Atlantide
07.03.2011 - 19:11
 
 
ANALISI
 
La guerra civile libica e la questione dell'intervento militare internazionale
Roma, 7 mar 2011 19:11 - (Agenzia Nova) - Sembra ormai chiaro che, smentendo le aspettative di molti analisti, la rivolta della Cirenaica contro il regime del colonnello Gheddafi non ha per il momento avuto lo stesso esito delle insurrezioni popolari sfociate nel rovesciamento di Ben Ali in Tunisia e di Hosni Mubarak in Egitto. Dopo gli iniziali successi degli antigovernativi, in parte favoriti anche dalla defezione di importanti unità militari, i lealisti sono apparentemente riusciti a contenere l’offensiva che mirava su Tripoli, minacciando la stessa sopravvivenza fisica del rais, passando successivamente alla controffensiva, che ha finora colpito diverse roccaforti cirenaiche con un uso combinato dell’aviazione e di milizie in parte composte da mercenari reclutati nei paesi africani “coltivati” negli scorsi decenni dal colonnello.

I grossolani errori di previsione che avevano indotto ad ipotizzare il rapido, e relativamente indolore, collasso del regime libico si spiegano in larga misura con gli effetti del dominio rapidamente acquisito dagli insorti nella critica dimensione dell’infosfera. Sfruttando le enormi possibilità comunicative offerte dal matrimonio tra internet ed i videofonini, gli oppositori cirenaici di Gheddafi hanno infatti distorto la dinamica degli eventi ed il loro stesso significato, complicando oltremodo il funzionamento dei meccanismi di decision making dei principali paesi europei, Italia inclusa.

Da un lato, è stata veicolata l’immagine di una rivoluzione inarrestabile e monolitica; dall’altro, si è enfatizzata oltremodo la presunta asimmetria esistente tra la violenta ed indiscriminata repressione operata dal regime e la resistenza non violenta opposta dagli insorti. Il risultato è stato il radicarsi di una percezione distorta degli avvenimenti, che solo molto tardivamente il figlio del Rais, Saif al Islam al Gheddafi, ha cercato di contrastare con una serie di iniziative piuttosto efficaci, come quella che ha permesso ad alcuni giornalisti occidentali di attraversare le zone contese per prendere atto della particolare natura della lotta.

Per quanto ormai siano in Libia anche ottimi inviati di guerra, la lettura degli avvenimenti è tuttora incerta, data la fluidità della situazione e soprattutto le caratteristiche peculiari di un teatro eccezionalmente vasto e caratterizzato da una bassa densità di presenza militare, sul quale le conquista e perdite territoriali più vistose si materializzano rapidamente.

Naturalmente, non possono esservi dubbi circa l’indole brutalmente autoritaria del regime libico né, tanto meno, sulla determinazione del colonnello a combattere per conservare il proprio potere o quanto meno assicurare un futuro politico dignitoso al proprio clan. Ma è ormai svanita anche l’illusione di un’insurrezione pacifica “ghandiana”, peraltro mai confortata da riscontri concreti. L’opposizione in lotta contro Gheddafi è infatti armata e si sta presumibilmente macchiando di crimini esattamente come il Governo che intende abbattere.

Nessuna città cirenaica è stata liberata dalla pura persuasione morale. Nessun sito strategico caduto nelle mani dei ribelli, analogamente, è stato poi difeso senza ricorso alla forza. In taluni casi, è inoltre sicuro che gli insorti abbiano deliberatamente cercato di indurre una forte reazione delle truppe lealiste nell’intento di determinare vittime tra le tribù rimaste neutrali o fedeli al rais, e così spostarle dal proprio lato.

Le variabili da tener d’occhio

A questo punto, è necessario chiedersi che prospettive di durata abbia davanti a sé il conflitto in atto e in che modo se ne possa pilotare l’esito, ammesso che si riesca a raggiungere il consenso necessario sull’ordine politico che si desidera veder emergere a Tripoli. Il risultato finale della guerra civile libica dipenderà criticamente dalla capacità dei contendenti di alimentare economicamente il proprio sforzo militare e reperire adeguati sostegni esterni.

Dal punto di vista delle risorse, una prima variabile cruciale è il controllo delle risorse energetiche, che sono teoricamente ripartite a metà tra Cirenaica e Tripolitania. La prima dispone di una propria piattaforma energetica e di parte di quella sirtica, con terminali a Tobruk, all’estremo orientale del paese e nella parte centro-orientale del Golfo della Sirte. Tripoli, invece, comanda sulla carta i bacini interni del Murzuq e di Ghadames, collegati al mare da una coppia di pipelines che raggiungono il Mediterraneo ad ovest della capitale.

Questa distribuzione delle risorse e delle rispettive arterie di scorrimento ha condizionato sin dal principio della rivolta le operazioni dei due schieramenti, interessati a stabilire il proprio controllo su oleodotti, gasdotti e terminal, e a negarne l’uso al rispettivo avversario. Si spiegano attraverso questa chiave di lettura, in particolare, la pressione degli insorti su Zawiyah e quella dei lealisti su Marsa al Brega e Ras Lanuf, località sedi di importanti raffinerie e teatro di aspri scontri recenti.

La comprensione dell’andamento del conflitto è complicata da un ulteriore elemento. Al contrario di quanto si verificò durante la seconda guerra mondiale, quando le truppe italo-tedesche dell’Asse e quelle britanniche dell’VIII Armata si contesero essenzialmente la fascia costiera del territorio libico con una serie di offensive e controffensive lineari, questa volta non c’è continuità di fronte.

Da un lato, gli avversari del regime cercano di innescare focolai insurrezionali in tutte le città controllate dai lealisti, in particolare nelle immediate vicinanze di Tripoli e dentro la capitale, distraendo risorse che verrebbero altrimenti impiegate da Gheddafi per attaccare in forze la Cirenaica. Dall’altro, i lealisti manovrano dall’aria o per linee interne, sfruttando alcune basi collocate nelle zone più inospitali della Libia, come quelle di Ghadames Est, Ghat e Sabha, che sono d’eccezionale importanza strategica per il regime anche come punti d’accesso dei rinforzi che il rais sta reclutando all’estero. E’ per neutralizzarle che gli oppositori di Gheddafi reclamano adesso dalla comunità internazionale un energico intervento militare che interdica al regime almeno l’utilizzo dello spazio aereo. In gioco c’è nulla di meno che la sostenibilità della resistenza militare dei governativi.

Intervento internazionale?

L’errore prospettico fatto in merito all’apprezzamento della vicenda libica sta emergendo con grande chiarezza. Mano a mano che scorrono i giorni, si rafforza in effetti l’impressione che Gheddafi sia in grado quanto meno di resistere e comunque di sfidare il cartello di forze che gli si oppone nel contesto di un conflitto di lungo periodo, che coinvolgerebbe anche l’infrastruttura energetica libica.

E’ possibile che alcune cancellerie rimpiangano di essere state poste nella necessità di scaricare prematuramente il rais, inclusa la nostra, che si è forse mossa troppo precipitosamente, ingannata dagli effetti mediatici prodotti ad arte dagli insorti, e si trova ora nel mezzo: costretta ad agire da freno rispetto alle pressioni interventiste della comunità internazionale, peraltro assecondate a parole, mentre si apre con gli aiuti umanitari a contatti preliminari con le strutture politiche create dallo schieramento antigovernativo.

Probabilmente, non vi è ormai alternativa: di fronte alla resistenza inopinatamente opposta da Gheddafi, si allarga ormai a vista d’occhio il partito di coloro che specialmente in Europa propugnano un intervento militare per accelerare la sconfitta del regime di Tripoli. Ad inglesi e francesi, che si muovono da giorni in questa direzione, pare ora volersi aggiungere anche il presidente americano Obama, che ormai incoraggia l’Alleanza atlantica a studiare le opzioni operative più opportune per imporre sulla Libia una "no fly zone", che interdirebbe a Gheddafi la possibilità di colpire dall’aria e quella di ricevere tempestivamente rinforzi dall’estero.

La Casa Bianca, peraltro, resta prudente. Ed è facile capire il perché. L’America ha pagato un alto prezzo alla sua decisione di reagire all’11 settembre avviando una crociata per l’esportare a mano armata la democrazia nel mondo musulmano e l’ultima cosa che serve oggi alla Casa Bianca è un altro intervento militare di durata e prospettive indefinite in un paese islamico. Un ostacolo ulteriore potrebbe essere rappresentato da un’eventuale indisponibilità cinese e russa a legittimare alle Nazioni Unite una mossa offensiva nei confronti della Libia. Gli Stati Uniti ed i loro alleati più stretti, a quel punto, dovrebbero agire da soli, senza alcuna valida copertura di diritto internazionale.

Va segnalato infine come in assenza di una risoluzione autorizzativa dell’Onu non sia in alcun modo ipotizzabile alcuna partecipazione del nostro paese ad una iniziativa del genere, giacché l’imposizione di una "no fly zone" rappresenterebbe indubbiamente un atto d’aggressione vietato dall’articolo 11 della nostra costituzione. A rigore, stante il precedente delle decisioni assunte dal nostro Consiglio supremo di difesa nel marzo 2003, non dovrebbe neanche esser possibile concedere le basi agli alleati, poiché ciò sostanzierebbe comunque una forma incostituzionale di co-belligeranza. Abbiamo quindi un’ottima scusa per continuare in qualche modo a proteggere nei fatti Gheddafi mentre reiteriamo le condanne nei confronti del suo operato. Dopotutto, si tratta di una linea che ha funzionato nel 1986, all’epoca dei missili su Lampedusa, e che potrebbe funzionare ancora. (g.d.)
 
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