Mezzaluna
23.03.2011 - 18:42
 
 
ANALISI
 
Siria: arriva la rivolta, ma è difficile che ad Assad tocchi la stessa sorte di Mubarak e Ben Ali
Roma, 23 mar 2011 18:42 - (Agenzia Nova) - Una intifadah è in atto anche in Siria, paese alleato dell'Iran sul Mediterraneo e ai confini con Israele, rimasto finora ai margini delle rivolte arabe che dall’inizio del 2010 stanno sconvolgendo tutto il Medio Oriente. In questi giorni, migliaia di persone sono scese in strada a Daraa, nel sud del paese, dopo i funerali di un uomo ucciso ieri dalla polizia durante una manifestazione. Daraa è diventata a sorpresa il centro delle proteste anti-regime del paese, con dimostrazioni che si susseguono da giorni malgrado il dispiegamento in massa delle forze di sicurezza.

"Libertà" e "Rivoluzione" hanno urlato i manifestanti, chiedendo la fine del regime (che dura ormai da 48 anni) guidato da Bashar al-Assad, e prima da suo padre Hafiz. Eppure è difficile pensare che il regime di Assad possa rischiare la stessa fine di quello dell’egiziano Hosni Mubarak, caduto lo scorso 11 febbraio, e di quello dell’ex presidente tunisino Zine el Abidine Ben Ali, deposto un mese prima per effetto di rivolte, solo apparentemente analoghe a quella in corso in Siria.

In Siria, come nel Bahrein con i sunniti e in Libia con la tribù di Gheddafi, domina una minoranza. Nel caso di Damasco, anche se formalmente esiste un governo laico, tutto il potere, soprattutto quello del vertice militare, è concentrato nelle mani della setta alawita, una frangia dello sciismo, a scapito di una larghissima maggioranza sunnita. Gli alawiti, forse proprio perché minoranza, sono bene organizzati e rappresentano di fatto un'élite temuta e rispettata alla quale va aggiunta la tirannia di un regime, discreto nella forma, ma forse tra i più feroci dell’intero Medio Oriente.

Probabilmente oggi pochi ricordano un massacro, compiuto da Assad padre nella città di Hama, roccaforte dell'estremismo islamico nel centro-ovest della Siria. Il governo siriano e i media hanno sempre cercato di cancellare dalla memoria della popolazione gli eventi di quei giorni che, ancora oggi, sono un tema spinoso da affrontare. Hama è una piccola città a nord di Damasco, dove all’inizio del 1982 si consumò lo scontro tra il regime del partito Baath e il movimento dei Fratelli musulmani. Le ricostruzioni di quegli eventi sono ancora controverse, ma in totale le persone uccise furono tra le 10 e le 25 mila. Altre migliaia vennero incarcerate.

Oggi in Siria si cerca di presentare questo massacro come un momento chiave per la storia del paese: la violenta repressione di un movimento islamico estremista che già dalla metà degli anni '70 stava prendendo piede e che il regime riuscì a bloccare dall’interno, dando una struttura secolare al potere. Un terzo di secolo dopo, quella strage è ancora viva nella memoria di tanti siriani. E con l’era della globalizzazione, delle tv satellitari e di internet si tende a pensare che i tempi siano cambiati e che il regime non oserà replicare quella feroce repressione.

Ma probabilmente “è bene non farsi travolgere dall’ottimismo portato dal vento della primavera delle rivoluzione arabe”: il richiamo alla realtà è dell’autorevole editorialista del quotidiano panarabo “al Sharq al Awsat”, Ghassan al Imam, il quale ricorda che le uniche rivolte finora riuscite, in Tunisia e in Egitto, “sono state risolte dagli eserciti” che hanno garantito stabilità in un momento di drammatica transizione. Infatti, dove è mancato l’esercito - perché debole e frammentato tra ribelli e lealisti come nel caso della Libia di Gheddafi - “la rivolta, da pacifica è degenerata” prima in una guerra civile e poi in un conflitto che ha coinvolto la comunità internazionale.

Una cosa simile è successa anche nel Bahrein, dove al debole esercito del piccolo stato-isola il potente vicino saudita ha inviato in soccorso un contingente militare. “E’ impossibile”, invece, che succeda qualcosa di simile in Siria, è il parere di al Imam che argomenta così la sua tesi: “L’esercito siriano è settario, ovvero i suoi comandanti appartengono tutti alla setta degli alawiti e sono parte integrante del regime”, pertanto “è impossibile sperare in defezioni” dei generali, come invece sta avvenendo in questi giorni nello Yemen. E siccome senza i militari “è impossibile cambiare i regimi”, sperare in un cambiamento in Siria diventa davvero difficile.

Oltretutto, “una generazione internet” non è poi così diffusa in un paese povero dove, oltre ad un maniacale controllo delle autorità, bisogna aggiungere l'elevatissimo costo del tempo d'accesso alla rete imposto dal governo. Alla luce del rigido controllo dei mezzi di comunicazione tradizionali, è impensabile quindi credere di portare nelle piazze il grande numero di manifestanti visti nella città tunisine e egiziane. Non solo, ma i Fratelli Musulmani, unica forza d'opposizione potenzialmente destabilizzante, sono invisi agli ambienti laici e alle forze che si richiamano ai valori della sinistra.

Negli ultimi decenni, Damasco è stata meta di moltissimi intellettuali arabi che fuggivano da altre realtà dominate da estremismi islamici o da regimi despotici. Ospitalità che oggi, in un momento in cui gli intellettuali sono ascoltati dai giovani che protestano, può tornare molto utile al regime siriano. Anche la cura dedicata da tempo alla "cultura", oggi potrebbe far comodo alla famiglia Assad. (a.f.a.)
 
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