Mezzaluna
10.03.2011 - 18:40
 
 
ANALISI
 
Arabia Saudita: la monarchia ricorre a religiosi e sussidi per sedare le proteste sciite
Roma, 10 mar 2011 18:40 - (Agenzia Nova) - Il successo delle rivolte arabe in Tunisia ed Egitto, seguite da quelle in corso in Libia, ma soprattutto la situazione nello Yemen e nel Bahrein, è fonte di grandi preoccupazioni per i governanti dell’Arabia Saudita. Il paese custodisce nel suo sottosuolo la più grande riserva petrolifera del mondo. Nei giorni scorsi l’Associazione dei grandi ulema (gli studiosi della legge religiosa) è venuta in aiuto della dinastia di Riad diffondendo un documento in cui si vieta ai sudditi del re di manifestare e di disobbedire ai loro governanti, affermando che "le riforme non possono realizzarsi attraverso le sedizioni, in quanto si tratta di un violazione delle raccomandazioni di Dio e del suo profeta Maometto".

Una sorta di “fatwa” (editto islamico) per esorcizzare la “giornata della collera” annunciata dalla minoranza sciita nella parte orientale della penisola araba, dove gli sciiti rappresentano la maggioranza degli abitanti. A dimostrazione delle loro serie preoccupazioni le autorità di Riad hanno rilasciato, nel fine settimana scorso, il religioso sciita Tawfik al-Alimi, arrestato sette giorni prima. Lo sceicco aveva sollecitato l'istituzione di una monarchia costituzionale e la fine delle discriminazioni confessionali nel regno. Per ottenere la sua liberazione, la minoranza sciita aveva inscenato venerdì scorso una grande manifestazione nella città di al-Hafuf, in cui si chiedeva anche di scarcerare altri dissidenti sciiti in prigione dal 1996.

Il momento scelto dalla massima autorità sunnita del paese per emettere l’editto che considera un “peccato” manifestare contro la famiglia reale, appare come uno “scudo religioso” per boicottare la manifestazione di domani indetta in varie città del regno, alle quali hanno aderito almeno 20 mila internauti sauditi sul social network Facebook.

Da mesi si moltiplicano gli appelli on-line di intellettuali sauditi che chiedono al re Abdullah bin Abdul Aziz una serie di riforme democratiche, un parlamento scelto per elezioni e non per nomina reale, una carta costituzionale, una seria lotta alla corruzione e una maggiore “giustizia sociale”. Appelli che non hanno inizialmente trovato riscontro, ma ora con le manifestazioni di protesta, soprattutto di matrice sciita, rischiano di mettere in serio pericolo il potere della più forte monarchia della regione.

Paradossalmente, la dinastia wahabita è messa a rischio dalla sua stessa strategia: i regnanti hanno sempre impedito la nascita di partiti politici che potessero costituire validi strumenti d'aggregazione in grado di superare le divisioni tribali e confessionali. Pertanto, come non è un caso che la rivolta libica sia nata a Bengasi, città cuore della Cirenaica piena di tribù avverse a quelle della Tripolitania, non sarebbe prudente sottovalutare il potenziale effetto dirompente della minoranza sciita, che si sente emarginata e estromessa dalle leve del potere. Oltretutto, rispetto ai ribelli libici, gli sciiti dell'Arabia saudita si sentono forti dell’appoggio, che non gli sarà certamente negato, degli ayatollah di Teheran che professano la loro stessa confessione religiosa.

Le stesse “generose” offerte avanzate dal re Abdullah bin Abdul Aziz ai suoi sudditi al ritorno in patria la settimana scorsa rischiano di non avere l’effetto sperato. Il sovrano, assente dal regno dal dicembre scorso per motivi di salute, appena rientrato a Riad ha dato il via a una serie di iniziative miranti a smussare le proteste della popolazione. Iniziative che puntano tuttavia essenzialmente al miglioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti non sfiorano neppure le sospirate riforme democratiche rivendicate ormai da larghe parti della società civile, soprattutto dai giovani e dalle donne.

I 37 miliardi di dollari elargiti come sussidi e aiuti alla popolazione non sembrano per il momento far presa sui manifestanti. Le autorità di Riad hanno reso noti i provvedimenti del sovrano: 200 mila mutui senza interessi per gli alloggi; aumenti salariali del 15 per cento ai dipendenti pubblici; salari minimi elevati all’equivalente di mille dollari mensili anche nel settore privato; nuovi posti di lavoro, e “lotta totale” alla disoccupazione, che interessa circa il 10 per cento della mano d’opera del paese.

Tutte queste misure rischiano tuttavia di non andare incontro alle vere rivendicazioni della protesta, incoraggiata dalla cosiddetta “primavera araba”. Il re Abdullah è noto per la sua apertura verso le riforme per rinnovare una società rimasta troppo indietro, soprattutto in tema di democrazia, diritti civili e libertà, soprattutto per le donne. Oggi questi temi sono gli obiettivi di chi promuove la protesta.

Al momento (ma la situazione appariva simile in Tunisia ed Egitto prima delle rivolte), l’Arabia Saudita non sembra rischiare la caduta del regime: ma le ultime esperienze nordafricane sono lì a ricordare che forse, per il “custode” dei luoghi santi dell’Islam, non è il caso di stare troppo tranquilli. (a.f.a.)
 
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