Mezzaluna
13.04.2011 - 19:05
ANALISI
 
Medio Oriente: la primavera araba, Barack Obama e la questione palestinese
Roma, 13 apr 2011 19:05 - (Agenzia Nova) - Forse il presidente statunitense, Barack Obama, preferirebbe dedicarsi alle questioni interne del suo paese per garantirsi un secondo mandato. L’inquilino della Casa Bianca, tuttavia, è costretto a prepararsi ad una campagna elettorale che immancabilmente lo trascinerà anche sulle questioni di politica estera, la maggior parte delle quali riguarda il Medio Oriente. “La primavera araba”, infatti, non può che essere seguita da altre stagioni prima di capire se la “rivoluzione dei gelsomini” tunisina sboccerà nei fiori sperati dalle nuove generazioni arabe.

Intanto però la questione palestinese, da sempre al centro dell’interesse degli arabi, sembra entrare in un cono d’ombra, salvo riemergere con la recentissima escalation di attentati contro Israele. Attentati e lancio di razzi da Gaza, che hanno trovato la pronta rappresaglia israeliana con l’inevitabile rischio di rimettere in crisi i tentativi Usa di raggiungere la pace. Obiettivo, questo, che se realizzato darebbe molte chance ad Obama nella sua campagna elettorale per il 2012.

In Tunisia, come in Egitto, oltre alle grandi preoccupazioni per le prospettive economiche, c’è una forte incertezza sul futuro politico dei due paesi. Nell’attuale delicata fase di transizione verso le prime libere elezioni stanno emergendo segnali d’affermazione dei partiti islamici. Sia i Fratelli Musulmani d’Egitto che il partito islamico tunisino “el Nahda” sono accreditati intorno al 30-35 per cento. Con i giovani della rivolta, inesperti e poco organizzati, è giocoforza pensare che i due partiti islamici con forte radicamento nel territorio siano candidati ad ottenere la maggioranza relativa.

In un futuro sistema politico, che in entrambi i paesi ha ridimensionato le prerogative del capo dello stato, la prospettiva è quella dell’egemonia degli islamici. E’ vero che sia in Tunisia e che in Egitto l’esercito svolge un ruolo di garanzia che dovrebbe tranquillizzare Washington, ma è anche vero che, in particolare, la giunta militare che governa al Cairo ha fatto significative aperture verso gli ayatollah di Teheran, anche loro islamici anche se di confessione diversa.

Una svolta, quella dei generali egiziani, che potrebbe significare l’uscita del grande paese arabo dal cosiddetto “fronte moderato” filo-occidentale guidato proprio dall’Egitto assieme all’Arabia Saudita. C’è da aggiungere che la ribellione libica, esattamente come le rivolte in corso in Siria, Yemen e Bahrein, hanno tutte inequivocabili connotati islamici di sapore fondamentalista.

Un'eventuale frantumazione del “Fronte moderato”, accompagnata da una probabile ascesa islamica, significherebbe un cambiamento strategico capace di sconvolgere la geografia politica di tutto il Medio Oriente. Tuttavia, gli avvenimenti in corso offrono uno scenario poco chiaro, sia su come andranno a finire le varie rivolte che sulla reale strategia dell’amministrazione Usa.

In Libia, a cinquantasette giorni dall’inizio della rivolta del 17 febbraio e dopo diversi giorni di bombardamenti della Coalizione internazionale, il regime del colonnello Muhammar Gheddafi resiste ancora. In Occidente, come del resto nei paesi arabi, sembra ci si stia rassegnando all’idea della divisione del paese. Dopo la secessione del Sud Sudan dal nord del paese arabo-africano per effetto di un referendum popolare, anche nello Yemen, paese attraversato da un'estesa ondata di proteste, non è da escludere del tutto la nascita di uno stato nel meridione.

Questo rischio di frammentazione e divisione nei paesi della regione non gioverà certamente alla stabilità del Medio Oriente. Sarà vero che gli attuali sommovimenti hanno distratto gli arabi dalla priorità della questione palestinese, ma chi potrebbe garantire che il futuro non riservi un riaccendersi violento del conflitto arabo-israeliano? Una brusca avvisaglia l’ha riservata la recente escalation militare tra Gaza e Gerusalemme.

Paradossalmente, da quando il presidente palestinese Mahmoud Abbas ha annunciato di volersi recare a Gaza per riconciliarsi con Hamas, dall’enclave sono ripresi i lanci dei razzi contro Israele. Lanci che non si verificavano da molto tempo e che sono stati accompagnati da altri sanguinosi attentati: proiettili anticarro contro uno scuola-bus, un ordigno contro un autobus a Gerusalemme e l’orrenda strage di un’intera famiglia di coloni nei pressi di Nablus.

La risposta israeliana è stata dura e gli sviluppi della situazione potrebbero far fallire l’ennesimo tentativo di raggiungere anche la riconciliazione inter-palestinese. Eppure, proprio la scorsa settimana una quarantina di ex alti ufficiali della difesa e delle forze armate israeliane, inclusi ex capi del Mossad (servizi segreti) e dello Shin-Bet (sicurezza interna), hanno preparato un piano di pace che prevede la costituzione di uno Stato palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, entro i confini antecedenti il conflitto del 1967, ad eccezione di limitati scambi di territori con Israele.

Secondo anticipazioni raccolte dalla stampa israeliana, il piano prevede anche che Gerusalemme est divenga capitale del futuro Stato palestinese, il ritiro di Israele dalle alture del Golan siriano e la costituzione di meccanismi di sicurezza regionale e di cooperazione economica. Il piano prevede anche indennizzi finanziari ai profughi palestinesi e il loro eventuale assorbimento nello stato palestinese.

A un piccolo numero di persone sarà consentito di tornare in Israele. L’iniziativa, secondo i promotori, è nata dalla necessità di rispondere all’ondata di rivolte popolari che sta sconvolgendo il Medio Oriente e per lanciare un’iniziativa diplomatica israeliana in risposta allo sforzo diplomatico che i palestinesi stanno conducendo per ottenere un consenso internazionale a una proclamazione d'indipendenza unilaterale, tramite l’Onu, il prossimo settembre.

Tra i sostenitori dell’iniziativa vi sono l’ex capo del Mossad, Danny Yatom, l’ex capo dello Shin-Bet, Yaacov Perri, l’ex capo di stato maggiore Amnon Lipkin-Shahak, l’ex segretario generale del partito laburista Amram Mitzna. Il piano, che intende essere la risposta di Israele al piano di pace arabo del 2002 e che si basa su vari documenti discussi da israeliani e palestinesi nel processo di pace dell’ultimo decennio, è stato presentato al premier Benyamin Netanyahu che non lo ha finora commentato, almeno in pubblico.

Il premier ha accettato in passato il principio di una soluzione del conflitto basata sulla formula dei due stati. Per il momento nessun commento al piano è giunto da parte palestinese. Ma c’è da sperare che, dietro all’iniziativa di pace israeliana ci sia Obama, desideroso di riconfermarsi inquilino della Casa Bianca. (a.f.a.)
 
Egitto: il dopo-Mubarak vede gli islamici favoriti, il futuro si prospetta incerto
Roma, 13 apr 2011 19:05 - (Agenzia Nova) - El Sayyed el Badawi, il presidente del partito egiziano “al Wafd”, in un'intervista pubblicata, alcuni giorni fa, sul maggior quotidiano egiziano, “al Ahram”, ha annunciato la propria candidatura alla presidenza dell’Egitto. L’intervista non ha avuto alcuna eco sulla stampa occidentale, eppure il leader del “più storico” partito egiziano ha fatto una dichiarazione, a dir poco, scioccante per un esponente di un partito “liberale” come il suo: “Se diventerò presidente abrogherò il trattato di pace tra Egitto e Israele”.

Questo, ha aggiunto, a meno che “non venga riconosciuta la costituzione di uno stato palestinese sulla terra occupata nel 1967 e con capitale Gerusalemme”. L’ambizioso el Badawi, nato nel 1947, ha poi spiegato implicitamente la sua dirompente posizione quando, nella stessa intervista, ha aggiunto di stare “seriamente pensando di accettare la proposta dei Fratelli Musulmani di partecipare alle prossime elezioni in una lista comune” insieme con il suo partito.

Alle elezioni legislative egiziane mancano ancora sei mesi, e sono in molti a dare proprio la confraternita islamica come probabile vincitrice. I Fratelli, fuori legge dal 1954, dopo la caduta del regime di Hosni Mubarak si sono trasformati in un partito politico ed oggi sono la forza meglio organizzata sulla scena politica dell’Egitto. E’ vero che i maggiori artefici della rivolta contro Mubarak sono stati i giovani laici, studenti usciti dalle università statunitensi del Cairo, ma al referendum costituzionale del 20 marzo sono stati i Fratelli Musulmani a mobilitare gli elettori.

La confraternita infatti ha votato in massa gli emendamenti della Carta perché non fosse abrogato il controverso articolo che assegna alla legge islamica “la fonte d’ispirazione per le leggi” del paese. Per far cadere il divieto di costituire un partito, i Fratelli hanno dovuto sottostare alla condizione, posta dalla giunta militare che governa il paese, di non presentare un candidato alle prossime elezioni presidenziali, che dovranno svolgersi subito dopo le elezioni legislative di settembre.

Vale la pena di ricordare che un presidente indebolito delle sue prerogative dalle modifiche alla carta costituzionale richieste attraverso l’ultimo referendum, rafforza il potere del parlamento. E che quest'ultimo, verosimilmente, in assenza di una coalizione delle forze laiche, potrebbe essere dominato da deputati islamici. Poter contare su di un alleato “laico”, come el Badawi, che ricopra la massima carica dello stato, per gli islamici significherebbe di fatto l’inizio di una fase di potere assoluto.

Inoltre, non è chiaro fino a che punto l’esercito potrà svolgere la funzione di garante, viste le recenti aperture del Consiglio supremo delle Forze armate verso repubblica islamica iraniana, dopo trent'anni di relazioni conflittuali tra i due paesi. Il “nuovo” Egitto è pronto a dare inizio a una nuova pagina con l’Iran, ha affermato qualche giorno fa il ministro degli Esteri del Cairo, Nabil al-Arabi sorprendendo non poco gli Stati Uniti e Israele, che temono svolte pericolose del nuovo governo.

“L’Egitto apre una nuova pagina con tutti i paesi del mondo, compreso l’Iran”, ha dichiarato al-Arabi, trascurando il fatto che l’Iran non è un paese come gli altri nella storia dell’Egitto moderno. “I popoli egiziani e iraniani meritano relazioni che riflettano la loro storia e la loro civiltà, a condizione che siano basate sul rispetto reciproco della sovranità degli stati e la non ingerenza negli affari interni”, ha aggiunto il ministro degli Esteri egiziano, cercando di prevenire le probabili telefonate in arrivo da Washington e Tel Aviv con lo scopo di sondare se la svolta del Cairo metta in discussione il trattato di pace con Israele, pietra miliare della politica estera egiziana degli ultimi tre decenni.

Teheran ruppe le relazioni diplomatiche con il Cairo dopo la rivoluzione iraniana del 1979, accusando l’Egitto di tradimento proprio per il trattato di pace con Israele dell’anno precedente, e nel 1981 non nascose l'esultanza dopo l’assassinio dell'allora presidente egiziano Anwar Sadat (artefice della pace con Israele), arrivando a intitolare una strada, in una zona centrale della capitale iraniana, al capo del commando terrorista autore della strage, Khaled Eslamboli.

Se l’Egitto dovesse davvero cambiare atteggiamento verso Israele, verrebbe meno un alleato strategico sul confine meridionale, fatto che costringerebbe Tel Aviv a rafforzare militarmente anche questo confine. Escludere del tutto una deriva islamica del potere al Cairo forse non è prudente. Ma intanto, quel che si vede nella piazza Tahrir del Cairo è uno scenario da guerra aperta. Questa fine settimana ci sono stati i primi scontri tra i manifestanti e la polizia militare; un autobus utilizzato per il trasporto delle truppe è stato incendiato; 48 bottiglie incendiarie sono state trovate in un tunnel sotto la piazza; la zona è stata chiusa dai militari con il filo spinato, sono state fatte entrare solo alcune ambulanze. Gli scontri, secondo fonti non ufficiali, hanno causato almeno tre morti.

Alle violenze, però, non hanno preso parte i Fratelli Musulmani, che hanno lasciato soli i giovani “alleati” della rivolta, il quali cominciano a mostrarsi sempre più convinti del rischio di una “controrivoluzione” che alcuni sospettano sia il frutto di una tacita intesa tra esercito e islamici. Una situazione, questa, favorita anche dall’assenza di un’alternativa credibile ai “Fratelli” sul territorio. Due candidati presidenti del calibro dell’ex direttore generale dell’Agenzia internazionale per l'energia atomica, Mohammed el Baradei, e dell’attuale segretario della Lega araba, Amr Moussa, sembrano non riuscire ad attirare le masse laiche del paese, che pure sono la maggioranza.

Gli stessi giovani che nei giorni della rivolta apparivano compatti dietro la guida soprattutto di el Baradei, sembrano non riuscire a trovare una formazione politica che li rappresenti. L’ultima “coalizione dei giovani” per “ripristinare lo spirito della rivoluzione” è stata fondata l’11 aprile. L’annuncio sembrerebbe non conoscere una fine migliore delle altre nuove sigle unitarie che lo hanno preceduto. Viste le difficoltà dei laici, il partito nazionale democratico (Pnd) al potere, uscito malconcio dalla disfatta del dopo-Mubarak, sembra cercare di inserirsi nel gioco politico.

In un congresso “costitutivo” tenuto alcuni giorni fa al Cairo, il partito ha cambiato nome in “Nuovo Pnd” ed ha eletto un nuovo segretario. La scelta è caduta, non a caso, su al Talat Sadat, figlio dell’ex presidente Sadat che nel 1978 fondò il partito. Talat, tra l’altro, è stato un fiero deputato dell’opposizione. L’incertezza sul futuro politico del grande paese arabo sembra peraltro essere aggravata da una crisi economica molto profonda. Due “pilastri” del Pil nazionale infatti sono attualmente a corto d'ossigeno: sono il turismo e le rimesse dei lavoratori egiziani all’estero.

Secondo recenti studi economici, già nel 2009 le autorità del Cairo temevano che circa mezzo milione di lavoratori egiziani potessero perdere il posto di lavoro nei paesi del Golfo a causa della crisi finanziaria mondiale del 2008. A questo handicap in un settore che contribuisce al Pil con oltre il 10 per cento, vanno aggiunte due ulteriori criticità: la fiducia venuta meno di molti emigranti, che inviano i propri risparmi in una patria che rischia la rivoluzione, e soprattutto il peso economico di oltre 153 mila lavoratori (dati ufficiali di giugno) fuggiti dalla Libia per tornare a casa senza alcuna prospettiva di lavoro.

Se possibile, ancora più immediata è l’emergenza turismo, che è uno dei settori più importanti dell’economia egiziana. Più di 12,8 milioni di turisti visitano l’Egitto ogni anno, fornendo un fatturato di oltre 13 miliardi di dollari. Il settore impiega circa il 12 per cento della forza lavoro nel paese. I dati del ministero del Turismo stimano in 1,5 miliardi di dollari Usa le perdite complessive del settore nel periodo tra febbraio e fine aprile 2011. Per uscire da questa situazione il Consiglio di cooperazione dei ricchi paesi del Golfo (Ccg) ha offerto all’Egitto “aiuti economici e umanitari”.

“No grazie, non chiediamo elemosine, ma se volete potete investire nel nostro paese”, è stata la risentita replica del generale Hussein Tantawi, capo della giunta militare, che per il momento si mostra ottimista sul futuro politico ed economico dell’Egitto. (a.f.a.)