Mezzaluna
07.04.2011 - 18:42
ANALISI
 
Medio Oriente: il nuovo Egitto apre all'Iran e Washington sembra acconsentire
Roma, 7 apr 2011 18:42 - (Agenzia Nova) - L’Egitto post-Mubarak è senza dubbio in una fase di transizione in cui la giunta militare ha il compito di traghettare il più grande paese arabo verso la democrazia chiesta da milioni di manifestanti della rivolta giovanile del 25 gennaio. Chi segue le vicende di questo paese annoverato all’epoca dell’ex presidente Hosni Mubarak, assieme all'Arabia Saudita, tra gli stati-guida del cosiddetto “Fronte dei moderati”, non può non notare una svolta nella politica estera della nuova leadership insediatasi al Cairo. Un nuovo corso improntato a un atteggiamento di apertura: sul fronte interno verso i Fratelli musulmani, ma soprattutto sul fronte delle relazioni con lo schieramento anti-occidentale della regione guidato dalla Repubblica islamica iraniana. E il tutto sotto gli occhi di un'amministrazione Usa che sembra non essere disturbata da questo cambiamento di rotta.

Ieri, Nabil al Arabiy, nuovo capo della diplomazia egiziana, a sorpresa, ha ricevuto nel suo ufficio al Cairo, Mujtabi Amani, responsabile degli interessi iraniani in Egitto. Al termine del colloquio, il ministero ha fatto sapere in un comunicato che il nuovo Egitto vuole “normalizzare i rapporti” con Teheran, prima di annunciare che il capo della diplomazia del Cairo ha “accettato un invito del ministro degli Esteri iraniano a visitare Teheran”.

E’ un nuovo corso che sembra seguire le orme percorse dalla Turchia di Recep Tayyip Erdogan: normalizzare i rapporti con tutti i paesi vicini. E’ la “politica di non aggressione” di Ankara che privilegia gli interessi economici e strategici attraverso il dialogo, al posto dei vecchi conflitti del passato. Sono molti gli “indizi” lasciati dalla nuova leadership post-Mubarak che fanno pensare a una nuova politica d’apertura nei confronti di uno schieramento regionale avverso con il quale, prima delle rivolte arabe, non c’era alcun dialogo. Primo indizio: una visita “segreta” a Damasco del generale Murad Muafi, nuovo capo dell’intelligence che ha sostituito l’ex uomo forte di Mubarak, Omar Suleiman. Muafi ha incontrato i responsabili siriani con i quali ha discusso di “coordinamento della sicurezza strategica bilaterale”, come riportano alcune indiscrezioni apparse sulla stampa araba.

Secondo indizio: il permesso concesso a molti esponenti palestinesi di Hamas di lasciare l’enclave di Gaza per volare tranquillamente dall’aeroporto del Cairo verso Damasco (prima era proibito lasciare Gaza ai leader di Hamas che non avevano sottoscritto il documento di riconciliazione interpalestinese presentato dall’Egitto). Terzo indizio: l’autorizzazione accordata a due navi da guerra iraniane di attraversare il canale di Suez e raggiungere il porto siriano di Latakia nonostante le proteste di Israele. Erano trent’anni che le navi da guerra iraniane non attraversavano il canale di Suez, da quando cioè gli ayatollah di Teheran hanno preso il potere nel 1979. Quarto indizio: l’abbandono di un linguaggio ostile verso la milizia sciita libanese “Hezbollah” per fare posto ad un atteggiamento più cordiale e una maggiore freddezza verso la coalizione guidata dall’ex premier filo-occidentale Saad Hariri. Quinto indizio: il viaggio in Sudan, il primo da quando occupa la carica, del primo ministro egiziano Ezzam Sharaf, per parlare della controversia con i paesi africani sul bacino del Nilo per la spartizione delle acque del grande fiume africano; un viaggio che rivela come siano cambiate le priorità del nuovo Egitto che prima privilegiava altri teatri come il Golfo a difesa di una regione che veniva ritenuta gravemente minacciata dall’Iran.

Paradossalmente, l’apertura egiziana verso Teheran coincide con una escalation mediatica e politica dei paesi del Golfo contro l’Iran. Chi legge la stampa saudita di questi giorni, infatti, potrebbe pensare che Riad sia sul piede di guerra con Teheran, in particolare dopo le recenti dichiarazioni del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad che ha chiesto alla dinastia di Riad di chiedere “scusa” per aver inviato un contingente militare nel Bahrein al fine di aiutare la dinastia sunnita di Manama a sopprimere la rivolta della maggioranza sciita.

Di fronte ad uno scenario che cambia, gli Stati Uniti sembrano non essere preoccupati. Anzi, l’amministrazione Usa del presidente Barack Obama invia messaggi di segno opposto; è di ieri l’annuncio di Washington della fine della sua partecipazione alle operazioni militari in Libia. Non solo, ma il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha affermato che il suo paese non ha alcuna intenzione di intervenire militarmente in Siria dove è in corso una rivolta che chiede riforme e osteggia il regime di Damasco. La Clinton evita quindi di criticare un alleato di Ahmadinejad come il presidente siriano Bashar al Assad per prendere le distanze da un “fido” amico degli Stati Uniti e “protetto” dall’alleato saudita, come il presidente dello Yemen, Ali Saleh. Il capo della diplomazia Usa ha infatti intimato a Saleh, l’uomo che combatte al Qaeda nel suo paese, di lasciare il potere e lo Yemen.

Siamo di fronte ad un cambiamento radicale nella strategia degli Stati Uniti in Medio Oriente? Forse è presto per dirlo. Certo è che gli “indizi” sulla svolta egiziana e l’apparente consenso della Casa Bianca non hanno suscitato alcuna protesta significativa da parte di Israele che, ufficialmente, ha una posizione ostile agli ayatollah di Teheran. (a.f.a.)