheddafi, Aisha, che in un’intervista al “New York Times” ha fatto sapere che tanti ex funzionari di suo padre passati in questi giorni nelle file dell’opposizione, “si tengono in contatto” con il regime di Tripoli. “Ci hanno detto che hanno le loro famiglie, figlie, figli, spose, e che hanno paura per loro, ed è per questo motivo che hanno assunto queste posizioni", ha spiegato la battagliera figlia del raìs, facendo riferimento ad alcuni leader del Consiglio di transizione nazionale di Bengasi. "Molti dei membri del Consiglio hanno lavorato con mio padre per 42 anni e gli sono stati fedeli. Pensa che se ne andrebbero così?”

E’ innegabile che lo stallo cui è giunta la situazione sul campo rischia di portare alla divisione del paese con l’eventuale rafforzamento di al Qaeda nel Maghreb islamico. Un rischio intollerabile soprattutto per l’Europa, che potrebbe trovare vicino alle sue coste un situazione simile a quella afgana. L’unica prospettiva utile per gli interessi occidentali è dunque la caduta del regime di Gheddafi. Pensare però che il dopo-Gheddafi, per grazia ricevuta, diventi una democrazia, è forse un po' azzardato.

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha fatto in questi giorni un dono ai libici, ordinando la fornitura di aiuti non militari ai ribelli, per un valore complessivo di 25 milioni di dollari. Prima degli Stati Uniti, anche l’Italia e molti altri paesi europei hanno inviato aiuti d’emergenza alla popolazione libica. Lo stesso impegno militare comporta un costo anche in termini economici. Con la grande mobilitazione in difesa di valori come la libertà e la democrazia, gli occidentali hanno messo nel conto sicuramente anche gli interessi economici. E proprio per salvaguardare questi interessi, morali, etici ed economici, la comunità internazionale deve interrogarsi su come imporre alla futura classe dirigente libica il modo per garantire un processo di transizione verso un sistema di governo almeno non autoritario. (a.f.a.)