Atlantide
28.03.2011 - 21:21
 
 
ANALISI
 
Libia: lo scenario internazionale dopo il passaggio del comando alla Nato
Roma, 28 mar 2011 21:21 - (Agenzia Nova) - La stampa italiana ha giustamente dato ampio rilievo alle notizie provenienti da Bruxelles, evidenziando come un successo del nostro paese l’accordo raggiunto negli ultimi giorni per conferire alla Nato il comando di tutte le operazioni militari avviate per dare attuazione alla risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite ed impedire al colonnello Muhammar Gheddafi di liquidare l’insurrezione che ne contesta il regime da oltre un mese. Sono in effetti accadute cose davvero notevoli. Perché anche grazie alle pressioni statunitensi e turche, la Francia è stata costretta a rinunciare alla gestione unilaterale delle proprie incursioni ed ha accettato di sottomettersi alla pianificazione integrata dell’Alleanza atlantica.

Rimangono certamente dei nodi insoluti, ma le premesse per risolverli sono state gettate. Va ora in primo luogo acquisita la conferma che all’ambito Nato viene ricondotta non solo la direzione tecnico-operativa ma anche la gestione politico-strategica dei raid contro il regime libico. Secondariamente, occorrerà altresì garantirsi un adeguato coinvolgimento degli Stati Uniti nella guida della campagna: senza la leadership Usa, infatti, l’Alleanza atlantica è un guscio vuoto.

Andiamo con ordine: a quanto è dato di sapere al momento in cui questa nota viene redatta, Parigi opporrebbe ancora una resistenza significativa al trasferimento della pianificazione politica dal livello degli stati partecipanti a quello alleato. Ma non dovrebbe a questo punto esser difficile venirne a capo. La Francia è infatti ormai isolata nella difesa dello steering committee informale allestito con Londra e, dopotutto, quanto ha fatto finora dovrebbe comunque garantirle ritorni importanti nella Libia del dopo-Gheddafi.

In ogni caso, è altamente verosimile che la battaglia diplomatica finale sulle sorti di Tripoli venga combattuta il 29 marzo a Londra, alla conferenza internazionale del cosiddetto gruppo di contatto allargato, alla quale Francia e Gran Bretagna si presenteranno con un proprio piano, che prevede l’affidamento della Libia al Consiglio nazionale provvisorio creato dagli insorti. L’Italia sostiene di averne uno alternativo, condiviso anche da Berlino, che invece passa attraverso la negoziazione di un accordo tra le parti in lotta, mentre poco si sa dell’atteggiamento che terranno gli statunitensi. Ecco perché il livello della partecipazione di Washington al conflitto è la questione attualmente più delicata. Nei conflitti, chi paga la cena decide il menù e se gli Stati Uniti deliberassero di gettare sul piatto della bilancia tutto il peso geopolitico di cui dispongono, è chiaro che sarebbe la Casa bianca a determinare la posizione finale della coalizione passata sotto il cappello Nato.


Cruciale il livello del coinvolgimento Usa

Nei primi giorni di Odyssey Dawn, il coordinamento delle operazioni è stato esercitato dal comando “combattente” statunitense competente per l’Africa, Africom: una struttura relativamente leggera e di recente costituzione che si trova a Ramstein, in Germania, e non dispone di risorse e mezzi comparabili a quelli affidati ad Eucom e Central command. Per capirci meglio, Eucom è l’ossatura statunitense della struttura militare integrata della Nato, come prova la circostanza che sia diretto tradizionalmente dallo stesso generale posto a capo delle forze dell’Alleanza atlantica in Europa. Central command è invece il comando che ha gestito le guerre combattute da Washington in Afghanistan, Iraq e Somalia.

Il trasferimento della direzione militare della campagna in corso, per essere autentico e non di facciata, dovrebbe a questo punto implicare un avvicendamento tra Africom ed Eucom. Sembra che ciò sia avvenuto, ma la circostanza va verificata. Inoltre, è decisivo che alla trasmissione di queste responsabilità corrisponda anche un incremento delle risorse messe a disposizione dal Pentagono. Gli israeliani paiono ritenere che il presidente Barack Obama si sia risolto a questo passo ed in effetti la stampa internazionale documenta in modo convincente la crescita delle perplessità del Pentagono, che non desidererebbe calarsi in un altro conflitto nel mondo islamico.

E’ peraltro possibile che il conflitto libico duri molto meno di quanto si teme, perché all’interno dell’entourage che sostiene il regime di Tripoli si starebbero aprendo crepe importanti. Ad impressionare non è tanto la velocità, pure notevole, dei rovesciamenti di fronte, che è resa possibile dalle peculiari caratteristiche di un teatro operativo contrassegnato da una bassissima densità abitativa, quanto l’evidente perdita di tranquillità dimostrata dai lealisti. L’irruzione della polizia del regime nell’albergo che ospita la stampa internazionale residente nella capitale libica e il drammatico arresto dell’oppositrice avvenuto davanti ai giornalisti di tutto il mondo costituiscono un infortunio mediatico paragonabile a quelli di inizio marzo e sono certamente la manifestazione più evidente della tensione che è calata sullo schieramento lealista.

Circolano inoltre voci di nuove defezioni tra i quadri del regime ed ancor più preoccupante per le sue sorti è il possibile voltafaccia che si accingerebbero a compiere ai danni di Gheddafi alcune delle tribù a lui più vicine, evidentemente ormai insofferenti dei costi della lotta fratricida. Che si avvertono acutamente anche a Tripoli, come risulta da quanto dichiara il locale vescovo cattolico, monsignor Martinelli, secondo il quale scarseggerebbe in città persino la benzina. E’ a questo punto auspicabile che il leader libico esca quanto prima di scena, magari con una soluzione negoziata che garantisca un futuro dignitoso al suo clan e magari un confortevole esilio africano al rais, come suggerisce anche la Farnesina.

Nella speranza che ciò si verifichi, non è tuttavia possibile nascondere il fatto che la crisi in atto contenga alcuni elementi di grande interesse in prospettiva futura. Intanto, è una prova evidente dell’ampiezza del cambiamento che sta producendosi a livello globale, perché gli Stati Uniti hanno dimostrato in questo frangente di considerare con sempre minor interesse tanto l’Europa quanto il teatro mediterraneo. Si dovrà pertanto assumere che il coinvolgimento statunitense in future operazioni di grande ampiezza nella nostra parte di mondo non è più automatico e quanto accade anticipa probabilmente un dato destinato ad assumere carattere strutturale. Per l’Europa è una sfida di grande portata, giacché è bastato il primo accenno di disimpegno Usa in Mediterraneo a precipitare il ritorno delle vecchie rivalità di potenza che divisero gli stati del nostro continente nel secolo scorso.


Come si muovono Russia e Cina

E’ invece incerta l’interpretazione della posizione assunta da Russia e Cina in queste settimane. Mosca ha permesso con la propria astensione al Consiglio di sicurezza il varo della risoluzione 1973, in base alla quale sono state avviate le operazioni contro il regime libico. Sembra che sul punto sia emerso un contrasto tra il presidente Dmitrij Medvedev, cui si dovrebbe la scelta, ed il premier Vladimir Putin, che invece avrebbe desiderato l’opposizione del veto al Palazzo di vetro. Ma non è certo, e comunque è ormai un dato ininfluente. Ciò che adesso si vede è invece una Federazione Russa in grado comunque di estrarre qualche vantaggio da quanto accade.

Intanto, perché Mosca sta riuscendo a consolidare un suo ruolo nella gestione del conflitto israelo-palestinese. Gerusalemme si è infatti sentita tradita dal sostegno assicurato da Washington alle rivolte arabe ed è adesso maggiormente disponibile ad esplorare delle alternative, Cremlino incluso, esattamente come l’Arabia Saudita, che si è scontrata con Washington anche in Bahrein. Secondariamente, perché la frantumazione dell’Europa rende più facile il consolidamento delle partnership stabilite con la Germania e la Turchia. E’ l’Italia ad esser rimasta questa volta parzialmente fuori, generando problemi che dovranno essere affrontati quanto prima dal nostro governo, se non si vuol vedere compromessi in pochi giorni parte dei frutti degli sforzi diplomatici di anni. Va altresì considerato che, insieme alla grave crisi nucleare determinata in Giappone dall’incidente di Fukushima, il conflitto sta provocando un importante rialzo dei prezzi delle risorse energetiche, con gran beneficio per il bilancio dello stato russo, oltre ad enfatizzare il carattere strategico delle forniture di Mosca a diversi Paesi europei.

L’atteggiamento della Cina è invece più difficile da comprendere. Pechino era infatti il terzo acquirente del petrolio libico, dopo Italia e Francia, anche se riceveva del greggio di qualità inferiore rispetto a quello destinato ai suoi concorrenti europei. Può darsi che, nello sviluppo della crisi, la Repubblica popolare abbia intravisto la possibilità di profittare dell’eventuale rimescolamento delle carte. Ma non è una spiegazione convincente, specialmente perché la risoluzione 1973 ha creato un importante precedente sul terreno del diritto-dovere d’ingerenza umanitaria, che è un nervo scoperto per Pechino.

Si possono quindi solo avanzare congetture. Un’ipotesi è che la Cina ritenga possibile trarre profitto dalle ulteriori divisioni del campo occidentale, magari stabilendo rapporti più stretti con Berlino, che la dirigenza cinese vorrebbe incoraggiare ad una maggior autonomia dagli Stati Uniti, in modo tale da rendere più plausibile il divorzio tra euro e dollaro, che Pechino considera un proprio interesse strategico. Ma non è certo.


La linea italiana: riduzione del danno

In questo quadro, gli interessi dell’Italia sono ovviamente a rischio. Le risorse energetiche libiche sono un’importante posta in palio, ma non dovrebbe sfuggire il fatto che più ancora lo è la possibilità di esercitare un’influenza politica su Tripoli e Bengasi. La Farnesina può aver puntato sulla riconquista della Cirenaica da parte di Gheddafi, trincerandosi dietro l’irresolutezza della comunità internazionale, che si pronosticava garantita alle Nazioni unite da Mosca e Pechino. E’ chiaro che la risoluzione 1973, varata mentre erano in corso i festeggiamenti per il 17 marzo, ha colto di sorpresa il nostro paese costringendolo a rincorrere gli eventi.

Bisogna esser consapevoli che l’Italia si muove ora in un’ottica di contenimento del danno e che, probabilmente, in questa medesima ottica è diventato desiderabile anche per Roma l’abbattimento del regime libico. Se Gheddafi cadrà, come pare sempre più probabile, ci saranno infatti tempi e modi per risalire la china ed erodere le posizioni di vantaggio che immancabilmente francesi, statunitensi e britannici cercheranno di ritagliarsi. Nel lungo periodo, la geografia che oggi ci punisce, esponendoci agli assalti migratori dei disperati di ogni risma, dovrebbe infatti avvantaggiarci.

Qualora invece il colonnello riuscisse a sopravvivere, diventerebbe problematico impedirgli di effettuare rappresaglie contro il nostro paese che, dal suo punto di vista, lo ha certamente tradito, violando le clausole di non aggressione e non ingerenza contenute nel trattato bilaterale recentemente ratificato dal parlamento italiano. E’ quindi comprensibile anche sotto questo profilo che l’Italia abbia guardato all’ingresso sulla scena a pieno titolo della Nato con grande soddisfazione.
 
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