Atlantide
14.03.2011 - 21:21
 
 
ANALISI
 
Libia: una settimana favorevole a Gheddafi
Roma, 14 mar 2011 21:21 - (Agenzia Nova) - La crisi libica non accenna a diminuire d’intensità, anche se gli equilibri sembrano gradualmente spostarsi a favore del colonnello Muhammar Gheddafi, che durante la settimana scorsa ha ristabilito il controllo del suo regime su una serie di siti di alto valore strategico, come Ras Lanuf e, pare, al-Zawiya, puntando poi decisamente su Marsa el-Brega. Manovrando per linee interne, i lealisti sarebbero spuntati addirittura a Tobruk, all’estremo orientale del paese, generando seri dubbi sulla capacità degli insorti di sostenere un conflitto prolungato contro Tripoli.

La controffensiva di Gheddafi si è sviluppata anche sul terreno diplomatico, con le misteriose missioni condotte improvvisamente dai suoi emissari in un certo numero di capitali straniere, dal Cairo ad Atene, passando per Lisbona e Parigi. Non sono ancora chiari né il contenuto dei messaggi di cui ciascuno degli inviati era latore, né le ragioni che hanno dettato la scelta delle città visitate. La maggior parte dei messi libici ha di certo incontrato delle chiusure, ma forse qualcuno ha ottenuto qualcosa, probabilmente dietro l’impegno a non darne notizia. Di fatto, comunque, la prospettiva di un intervento militare esterno per indebolire o paralizzare la macchina militare del regime si è sensibilmente allontanata.

Gli Stati Uniti sono rimasti prudenti. Del resto, per un complesso insieme di ragioni avevano evitato sin dal primo momento di agitare la minaccia del ricorso alla forza. Con un certo ottimismo, basato sui precedenti della Tunisia e dell’Egitto, l’amministrazione del presidente Barack Obama ha probabilmente sperato che le tribù cirenaiche riuscissero a liberarsi da sole, sfruttando a loro vantaggio il dominio dell’infosfera, acquisito tramite un uso intelligente dei mezzi offerti da internet e dalla telefonia cellulare. E’ inoltre possibile che Washington abbia finora giudicato controproducente e pericolosa l’ipotesi di utilizzare le proprie Forze armate in un altro paese musulmano mentre sono ancora aperte le piaghe dell’Iraq e dell’Afghanistan.

Il presidente statunitense, questa volta, è stato ben consigliato da esperti, alti funzionari ed analisti che gli hanno chiarito come, una volta deposto Gheddafi, chiunque invada la Libia dovrebbe poi farsi carico della sua ricostruzione politica, in un clima molto incerto e verosimilmente anche ostile. Senza esercizi di leadership da parte degli Stati Uniti, l’Alleanza atlantica ha assunto un atteggiamento attendista, mentre gli europei hanno fatto ciò in cui meglio riescono, dividendosi secondo consolidate tradizioni.

Con una giravolta diplomatica semplicemente clamorosa – basti pensare al fatto che Gheddafi bombarda i ribelli di Bengasi con Mirage di produzione transalpina – il presidente francese Nicolas Sarkozy ha prima avvicendato l’intera squadra che curava i dossier della politica estera di Parigi e poi proceduto a riconoscere il Consiglio transitorio nazionale di Bengasi come nuovo governo legittimo della Libia, invocando contemporaneamente la deliberazione di una campagna di attacchi aerei mirati contro il regime di Tripoli. Ma è rimasto isolato. Né la Germania né, tanto meno, l’Italia lo hanno seguito, mentre la Gran Bretagna ha accettato soltanto una parte delle proposte dell’Eliseo, che gli Stati Uniti hanno semplicemente evitato di prendere in considerazione. Apparentemente, non sono state discusse né durante la riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica, né durante il Consiglio europeo svoltisi a cavallo tra il 10 e l’11 marzo.

In ambito Nato si è preferito un atteggiamento chiaramente dilatorio poiché, mentre si è dato mandato al Comitato militare di mettere allo studio tutta una serie di opzioni – una cosa in sé non inutile – si è altresì stabilito il principio che l’Alleanza non deciderà alcun intervento armato senza la legittimazione di una risoluzione autorizzativa del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: un documento che potrebbe anche non giungere mai, considerata la refrattarietà di Russia e Cina a consentire un’ingerenza così forte negli affari interni di uno stato sovrano che potrebbe un giorno costituire un precedente contro di loro.


Necessaria adesso la massima prudenza

Quanto all’Europa, i capi di stato e di governo riunitisi a Bruxelles hanno lasciato sola la Francia anche sulla questione del riconoscimento delle autorità di Bengasi, seppure diversi paesi abbiano ammesso la necessità di dialogare con il nuovo Consiglio transitorio nazionale ed alcuni abbiano affermato di aver già stabilito contatti, inclusa l’Italia. Non si muoverà quindi nessuno schieramento militare internazionale, almeno nell’immediato. Si tratta ovviamente di una buona notizia per Gheddafi, che comunque si era già preparato al peggio, rischierando in profondità, a circa 1.300 chilometri dalla costa, i propri aerei.

Stando così le cose, mano a mano che il Rais si avvicina al successo, diventa sempre più rischioso esprimere condanne e manifestare solidarietà agli insorti. E’ vero che con il leader libico si potrà sempre ricucire, e che l’Italia lo potrà fare meglio di altri in ragione dei rapporti intercorsi negli ultimi trent’anni. Ma non si vede per quali ragioni Gheddafi non debba esigere pesanti contropartite, per rivalersi su partner dimostratisi così poco affidabili nel momento della sua massima difficoltà. Potrà farlo anche perché dispone ormai di alternative concrete.

Nella settimana appena conclusasi, l’ambasciata della Repubblica popolare cinese a Roma ha tenuto un’interessante conferenza stampa per descrivere nel dettaglio la grande operazione che ha consentito a Pechino, con la collaborazione di amici vicini e lontani, di esfiltrare i suoi cittadini dalla Libia in fiamme. Nella circostanza, i diplomatici cinesi hanno rivelato di aver sgomberato ben 35.860 concittadini, precisando che si trattava in massima parte dei dipendenti delle 75 grandi aziende della Repubblica popolare impiantate nella nostra ex colonia. Si tratta di cifre straordinarie, che rendono efficacemente le proporzioni di una penetrazione che qui in Europa si fatica ad apprezzare, almeno a livello di stampa ed opinione pubblica.

Nelle stesse ore, si erano apprese anche le cifre delle azioni svolte a favore della comunità indiana, composta da molte altre migliaia di persone. Dei turchi, si era invece saputo in precedenza come in Libia ne fossero presenti circa 25 mila all’atto dello scoppio dei primi disordini. Questi dati esprimono meglio di ogni altra considerazione le nuove tendenze e grandi opzioni geopolitiche che Gheddafi potrebbe esplorare con maggior decisione qualora restasse al potere, come pare ormai probabile. E’ a questo punto auspicabile una grande prudenza, perché i pericoli gravanti sul nostro paese stanno aumentando e i baciamano potrebbero rivelarsi insufficienti a tamponarli.

Occorre sperare che in un modo o nell’altro la situazione si stabilizzi al più presto – con o senza Gheddafi – anche per un altro motivo: i prezzi del petrolio possono alimentare una nuova spirale di rincari diffusi. Agli americani, che stanno praticando una politica monetaria deliberatamente inflazionistica, la circostanza non disturberà più di tanto, aiutandoli anzi a smaltire i propri debiti. In Europa, invece, in presenza di tensioni sui prezzi il predominio ideologico e finanziario tedesco imporrà presto o tardi un rialzo generalizzato dei tassi d’interesse, rendendo più concreta per molti stati la prospettiva del default del loro debito sovrano. (g.d.)
 
Afghanistan: notizie positive dalla Nato
Roma, 14 mar 2011 21:21 - (Agenzia Nova) - Se la Libia tiene gli europei con il fiato sospeso, dalla ministeriale Nato sono invece giunte buone notizie in merito all’avvio della transition strategy in Afghanistan. E’ infatti ormai certo che il prossimo 21 marzo, in corrispondenza del capodanno islamico, il presidente Hamid Karzai annuncerà il trasferimento di alcuni distretti del suo paese all’esclusiva responsabilità delle forze di sicurezza afgane. Secondo alcune indiscrezioni, avallate dal ministro Ignazio della Difesa, Ignazio La Russa, si tratterebbe di aree che comprenderebbero quasi un quarto della popolazione afgana. Fra queste, ce ne saranno anche diverse che si trovano attualmente sotto il controllo delle truppe italiane.

Per quanto si tratti di un percorso delineato nel novembre scorso a Lisbona, la novità è rilevante, perché la transition strategy è un processo basato sulla valutazione dell’evoluzione delle condizioni sul terreno. Che evidentemente sono parse sufficientemente permissive.

Un dato pare particolarmente incoraggiante. Nei primi due mesi del 2011 le perdite tra le truppe occidentali sono calate del 30 per cento rispetto al periodo corrispondente del 2010. Si tratta di una tendenza significativa – già riscontratasi a suo tempo su un altro teatro controllato dal generale David Petraeus, l’Iraq – che si spera di veder confermato anche nei prossimi mesi, quando comunque le truppe occidentali ed afgane saranno chiamate a fare i conti con le consuete offensive primaverili della guerriglia. Per ora, però, è meglio di niente. (g.d.)
 
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