Atlantide
04.04.2011 - 20:35
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Analisi
 
Libia: meno voli alleati, stallo al fronte, grande lavorio per le trattative
Roma, 4 apr 2011 20:35 - (Agenzia Nova) - La guerra scatenata da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti contro il regime di Muhammar Gheddafi sembra segnare il passo. A due settimane dall’inizio della campagna, le truppe lealiste sono state infatti respinte a Bengasi e ricacciate indietro di parecchie centinaia di chilometri, ma sono riuscite successivamente a riorganizzare una linea di resistenza, sbarrando la via di Sirte agli insorti, che ora sono nuovamente sulla difensiva. Sono molte le città ed i terminali petroliferi ad esser più volte passati di mano.

La circostanza dipende dal fatto che l’aviazione alleata non sembra al momento in grado di assicurare una copertura adeguata agli avversari del Rais, sia sotto il profilo dell’intensità che quello della continuità. Il rovesciamento di fronte verificatosi tre giorni fa, ad esempio, sarebbe stato favorito anche da una tempesta di sabbia, che avrebbe impedito agli aerei della Nato di sostenere i ribelli.

E’ comunque un fatto che i velivoli impegnati sopra la Libia sono raramente più di una decina alla volta, a dispetto dell’entrata della Nato nel conflitto, che è maturata senza che sulla scena irrompessero apprezzabili rinforzi dagli Stati Uniti. E questa situazione pare destinata a peggiorare, dal momento che Washington non fornisce più già da due giorni alcun aereo alle azioni alleate pianificate per ottenere il rispetto della no fly zone. I vertici militari fedeli a Gheddafi, inoltre, sembrano esser riusciti a minimizzare lo squilibrio apparso nei cieli, disperdendo parte dei mezzi pesanti di cui dispongono dentro gli abitati, dove possono essere impiegati contro gli insorti senza poter esser colpiti dall’alto in attacchi che produrrebbero fatalmente vittime civili collaterali, ora rapidamente mediatizzate con l’attivo contributo dell’episcopato locale di Tripoli.

Va altresì ricordato come quello libico sia un teatro di grandi dimensioni, circostanza che enfatizza la superiorità di chi disponga di una logistica organizzata e di un minimo di struttura. L’esito della campagna rimane comunque in bilico, seppure Gheddafi paia adesso in vantaggio. Perché la battaglia non si sta sviluppando solo sul terreno, ma in un complesso di altre dimensioni.


Primi tentativi di negoziato?

Si osserva in effetti da qualche giorno una dinamica interessante. Mentre si diffondono, non si sa quanto ad arte, voci relative al moltiplicarsi delle defezioni dal campo lealista, due personalità di peso vicine al Rais hanno raggiunto la Gran Bretagna. Il primo sarebbe un emissario del regime, tal Mohammed Ismail, probabilmente latore per conto di Saif al Islam Gheddafi di una proposta di negoziato, che tuttavia non pare aver trovato accoglienza calorosa a Londra. Il secondo a recarsi nel Regno Unito è stato addirittura il ministro degli Esteri libico, Moussa Koussa, la cui iniziativa mostra singolari punti di contatto con il misterioso volo di Rudolph Hess, il delfino di Hitler che abbandonò la Germania per tentare d’intavolare negoziati e por fine con un compromesso anglo-tedesco alla Seconda guerra mondiale.

In apparenza, Koussa, che aveva trattato con americani e britannici la composizione del contenzioso di Lockerbie, sarebbe da annoverarsi tra i fuggiaschi che hanno abbandonato Gheddafi. Ma il trattamento che sta ricevendo non è quello che sarebbe lecito attendersi in questi casi. Nessuna immunità, ma sottoposizione ad interrogatori e probabile incriminazione per i noti fatti pregressi, dei quali peraltro sono sempre più numerosi coloro che ritengono altri i veri responsabili. Un comportamento che sembra fatto apposta per irrigidire chiunque in Tripolitania stia considerando l’idea di tradire per assicurarsi un futuro migliore nel caso in cui il Rais venisse sconfitto. Qualcosa non quadra.

Se non si tratta di un abile depistaggio, è chiaro che a Londra l’ex capo dei servizi segreti libici è considerato ancora un avversario a tutti gli effetti. Un altro messo che, per non esporre il regime tripolino alle conseguenze di un fiasco, esattamente come Hess 61 anni fa, ha scelto di compiere la propria missione assumendosi il rischio di agire senza una copertura formale. Nelle ultime ore, altri negoziatori del regime di Tripoli sono partiti alla volta della Turchia e, pare, della Grecia.


Vogliono negoziare anche gli insorti

Che il regime sia ancora piuttosto saldo in sella, pare dimostrarlo anche un’altra circostanza. Stanno iniziando a considerare l’idea di offrire una tregua anche gli insorti, che ora chiedono al Rais di lasciare la Cirenaica al suo destino, senza rivendicare più il controllo dell’intera Libia. E’ un segno di debolezza eclatante per chi solo pochi giorni or sono insisteva sull’impossibilità d’intavolare trattative e l’inaccettabilità di una partizione della Libia.

Le autorità di Bengasi sono in difficoltà anche sotto altri profili. Sono infatti affiorati dubbi importanti sul loro riguardo. C’è chi non crede che gli intellettuali presenti all’interno del Comitato nazionale provvisorio siano effettivamente in grado di controllare islamisti e dinamiche tribali, imponendo loro un’autentica democrazia liberale. Il Pentagono, inoltre, sospetta che i vertici della rivolta siano infiltrati da elementi della galassia jihadista e comunque desidera sapere qualcosa di più sul loro conto: ha premuto in tal senso soprattutto il repubblicano Robert Gates, risolutamente contrario tanto all’idea di armare gli insorti (anche perché ci stanno pensando l’Egitto e, sembra, il Qatar) quanto all’impiego di truppe di terra statunitensi sul suolo libico.

Fonti israeliane vicini al Mossad, inoltre, hanno accusato i ribelli cirenaici di aver addirittura venduto ad Hamas ed all’Hezbollah dei proiettili d’artiglieria caricati a gas. Un’abile mossa forse disinformativa, che la dice lunga però sulle preferenze di Gerusalemme nella lotta in corso. In effetti, Israele ritiene una vittoria degli insorti contraria ai suoi interessi nazionali, in quanto suscettibile di rafforzare una giunta militare egiziana di fatto ormai in combutta con i Fratelli musulmani. Ad un’islamizzazione politica della Libia, sotto l’influenza del Cairo o meno, sembrerebbe credere anche la Chiesa cattolica, che teme di veder ulteriormente ridotti i suoi margini d’azione in Nord Africa e spinge attivamente per l’apertura di canali di dialogo.


Più probabile la divisione del paese?

Tutto parrebbe congiurare quindi nella direzione della divisione del paese. Un esito che tutti definiscono inaccettabile a parole – ma che permetterebbe anche a Parigi di piantare la sua bandiera in Cirenaica – e che sarebbe di certo a questo punto paradossalmente negativo proprio per l’Italia, nel cui futuro potrebbe esserci adesso anche la sopravvivenza di un leader politico pericoloso, imprevedibile ed offeso nei nostri confronti come il colonnello Gheddafi. Stanno emergendo in questo frangente tutti i rischi della scelta interventista fatta precipitosamente il 17 marzo scorso, che è stata verosimilmente dettata soprattutto dalla paura di trovarsi dal lato dei perdenti, se non dalla preoccupazione, tutta domestica, di far dimenticare il baciamano del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, al Rais.

Colpisce, in questo contesto, anche la circostanza che il nostro paese si sia precocemente autoescluso da qualsiasi possibile sviluppo negoziale, con la decisione di chiudere l’ambasciata di Tripoli, assunta forse per timore di rappresaglie del regime libico, mentre nella capitale di Gheddafi rimanevano senza turbamento gli inviati delle maggiori testate giornalistiche e radiotelevisive nazionali, e fortemente avversata dalla Chiesa cattolica, che non ha disertato e si sta adesso autocandidando ad autorevole sede alternativa di trattativa. Spingono in questa direzione molti esponenti del servizio diplomatico vaticano ed esponenti dell’episcopato nord-africano e siciliano, come Giovanni Innocenzo Martinelli e Domenico Mogavero, rispettivamente vescovi di Tripoli e Mazara del Vallo.

Anche questo è un dato significativo: la Santa Sede intende svolgere un ruolo d’elevato profilo in questa vicenda e lo ha dimostrato anche con gesti alquanto inusuali, come la presenza di un delegato apostolico alla conferenza di Londra della scorsa settimana, un fatto che, a detta degli esperti, non si verificava dai tempi del Congresso di Vienna del 1815. Una volta tanto, esiste quindi un’evidente comunanza d’interessi tra le due sponde del Tevere. Sarebbe il caso di tenerne conto. (g.d.)