Atlantide
20.04.2011 - 18:37
ANALISI
 
Gaza, nuovo fronte caldo?
Roma, 20 apr 2011 18:37 - (Agenzia Nova) - Il barbaro assassinio del pacifista italiano Vittorio Arrigoni da parte di un gruppo di terroristi salafiti, maturato nelle prime ore del 15 aprile, ha attirato l’interesse dell’opinione pubblica verso un altro dei fronti caldi apertisi nel Mediterraneo in questo primo quadrimestre del 2011. Sarebbe tuttavia molto provinciale soffermarsi sull’identità dei responsabili, trascurando il contesto di riferimento in cui tutta la vicenda è maturata, che è quello di un grosso rimescolamento di carte che non ha interessato soltanto Tunisia, Egitto e Libia, ma altresì il triangolo compreso tra Palestina, Israele e Siria, dove sono in sviluppo crisi in parte interconnesse, con un elevatissimo potenziale di internazionalizzazione.

Il problema maggiore è, verosimilmente, al Cairo. Ed è determinato dalla percezione di un processo rivoluzionario che la caduta di Mubarak non ha certamente concluso. La maggioranza degli analisti ritiene in effetti che la giunta militare al potere stia mirando a una graduale cooptazione al potere della Fratellanza Musulmana, con l’idea ultima di traghettare progressivamente l’Egitto verso il modello di Islam politico moderato affermatosi in Turchia. Non è certo però che il tentativo possa riuscire. Esiste anzi il pericolo concreto che l’Egitto si ponga sulla traiettoria pachistana, con la progressiva radicalizzazione delle forze armate e dei servizi di sicurezza.

Ad ogni modo, non manca chi vede nei risultati del recente referendum costituzionale, che ha confermato con la maggioranza del 77 per cento la base shariatica della legislazione egiziana, un sintomo emblematico dell’asse in via di allestimento tra militari e islamisti al Cairo. Appare altrettanto significativo che a questo esito abbiano tentato senza successo di opporsi i copti, parte delle donne e i giovani internauti di Piazza Tahrir.

La svolta filo-islamica della giunta militare potrebbe adesso avere riflessi importanti anche sulla politica estera egiziana, rimasta finora fedele agli Accordi di Camp David che portarono la pace tra Israele e il governo del Cairo. In particolare, una parte degli osservatori israeliani ritiene che la giunta militare egiziana sia divisa e che stia prendendo forza al suo interno il ministro degli Esteri, Nabil al Araby. Questi ha dichiarato di voler mantenere aperti i valichi con Gaza qualora si verifichi un nuovo conflitto tra Hamas e la jihad islamica palestinese, da un lato, e lo Stato ebraico dall’altro. Era stato invece un pilastro della politica di Mubarak quello di sigillare la Striscia in caso di guerra, in modo tale da prevenire l’allineamento tra la Fratellanza Musulmana egiziana ed Hamas, che ne è stata a tutti gli effetti un’emanazione.

E’ ormai un mese che da Gaza piovono razzi e colpi di mortaio su una porzione significativa del territorio israeliano ed a tratti addirittura un quinto della popolazione dello Stato ebraico è stato costretto ad abbandonare le proprie case per cercare protezione nei rifugi. Ovviamente, le forze armate israeliane hanno reagito a questi attacchi imbastendo a loro volta una serie di raid, senza però cedere alla tentazione di scatenare una replica della controversa operazione “Piombo Fuso” di tre anni fa. Hanno potuto farlo anche perché almeno sul piano psicologico sembra aver dato buona prova di sé l’innovativo sistema di difesa antimissilistica noto come Iron Dome o Cupola di ferro.

Probabilmente l’offensiva scatenata dagli integralisti palestinesi contro Israele serve soprattutto a verificare sino a che punto l’Egitto intenda rimanere fedele allo spirito degli Accordi di Camp David. L’obiettivo sarebbe quindi quello di precipitare una reazione più che proporzionale da parte di Tel Aviv per costringere il Cairo a modificare apertamente la propria posizione o fronteggiare un’insostenibile contestazione interna da parte della Fratellanza Musulmana.

Negli ultimi giorni, peraltro, Hamas avrebbe negoziato con Israele una limitazione delle proprie provocazioni, forse anche per facilitare il dialogo intavolato con Al Fatah: potrebbe essere in questa svolta “moderata”, quantunque tattica, la causa immediata del sequestro di cui è rimasto vittima Arrigoni e che ha fatto emergere allo scoperto una contestazione radicale e islamista alla politica di Hamas nella Striscia. (g.d.)
 
E’ un problema anche la Siria
Roma, 20 apr 2011 18:37 - (Agenzia Nova) - E’peraltro motivo di preoccupazione anche la situazione in Siria, perché la crisi che minaccia la sopravvivenza del regime di Bashir al Assad ha un elevatissimo potenziale di internazionalizzazione. Gli Assad, infatti, hanno la base del loro potere in una minoranza confessionale di matrice sciita, quella degli alawiti, il cui monopolio è oggetto di crescenti contestazioni da parte della piazza, maggioritariamente sunnita.

L’uomo forte di Damasco le sta provando tutte per restare a galla. Ha fatto ricorso tanto alle maniere forti quanto alla promessa di un’intensa stagione di riforme. Da ultimo, ha cercato di allargare la base dei propri consensi facendo importanti concessioni alla minoranza curda vivente in Siria. Ma la situazione è lungi dal poter essere considerata stabile e pare tra l’altro che importanti esponenti del Partito Baath, che governa la Siria, abbiano iniziato a trasferire famiglie e patrimoni all’estero.

E’ difficile immaginare tuttavia una resa pacifica di Assad e degli alawiti. Diversi analisti, non solo israeliani ma anche americani, prevedono infatti da tempo un intervento diretto iraniano a sostegno dell’alleato in difficoltà. E non mancano coloro che lo ritengono già in corso. E’ evidente che l’eventuale ingresso a Damasco di Pasdaran o reparti militari persiani al fianco dell’apparato di sicurezza siriano farebbe del paese degli Assad un protettorato di Teheran, materializzando la mezzaluna sciita che congiungerebbe la Repubblica Islamica agli Hezbollah libanesi. Nessuno sa come si comporterebbe in uno scenario del genere Israele, che verrebbe a quel punto a confinare direttamente con il regime degli ayatollah.

Se si fa un passo ulteriore, la situazione emerge in tutta la sua potenziale gravità: ci sono infatti importanti segni di disgelo anche tra l’Iran e l’Egitto. Nulla vieterebbe quindi di ipotizzare a questo punto il graduale coagularsi di un grande fronte anti-israeliano, di cui sarebbero parte la Repubblica islamica iraniana, l’Egitto, la Siria sotto l’influenza di Teheran, parte del Libano e naturalmente l’Hamastan di Gaza. Difficilmente Tel Aviv resisterebbe in quel caso alla tentazione di scatenare un nuovo conflitto preventivo, che avrebbe caratteristiche simili a quelle della Guerra dei sei giorni del 1967.

Anche se nessuno sa come si posizionerebbero in un simile conflitto gli americani e i russi, non è da escludere che i primi confermerebbero l’atteggiamento passivo mostrato negli ultimi mesi nel Mediterraneo, lasciando agli attori locali il compito di determinare da soli il proprio destino, mentre i secondi opererebbero verosimilmente di rimessa. Washington darebbe per certa la superiorità di Tel Aviv ed accetterebbe il verdetto del campo. A scelte forse più difficili verrebbe chiamata la Turchia, che per arginare l’espansione di Teheran finirebbe con l’essere risucchiata sul versante filo-israeliano della contesa, compromettendo la politica di equidistanza tra le parti osservata negli ultimi anni, per la quale non sussisterebbe più alcuno spazio. (g.d.)
 
La Libia verso lo stallo
Roma, 20 apr 2011 18:37 - (Agenzia Nova) - Le operazioni in Libia non paiono aver fatto grandi passi verso una soluzione decisiva. Tra insorti e lealisti si è determinato infatti uno stallo. Si combatte tra Misurata ed Agedabia e non è prevedibile una svolta che sia in grado di dischiudere a Gheddafi le porte di Bengasi o ai ribelli quelle di Tripoli, tanto più che gli aerei inglesi e francesi hanno finito le smart bomb e non è nell’aria un coinvolgimento nella lotta di truppe di terra. L’Italia, tuttavia, malgrado l’evidente incertezza, ha ormai saltato il fosso, riconoscendo il Consiglio dei ribelli come unico organismo rappresentativo di tutta la Libia: è un passo che non han fatto neanche i britannici, in prima linea nei bombardamenti, è che non pare privo di rischi.

Se infatti Gheddafi rimanesse padrone di una porzione importante della Libia, parte significativa delle forniture energetiche dirette al nostro paese potrebbe prendere altre vie e dovremmo, come già scritto altre volte, considerare seriamente anche l’eventualità di attacchi terroristici condotti dai numerosi lealisti libici soggiornanti sul nostro territorio nazionale, a partire da coloro cui venne rilasciato un visto triennale nel 2008, in vista del G8 italiano.

L’evidente interesse italiano all’eliminazione di Gheddafi consiglierebbe al governo italiano di dar corso alla richiesta degli alleati e degli insorti di armare i nostri aerei e di autorizzarli a condurre missioni offensive contro le milizie del regime di Tripoli. Ma il presidente del Consiglio è su un’altra lunghezza d’onda, mentre La Russa è stato costretto ad abbassare sensibilmente il profilo tenuto in questa vicenda. Peraltro, si sarebbe deciso di fornire armi leggere agli insorti.

Una linea difficile, per non dire contorta, che probabilmente non accontenterà nessuna delle parti in causa. Inoltre, a dispetto di tutto, gli orientamenti italiani in questa crisi continuano a cozzare con gli intenti della Germania, la cui diplomazia si sarebbe attivata a sostegno di una road map per por fine alla guerra, che contemplerebbe la permanenza del rais al potere sino alla celebrazione di nuove elezioni. Per ora, i ribelli hanno respinto queste proposte al mittente. Ma mano a mano che Gheddafi si avvicina a Bengasi, non è escluso che possano riconsiderare la questione.
(g.d.)