Mezzaluna
20.04.2011 - 18:44
Analisi
 
Libia: l’esito incerto della crisi preoccupa i paesi africani
Roma, 20 apr 2011 18:44 - (Agenzia Nova) - I paesi africani temono un esito traumatico della crisi libica con conseguenze negative sulla propria sicurezza interna e riflessi ancora peggiori sulle economie nazionali. Insomma, il ventilato intervento militare terrestre di truppe occidentali in Libia per estromettere con la forza il regime del colonnello Muhammar Gheddafi, oppure la divisione del paese nordafricano in due stati sono prospettive non gradite non solo ai governi dei paesi dell’instabile zona del Sahel, ma anche alle nazioni che fanno parte dell’Unione Africana. L’incertezza mostrata dalla coalizione internazionale su quale strategia adottare per estromettere Gheddafi, ancora saldamente al potere dopo un mese di bombardamenti della Nato, rischia di aumentare i timori di non pochi paesi del continente nero.

Nei giorni scorsi, cinque capi di stato africani sono andati a Tripoli e Bengasi a proporre al regime ed ai ribelli una mediazione per una soluzione negoziata del conflitto interno libico; mediazione che tra l’altro è stata subito bocciata dai rivoltosi perché contemplava una permanenza, anche se simbolica, di Gheddafi alla guida del paese durante la fase di transizione. La principale ansia dei paesi della regione del Sahel riguarda soprattutto l’aspetto della sicurezza. Anche se non si conosce il numero dei mercenari che combattano nelle file delle brigate del colonnello, ci sono stime - come quelle citate dalla tv “al Jazeera” - che parlano di “alcune migliaia”, ai quali andrebbero aggiunti “una decina di migliaia di combattenti Tuareg”, tribù nomadi disseminate nel grande Sahara che attraversa Libia, Mali, Niger, Ciad e Burkina Faso. Non è difficile immaginare quali effetto produrrebbe il ritorno in patria di questi combattenti, siano essi mercenari o uomini del deserto Tuareg.

Il dirompente impatto che potrebbe provocare un numero così elevato di soldati armati ed addestrati in società divise e poco stabili politicamente a causa della labile legittimità dei loro governi rischierebbe di cambiare gli stessi equilibri politici di quei paesi. Vale la pena ricordare che in tutta la zona del Sahara occidentale è fortemente presente l’Organizzazione di al Qaeda nella terra del Magreb islamico (Aqmi) che, grazie ai numerosi sequestri di turisti o operatori occidentali, ha racimolato non pochi milioni di dollari di riscatto in cambio della liberazione degli ostaggi. La stessa zona è, da tempo, crocevia principale del traffico di stupefacenti provenienti dall’America Latina prima di prendere il via verso l’Europa. E’ vero che gli eserciti dei paesi del Sahel e del Sahara africano, grazie proprio al sostegno Usa e europeo, hanno acquisito una certa esperienza nel combattere il fenomeno terroristico, tuttavia l’esperienza da sola non basta. Per affrontare un’eventuale minaccia terroristica dei “nuovi arrivi” di reduci della guerra in Libia occorrono finanziamenti che a questi paesi, per quanto se ne possa sapere, nessuno ha promesso né garantito.

Per il momento, ogni governo si organizza come può. L’Algeria ad esempio, paese limitrofo alla Libia, e proprio per questo maggiormente esposto al rischio terrorismo anche per la forte presenza interna di fondamentalisti islamici. E’ di questi giorni infatti l’“ordine tassativo” dato dai comandi militari algerini al proprio esercito di aprire il fuoco contro chiunque tenti di violare la frontiera con la Libia, come riferiscono indiscrezioni apparse sulla stampa locale. Non solo, ma unità dell’esercito algerino, con migliaia di soldati sostenuti dalla copertura dell’aviazione militare, hanno lanciato una vasta operazione di “bonifica” nel deserto. E sempre secondo la stampa locale, fonti della sicurezza del Mali hanno sostenuto che al Qaeda intenderebbe effettuare dei sequestri di persona e poi trasferire gli ostaggi in Libia “allo scopo di consolidare la sua presenza” nel paese nordafricano in preda alla guerra civile.

Oggi, il ministro di stato algerino, Abdulaziz Belkhadim, in una dichiarazione pubblica ha apertamente affermato che l’instabile situazione libica sarebbe la causa principale del riacutizzarsi del terrorismo nel suo paese. Per Belkhadim, che è anche il “rappresentante personale” del presidente Abdelaziz Bouteflika, “il ritiro dell’esercito libico dalle zone di confine con l’Algeria” avrebbe lasciato “il campo libero” ai trafficanti d’armi vicini ai gruppi terroristici. Si potrebbe obiettare che i governi locali esagerino con l’allarme terrorismo per ragioni di politica interna, sta di fatto comunque che l’ambasciata francese ad Algeri ha messo in guardia i suoi cittadini dal rischio di sequestri di persona.

Al di là dell’allarme dei “mercenari reduci” dalla guerra libica, per molti paesi della regione c’è un altro rischio da non sottovalutare: i lavoratori africani alla corte di Gheddafi. E’ vero che numerosi lavoratori sono riusciti a lasciare il paese, ma la maggioranza di essi è ancora intrappolata. Le stime indicano poco meno di 2 milioni di lavoratori rimasti che se tornassero in massa potrebbero far arrivare il problema della disoccupazione nei loro paesi d’origine a livelli intollerabili.
Un altro riflesso negativo sulle economie africane dovuto al perdurare della crisi libica è rappresentato dagli ingenti investimenti della famiglia Gheddafi e del governo di Tripoli in quei paesi. Miliardi di dollari in strutture alberghiere e di turismo, centinaia di stazioni di benzina e grandi terreni utilizzati nell’allevamento di volatili come nel Togo; società di telecomunicazioni come nel Niger e molte aziende nel settore minerario in varie altre nazioni africane: sono tutti investimenti messi a rischio dall’incerto futuro della Libia.

Ma forse per l’Occidente, alle prese con una forte crisi economica, l’incognita degli africani è un problema secondario. Poi, con gli Stati Uniti che si sono sostanzialmente disimpegnati dalle operazioni militari della Nato e con un’Europa divisa e incerta sul da farsi, i problemi dell’Africa sembrano destinati a non essere ascoltati. Con l’inevitabile conseguenza di un sentimento di rancore verso un Occidente ricco interessato solo “a dividersi” la torta di una Libia divisa in due, in quanto “soprattutto le società petrolifere francesi ed italiane cercheranno di spartirsi il greggio” che Gheddafi starebbe per lasciare. O almeno, questo è il monito che la tv satellitare “al Jazeera” rivolge ad arabi e africani in attesa di una soluzione occidentale al problema Libia. (a.f.a.)