Atlantide
22.03.2011 - 16:10
 
 
ANALISI
 
Cosa sta succedendo con l’intervento in Libia
Roma, 22 mar 2011 16:10 - (Agenzia Nova) - Sono passati appena tre giorni dall’inizio di Odyssey Dawn, e già emergono tutti i limiti di un’operazione concepita malissimo e priva di quella coesione che soltanto una presenza d’alto profilo statunitense è in grado di assicurare ai grandi interventi militari. Andiamo con ordine. In modo rocambolesco, e all’insaputa dell’Italia, intorno al 10-12 marzo Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna hanno deciso di bloccare la riconquista della Cirenaica, alla quale Gheddafi stava procedendo dopo l’iniziale sbandamento. Il sito israeliano Debkafile aveva rivelato il 14 marzo scorso, otto giorni fa, come nel Mediterraneo fosse entrato un sottomarino d’attacco munito di missili cruise, il “Providence”, che non è mai mancato all’inizio delle maggiori missioni offensive americane. Poi, c’è stata l’accelerazione finale, maturata mentre l’Italia era assorbita dalle celebrazioni del 150mo anniversario dell’Unità e culminata due giorni dopo nella decisione assolutamente unilaterale del presidente francese Nicolas Sarkozy, che ha ordinato all’aviazione di attaccare un certo numero di postazioni militari libiche, prima ancora che terminasse l’importante vertice euro-arabo-africano che a Parigi avrebbe dovuto benedire l’iniziativa. Qualcosa, forse, stava andando storto e la Francia ha cercato il “fait accompli”.

I 112 missili da crociera Tomahawk lanciati dai mezzi navali della Royal Navy e della Marina statunitense, che dovevano inaugurare l’attacco, sono giunti solo ore dopo l’inizio delle ostilità. Ancora maggiore il ritardo degli altri “volenterosi” che si sono uniti alle danze, alcuni dei quali debbono ancora arrivare nel Mediterraneo. In realtà, di tutto quello che sta accadendo stupisce soprattutto lo stupore delle cancellerie. Forse la Nato ci aveva abituato troppo bene o forse abbiamo già dimenticato la tendenza di noi europei ad assumere comportamenti collettivamente autolesionistici. In ogni caso, abbiamo probabilmente avuto un assaggio di come potrà essere l’Europa post-americana: un continente sinistramente simile a quello della prima metà del secolo scorso, contraddistinto dalla rinazionalizzazione delle politiche di sicurezza, se non proprio da una generalizzata ripresa delle politiche di potenza. Sarà bene tenerne conto per future evenienze.

Molti paesi, sorpresi dall’eccezionale autonomia mostrata in questi frangenti dall’Eliseo, stanno associandosi alla richiesta italiana di coinvolgere l’Alleanza atlantica nella direzione politico-militare delle operazioni. E’ un’istanza comprensibile, perché ogni paese che sta contribuendo con aerei e basi intende partecipare alla determinazione degli obiettivi ultimi di questi sforzi, tanto più che esistono rischi importanti nel caso in cui il conflitto si concluda in un modo invece che in un altro.

Il fatto è che si dovrà superare non solo l’ovvia indisponibilità della Francia a subire gli inevitabili condizionamenti che derivano dalla concertazione degli obiettivi, ma anche la tentazione statunitense di “lasciarci a bagno”. Esiste infatti più di un dubbio circa l’effettiva volontà degli Usa di accettare questo fardello, oltre che sulla sua convenienza a farlo. Ci sono indizi importanti di questo stato d’animo: il presidente statunitense Barack Obama ha comunicato le proprie decisioni ai concittadini dal Brasile, una circostanza che la dice lunga sul coinvolgimento della sua Amministrazione in questo dramma, che avviene alle porte di casa nostra. Inoltre, a gestire lo sforzo statunitense ed alleato, invero limitato, è stato chiamato un comando di recente costituzione e notoriamente sottodimensionato: Africom, che ha trovato casa in Germania dopo diversi tentativi di stabilirlo in Africa. Eucom, il comando che gli Stati Uniti hanno basato nel nostro continente ed è l’ossatura della partecipazione militare americana alla Nato, non risulta invece mobilitato. Infine, nemmeno una delle numerose portaerei di Washington è nel Mediterraneo. Davvero significativo.

Le implicazioni per l’Italia dei diversi scenari

Al momento, paiono operare di fatto almeno due linee di comando e controllo separate: una francese, che risponde direttamente a Sarkozy; e l’altra, di coalizione, che non coordina i transalpini ma tutti gli altri. I livelli di interoperabilità sono assicurati dagli standard Nato, ma in assenza di un input politico-strategico condiviso ognuno porta acqua al proprio mulino. Gli esiti, se non vi si pone rimedio, saranno estremamente negativi.

Intanto, perché il regime del colonnello Gheddafi potrà sfruttare le divisioni e le evidenti differenze d’interesse che orientano il comportamento delle potenze coalizzate; in secondo luogo, perché crescono i rischi d’insuccesso. E per quanto noi si cerchi un po’, in queste ore, di far marcia indietro, l’Italia rimane più esposta che mai. Dal punto di vista libico, sospendendo l’accordo d’amicizia il nostro paese ha violato un trattato bilaterale la cui clausola principe, per Tripoli, risiedeva nel principio di non aggressione. Se Gheddafi sopravvive, è difficile che non se ne ricordi.

Così, ci troviamo in una situazione paradossale: da un lato, non possiamo desiderare che la campagna condotta dalla Francia abbia pieno successo. Dall’altro, non possiamo permetterci un fallimento che minaccerebbe a medio termine la nostra sicurezza nazionale. Ecco perché vogliamo a tutti i costi che gli Stati Uniti, una volta di più, ci vengano a tirar via le castagne dal fuoco. Comunque vada a finire, dopo quest’avventura né il Mediterraneo né l’Europa saranno più gli stessi. (g.d.)
 
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