Mezzaluna
30.03.2011 - 19:59
 
 
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30 mar 2011 19:59 - (Agenzia Nova) - Servizi-italiani.net ha pubblicato on-line e reso disponibile gratuitamente un nuovo e-book: “Le Rose dell’Islam, cinquanta piccole storie di donne”, a cura di Warda al-Din. Tratte dalla selezione della stampa araba realizzata quotidianamente dalla società, le storie raccolte nel volumetto aprono una finestra sul mondo femminile nei paesi islamici, raccontando delle difficoltà, dei pregiudizi, ma anche dei grandi cambiamenti in corso nell’universo musulmano. In questo senso, “Le Rose dell'Islam” vuol essere il nostro piccolo contributo al rinnovamento in corso. L’e-book può essere scaricato dalla Home page www.servizi-italiani.net, oppure dal sito www.agenzianova.com.
ANALISI
 
Libia: Gheddafi resiste, il paese è a serio rischio di divisione
Roma, 30 mar 2011 19:59 - (Agenzia Nova) - Alla conferenza di Londra sulla Libia ieri, gli interventi sono stati tutti incentrati sulla necessità di estromettere il rais Muhammar Gheddafi dal potere. Tuttavia, quello che avviene sul campo di battaglia tra i ribelli appoggiati dalla copertura area della Nato e le truppe fedeli al regime di Tripoli sembra disegnare uno scenario del tutto diverso. La situazione sui vari fronti di combattimento non è chiara. Le notizie provengono in maggioranza da una parte sola, ovvero dai grandi mezzi d’informazione occidentali e da qualche canale televisivo arabo come la qatariota “al Jazeera” e la saudita “al Arabiya", emittenti entrambe apertamente schierate contro il colonnello. Di contro, i media del regime sono deboli, poco professionali e soprattutto inattendibili.

I caccia della coalizione internazionale continuano a compiere incursioni a ritmo quotidiano contro obiettivi diversi. Alcuni raid hanno colpito Sabah nell’estremo sud del paese, altri la capitale Tripoli, dove sono state udite numerose esplosioni. Tuttavia è molto difficile conoscere la natura degli obiettivi presi di mira e il numero delle eventuali vittime civili. Le notizie che giungono parlano della riconquista da parte dei fedelissimi del colonnello delle cittadina di Bin Jawad e soprattutto della strategica città petrolifera di Ras Lanuf, nell'est della Libia. Nell'ovest, invece, le brigate del figlio di Gheddafi, Khamis, hanno sotto il loro controllo la città di Misurata.

Sviluppi, questi, che indicano la capacità delle forze di Tripoli di reggere l’urto; il che significa che si è di fronte, molto probabilmente, ad una guerra lunga e di logoramento, non ad un rapido collasso del colonnello, come speravano invece i ribelli. Ed è forse proprio la strenua difesa attuata dai fedelissimi del regime ad aver suggerito al presidente Usa, Barack Obama, una certa prudenza. Nel suo intervento di ieri, Obama ha parlato di “errore” riferendosi all'ipotesi di far cadere con la forza il regime di Gheddafi, sottolineando che gli Stati Uniti non invieranno truppe terrestri per raggiungere tale obiettivo.

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu non autorizza espressamente a far crollare il regime di Tripoli con la forza, ma è ormai una verità neanche tanto celata che la "coalizione dei volenterosi”, che sostiene i ribelli, stia agendo proprio in tal senso. Del resto, numerosi stati, tra cui l’Italia, hanno cominciato a riconoscere come “unico e legittimo rappresentante” del popolo libico il Consiglio nazionale di Transizione (Cnt), aprendo addirittura ambasciate e consolati a Bengasi, roccaforte dei ribelli.

Non si può non ammettere però che a 43 giorni dall’inizio della rivolta del 17 febbraio, la capitale Tripoli è ancora sotto il saldo controllo del regime, come del resto, anche se in misura minore, città importanti come Sirte, Sebha, Zawia e Ras Lanuf. Non solo, ma dopo le defezioni dei primi giorni, non c’è stata “la fuga generale” degli esponenti del regime. L’opposizione accusa Gheddafi di tenere “sotto sequestro” nel suo bunker a Bab al Azizya ministri come Moussa Koussa, Abdul Majid al Aqud, Abdul Fattah Ghanim, Abdul Salam al Treky e il capo del governo al Bagdadi al Mahmoudi. Ma alcuni di questi “sequestrati”, come Moussa ed altri, non solo hanno liberamente lasciato il paese ma sono anche tornati, mentre avrebbero potuto benissimo rimanere all’estero.

Sono molte le domande che sorgono nel cercar di disegnare un quadro attendibile di quello che sta realmente avvenendo in Libia, in mezzo a un mare di notizie contraddittorie e non accertabili. Vale la pena di ricordare le notizie accreditate dalle grandi agenzie internazionali nei primi giorni della rivolta, in cui si è parlato di “spari sulla folla” e “fosse comuni” ad opera del regime, notizie poi smentite. L’ultima “bufala” in ordine di tempo è stata quella lanciata dalla tv "al Jazeera", rilanciata poi dai media occidentali, che parlava di una “Sirte espugnata dai ribelli” ed è poi stata clamorosamente smentita da un corrispondente della "France press" giunto sul posto.

Gheddafi è stato chiaro: non abbandonerà il potere così facilmente come sperano i suoi avversari. E’ isolato, non ha più amici, da quasi due settimane i jet della coalizione lo martellano, ha risorse limitate rispetto alla potenza di fuoco della Nato che a breve non avrà più obiettivi da colpire. Ma il regime non molla, anzi mostra segni di ripresa. Tutti questi dati di fatto suggeriscono che l’unico modo per mandare via Gheddafi sarebbe inviare truppe regolari di terra. Infatti, inviare armi ai ribelli non può risolvere il problema; i tempi per addestrare i rivoltosi ad adoperare sistemi d'arma capaci di avere la meglio sulle truppe di Gheddafi sono lunghi e l'esito non sarebbe comunque scontato.

Il timore è che si sia di fronte ad una lunga guerra che potrebbe durare mesi, se non addirittura anni. Un conflitto che rischia di sancire sul terreno la divisione della Libia in due stati: uno nella Cirenaica, nell'est del paese, e l’altro in Tripolitania, nell'ovest. Il primo, ricco e seduto su enormi riserve petrolifere scoperte di recente (alcune fonti parlano di riserve simili addirittura a quella dell’Arabia saudita, le più grandi del pianeta), e un secondo stato povero, assediato e ripudiato dal mondo. Come la Cuba di Fidel Castro, che nonostante tutto è riuscita a sopravvivere.

L’Occidente rappresentato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia “vuole il petrolio ed è riuscito già a strapparlo a Gheddafi”, come ricorda un editoriale del quotidiano palestinese “al Quds al Arabi”, che aggiunge: “Non crediamo perciò che vorrà (l’Occidente) mandare a morire i suoi soldati per abbattere il regime di Tripoli. Più probabile che lo lascerà cadere come il frutto marcito di un albero”. (a.f.a.)
 
Medio Oriente: la rivolta siriana rischia di incendiare il vicino Libano
Roma, 30 mar 2011 19:59 - (Agenzia Nova) - Le autorità siriane hanno sequestrato un'imbarcazione carica di armi partita dal porto di Tripoli, in Libano. Secondo quanto ha reso noto la tv di stato siriana nella tarda notte di martedì, gli inquirenti ritengono che l'imbarcazione sia stata inviata dai capi del gruppo politico al-Mustaqbal (“Futuro”) guidato dall'ex primo ministro Saad Hariri, notoriamente attestato su posizioni filo-occidentali. Il portavoce del gruppo politico libanese, Ahmad al-Hariri, ha però respinto ogni accusa. Comunque sia, emerge un dato incontrovertibile: la rivolta in corso in Siria rischia di incendiare il Libano, paese vicino fortemente legato alle sorti del regime di Damasco.

Negli ultimi giorni, contemporaneamente alla rivolta scoppiata in Siria contro il regime del presidente Basher al Assad, sono avvenuti diversi “incidenti” che destano grande preoccupazione in Libano. Due giorni fa c'è stata l’esplosione di un ordigno di fronte a una chiesa nella valle della Bekaa, poco lontano dal punto in cui alcuni giorni prima erano stati rapiti sette ciclisti estoni; l'attentato è stato poi seguito nel pomeriggio da scontri nella capitale tra sunniti anti-siriani e sciiti pro-Damasco, che manifestavano di fronte all’ambasciata siriana di Beirut a favore di Assad. Fatti, questi, che sembrano confermare i timori condivisi da gran parte dei libanesi di pericolose e imminenti ripercussioni locali della crisi in corso nel vicino regime siriano, scosso da dieci giorni da proteste senza precedenti.

Un lavoratore siriano è rimasto ferito, sempre a Beirut, da un colpo d'arma da fuoco sparato da ignoti durante una manifestazione in sostegno del regime di Basher al-Assad nel quartiere misto sunnita-sciita di Naba’a, a ovest della capitale. Il regime di Assad, come quello del colonnello libico Muhammar Gheddafi, si dichiara vittima di un complotto. Le autorità siriane hanno accusato elementi armati “sconosciuti” di aver compiuto attacchi contro le forze di sicurezza nella città portuale di Latakia, nel corso delle manifestazioni scoppiate nei giorni scorsi, il cui bilancio è di almeno 12 morti.

L'opposizione, rappresentata dal Partito socialista democratico siriano, ha tuttavia smentito l'ipotesi, accreditata dal potere, del complotto armato finanziato dall'estero, dicendo che "esiste una vera spaccatura fra il regime e il popolo e, se ci sono stati assalti da parte di bande armate, il regime lo deve dimostrare con prove documentate". Il potere a Damasco, insomma, invia un messaggio duro ad una "importante corrente politica della nuova opposizione libanese”: attentare alla sicurezza della Siria è considerato come il "superamento di una linea rossa” che non sarà tollerato.

Il regime sostiene, in buona sostanza, di avere sufficienti dati che confermano il coinvolgimento di questi ambienti libanesi sia negli incidenti di Dera’a che in quelli di Latakia. Funzionari della sicurezza siriana hanno messo a disposizione dei loro colleghi libanesi alcune informazioni, con l’impegno di presentare un dossier completo “al momento opportuno”. A rincarare la dose ci ha pensato la stampa libanese filo-siriana che manda, a sua volta, messaggi di minaccia cifrati allo schieramento filo-occidentale del paese dei Cedri.

Ieri, in un editoriale intitolato “La storia siro-libanese”, il quotidiano vicino al regime di Damasco “Al Safir” scrive: “Siccome la storia insegna che le riforme in Siria sono molto difficili e possono con facilità andare nella direzione esattamente opposta a quella sperata dalla protesta, saggezza vuole che i libanesi mantengano il silenzio assoluto, come se gli avvenimenti storici di questi giorni in Siria stiano accadendo in una paese lontano come il Venezuela. La storia non perdona i libanesi, siano essi favorevoli od ostili a Damasco. E fino a prova contraria non esiste una terza categoria di libanesi. Qualunque cosa succeda in Siria, scriverà una nuova pagina di storia per il Libano”. (a.f.a.)
 
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