Atlantide
12.04.2011 - 20:55
ANALISI
 
Immigrazione: l’Ue respinge la richiesta italiana di “europeizzare” l’emergenza
Roma, 12 apr 2011 20:55 - (Agenzia Nova) - La novità più importante dal punto di vista della politica estera italiana è senza dubbio il tentativo di europeizzare la crisi migratoria, esperito dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, con la decisione di concedere ai tunisini sbarcati nel nostro paese un visto temporaneo per motivi umanitari, che nelle intenzioni del nostro governo avrebbe dovuto permetterne il libero movimento all’interno del territorio degli stati partecipi degli accordi di Schengen. Nell’impossibilità di aprire delle trattative in altro modo, l’Italia si sarebbe sostanzialmente mossa unilateralmente, cercando il fatto compiuto e costringendo i nostri partner europei a prendere quanto meno atto della situazione e riconsiderare in termini nuovi il problema.

Il primo paese a reagire è stato, com’è noto, la Francia, il cui ministro degli Interni, il prefetto Claude Gueant, ha visitato venerdì scorso Milano per discutere con il titolare del Viminale lo sbocco da dare alla questione. Nei giorni precedenti, Gueant si era fatto a sua volta interprete presso di noi della necessità del presidente francese, Nicolas Sarkozy, di evitare l’afflusso incontrollato di nuovi migranti magrebini sul suolo francese, predisponendo tra l’altro una serie di contromisure alle frontiere, che avrebbero certamente determinato una situazione di grande difficoltà a Ventimiglia e Modane. L’atteggiamento rigido assunto dai francesi in questa circostanza sarebbe legato all’evidente fragilità dell’Eliseo rispetto alla sfida lanciata alla sua destra da Marine Le Pen, il cui Front Nationale esprime posizioni notoriamente intransigenti sul versante delle politiche migratorie.

La linea di difesa ipotizzata dai nostri cugini transalpini per arrestare l’orda, o comunque renderne più lento e graduale il materializzarsi, era che ai permessi concessi dal governo italiano dovesse essere associata tutta una serie di garanzie ulteriori, prime fra le quali la disponibilità di documenti validi, il possesso di una somma minima indispensabile e la ragionevole possibilità di escludere l’ingresso in Francia di persone dal profilo criminale comprovato. Il ministro Maroni aveva invece sostenuto la tesi che, con il conferimento di un permesso temporaneo per ragioni umanitarie, i migranti economici potessero ormai essere equiparati ai rifugiati. In questo modo, a prescindere dalla fondatezza dei profili giuridici evocati, è stata abilmente precostituita una base negoziale, ponendo sul tavolo qualcosa da scambiare.

A quanto è dato sapere, il vertice svoltosi la scorsa settimana è stato particolarmente difficile e complesso, al punto che il raggiungimento di un accordo è stato in bilico fino alla fine. Tuttavia, al termine un compromesso è stato trovato. Gueant ha fatto ritorno a Parigi con la certezza di poter esercitare un certo filtro alle frontiere nei confronti dei tunisini che si presenteranno, ma ha offerto a Maroni due contropartite interessanti.

La prima è la disponibilità francese a pattugliare con le navi della propria Marina le acque prospicienti la Tunisia, in base alla quale verrà presto allestita una missione binazionale marittima di contenimento e dissuasione del deflusso. L’Italia è così uscita dall’isolamento in cui si trovava e dovrebbe ora essere in grado di esercitare ben altra pressione nei confronti dei nostri vicini d’oltremare. Non è poco, specialmente se si considera che fermare i migranti tunisini è obiettivamente rilevante anche ai fini dello stabilimento di una dissuasione credibile nei confronti degli egiziani, che potrebbero presto essere spinti dall’instabilità del loro paese a cercar fortuna in Europa.

Parigi, seconda novità, pareva aver accettato di porre il proprio peso dietro la richiesta italiana di discutere in ambito europeo la ripartizione degli oneri da sostenere nell’assorbimento dei migranti in arrivo. A quanto pare, tuttavia, questa apertura si è rivelata insufficiente, perché a questo punto si è mossa contro l’Italia la Germania, alla quale non sono evidentemente sfuggite le conseguenze ultime dell’intesa maturata tra Roma e Parigi. La Repubblica federale ha in effetti aperto un intenso “fuoco di sbarramento” già dal pomeriggio di venerdì, temendo di esser chiamata a far le spese dell’intesa italo-francese.

Successivamente, valendosi del grande peso geopolitico di cui dispongono in Europa, i tedeschi hanno abilmente manovrato per suggerire il respingimento della richiesta avanzata da Italia e Malta per attivare le procedure previste dalla direttiva del Consiglio europeo 55/2001, che prevedono la condivisione dell’assorbimento dei migranti non rimpatriabili, come i tunisini giunti nel nostro paese fino alla settimana scorsa, dei quali il paese di origine rifiutava la riammissione coatta. Di qui la sconfitta maturata in Lussemburgo, che obbligherà l’Italia a considerare tutta una serie di contromisure aggiuntive, incluso il sovvenzionamento dei migranti di cui ci si intende liberare, per permettere loro di superare le frontiere dei nostri partner europei, dando vita ad uno scaricabarile che seminerà scontento ovunque ed accentuerà la tendenza dei principali stati dell’Ue a percepirsi come portatori di irriducibili interessi contrapposti.

Ci attendono quindi verosimilmente tempi difficili, di accentuata rinazionalizzazione delle politiche estere e di sicurezza in Europa. Tanto più che la gestione dell’immigrazione non è l’unico terreno di scontro. Difficilmente, infatti, contribuirà a stemperare il clima la scelta appena fatta dalla Banca centrale europea di alzare i tassi d’interesse mentre sussistono gravi difficoltà nella gestione del debito pubblico in tutta una serie di Stati europei. Per difendere dall’inflazione la Germania ed i suoi satelliti, si è in effetti deciso di comprimere ulteriormente i redditi ed i consumi dei paesi europei del Mediterraneo, cosa che presto o tardi accentuerà i risentimenti. (g.d.)
 
Libia: lo stallo nel conflitto non è una buona notizia
Roma, 12 apr 2011 20:55 - (Agenzia Nova) - Non cessa di avvitarsi la crisi politico-militare libica. Com’era previsto da molti analisti, la campagna aerea alleata e l’imposizione di una no fly zone si sono rivelati infatti insufficienti a capovolgere le sorti della guerra civile. Le milizie lealiste stanno prevalendo, grazie alla loro superiorità materiale, al punto che i ribelli protestano ormai contro l’inefficacia dell’azione dell’Alleanza atlantica, che da almeno otto giorni è priva di un sostanziale apporto Usa.

Non è una buona notizia, perché questo sviluppo negativo si è consolidato proprio nella settimana in cui l’Italia ha riconosciuto il Consiglio nazionale transitorio di Bengasi come unico interlocutore legittimo della Libia nei rapporti con il nostro governo. Si è così determinata una situazione per certi versi paradossale, perché sulla strada del riconoscimento degli insorti il nostro paese è rimasto solo con Francia e Qatar, mentre ha mantenuto una posizione differente la Gran Bretagna, che ha bombardato le milizie lealiste senza negare la rappresentatività del regime di Gheddafi.

E’ evidente che la pragmatica diplomazia britannica ha preferito riservarsi i superiori margini di manovra che occorrono per mediare in un eventuale negoziato. Non è per caso che Londra è già stata visitata da almeno un emissario di Tripoli e che successivamente l’ambasciatore britannico di stanza a Roma si sia recato anche a Bengasi. Con Whitehall si è posta in aperta competizione soltanto la Turchia, raggiunta anch’essa da messi del leader di Tripoli, Muhammar Gheddafi, ed intenzionata ad esercitare nuovamente un ruolo in quello che fu un dominio della “sublime porta”. Ha invece perso terreno l’ipotesi di una mediazione vaticana, che è stata preclusa dalla scelta italiana di scommettere tutto sul successo dei ribelli.

Nell’oscurità si è invece mossa efficacemente la Germania che, stando almeno a fonti israeliane, avrebbe inviato l’ex capo dei propri servizi segreti ad affiancare il presidente sudafricano Jakob Zuma nella gestione delle trattative intavolate per convincere Gheddafi ad un cessate il fuoco. Pare che alla fine il rais abbia accettato una proposta di compromesso articolata in una vera e propria road map, in quanto contemplerebbe la propria permanenza al potere, almeno fino al momento in cui verranno indette e celebrate delle elezioni, non si sa bene quando e con quali garanzie.

Ora si tratta di convincere gli insorti, che tuttavia si trovano ormai in una posizione di grande debolezza. Per l’Italia, ovviamente, queste sono sgradite novità, giacché una loro eventuale conferma esporrebbe il nostro paese a conseguenze significative sia sotto il profilo delle forniture energetiche che sotto quello di una possibile minaccia terroristica futura. Roma e Parigi potrebbero cedere alla Cina parte importante dell’export di greggio libico finora ricevute – rispettivamente il 28 ed il 12 per cento del totale – magari a tutto vantaggio della Cina, che fino allo scorso anno acquistava solo l’11 per cento del petrolio di Tripoli, per giunta di qualità inferiori.

Per quanto riguarda il pericolo terrorismo, questo si collega all’eventualità che un Gheddafi sopravvissuto al potere, anche solo su parte della Libia, possa cercare vendette colpendo a tempo debito interessi italiani o persino scatenando una campagna di attentati ai nostri danni. Parrebbero paranoie, ma potrebbero non esserlo. Il pericolo è stato infatti esplicitamente contemplato negli Stati Uniti dall’Fbi, che da qualche settimana ha preso a controllare con grande attenzione i cittadini libici residenti nel paese. (g.d.)