Atlantide
28.02.2011 - 20:03
ANALISI
 
Libia: il controllo dell’informazione, e della disinformazione
Roma, 28 feb 2011 20:03 - (Agenzia Nova) - Quanto sta accadendo in Libia prova una volta di più come i conflitti contemporanei vengano combattuti su una molteplicità di dimensioni. Il confronto sul terreno non esaurisce la prova di forza, che invece si sviluppa ad un livello più alto, nel mondo dell’informazione, per condizionare l’opinione pubblica interna ed internazionale. La dinamica ha operato in Tunisia e soprattutto in Egitto, con risultati spettacolari. Ma è in Libia che si sta assistendo ad un esercizio notevolissimo di disinformazione, che complica oltremodo la lettura degli avvenimenti.

Di fatto, gli insorti sono emanazione delle tribù orientali della Cirenaica, che si sono ribellate al dominio tripolino del colonnello Muhammar Gheddafi, utilizzando a proprio vantaggio le esperienze accumulate nelle scorse settimane sulle piazze tunisine ed egiziane. Le percezioni relative alle modalità di svolgimento del conflitto riflettono la conquista dello spazio informativo da parte del fronte dell’insurrezione, che ha tratto giovamento anche dalla mancanza di professionalità, dalla scarsa credibilità e dall’arretratezza delle tecniche comunicative prescelte dal regime a scopo intimidatorio.

Da oltre una settimana, i grandi media veicolano sistematicamente ed acriticamente le immagini prodotte dagli insorti – emblematica la sconcertante vicenda delle false fosse comuni – mentre vengono usati contro Gheddafi gli stessi strumenti di cui il colonnello si è finora servito per consolidare il proprio potere. Il risultato è una singolare miscela di farsa e tragedia, come spesso capita quando le logiche dell’autoritarismo vecchia maniera collidono con quelle del web, che produce l’effetto finale di pregiudicare il giudizio sugli eventi in corso e l’elaborazione di una strategia coerente con la difesa degli interessi in gioco. In termini pratici: ci viene propalata l’immagine di una lotta in cui un solo contendente usa la forza, e in modo indiscriminato, senza spiegare in che modo sia maturata la straordinaria sequela delle sconfitte che ne hanno pregiudicato la sopravvivenza politica.

I mercenari di Gheddafi sparano, anche con i razzi, e bombardano. Ma le città della Cirenaica riescono a resistere, si liberano e addirittura portano l’assalto alla capitale. Difficile che questi successi siano dovuti alla persuasione morale. Soltanto il 28 febbraio in questo muro si sono finalmente aperte delle crepe, permettendo a notizie non conformi al cliché di farsi strada. Sono riuscite a raccontare una storia diversa, ad esempio, alcune organizzazioni umanitarie che hanno denunciato l’uccisione di migranti africani scambiati per mercenari al servizio del regime. E’ illuminante anche che si sia saputo dell’abbattimento di un elicottero governativo. Ma è troppo tardi per revocare in dubbio una visione della dinamica degli eventi ormai accettata dal grosso dell’opinione pubblica internazionale.


Guerra civile, non rivoluzione

Il confronto che sta svolgendosi, e pare giunto al suo tornante decisivo, non è una rivoluzione che contrappone dei liberali ad un regime autoritario, ma l’espressione di una profonda frattura tra realtà etno-territoriali differenti. Semplicemente, i cirenaici stanno perseguendo la rivincita sul colpo di stato con il quale Gheddafi depose Idris Senussi, installato sul trono libico all’indomani della seconda guerra mondiale ad iniziativa di britannici e statunitensi.

E’ pressoché certo che nei combattimenti anche i miliziani che si battono contro il regime si stiano macchiando di un certo numero di atti di violenza. Pare semplicemente irrealistico che dal lato di Gheddafi nessuno abbia finora lamentato perdite. E’ invece ragionevole pensare che non se ne sia avuta notizia finora perché nessuno pare aver avuto un particolare interesse a darne conto: il regime, per non apparire debole; gli insorti, per consolidare la demonizzazione del loro avversario. Ciò posto, una volta che il colonnello sia stato abbattuto – fisicamente eliminato, allontanato o ridotto a dominare una piccola porzione del proprio paese, non è poi così importante – il futuro libico è un’incognita.

C’è intanto un dato fondamentale: la Libia, esattamente come la Somalia e l’Afghanistan del periodo immediatamente successivo alla caduta dei talebani, non può essere considerata uno stato nel senso proprio del termine. Manca infatti di un’amministrazione e persino di forze armate e dell’ordine nazionali. E’ quindi molto verosimile che il ristabilimento di un qualche governo che la gestisca debba passare attraverso un negoziato tra le maggiori tribù vittoriose dell’est e le altre, alcune delle quali hanno già perfezionato dei voltafaccia per mettersi nelle condizioni di avere un peso negli equilibri della nuova Libia. Degli incontri starebbero avendo luogo anche in questi momenti e coinvolgerebbero anche esponenti fedeli al colonnello, che ha addirittura nominato un proprio plenipotenziario mentre continua a battersi. Tuttavia, sarebbe un errore coltivare illusioni: i precedenti internazionali in materia provano che quando la politica finisce prigioniera delle dialettiche etno-tribali, si entra in una fase di turbolenze.

Intanto, dal sito d’intelligence israeliano Debkafile, insolitamente piuttosto empatico con il regime libico, si è appreso venerdì scorso un fatto piuttosto interessante: centinaia d’istruttori militari Usa, britannici e francesi – commando e agenti segreti – sarebbero penetrati in Cirenaica, con la missione di contribuire alla creazione di embrionali capacità di autogoverno e di sostenere l’assalto finale a ciò che resta della ridotta in cui si è cacciato Gheddafi. Non pare che dell’impresa siano parte elementi italiani. Ciò aggrava la sensazione che sia in atto una partita assai complessa, della quale proprio il nostro paese e la coesione europea sarebbero le vittime principali, a parte ovviamente chi viene ucciso in combattimento.


Cui prodest?

Il panorama che s’intuisce dietro le quinte è quello di un’instabilità ormai assai pronunciata, che investe sostanzialmente gran parte del Dar al Islam, da Casablanca a Baghdad, compromettendo non solo la tenuta dei regimi autoritari al potere dai tempi della decolonizzazione, ma altresì ciò che resta dell’influenza che un tempo gli europei esercitavano sulle sponde meridionali del Mediterraneo. E’ bene ricordare come non più tardi del 2008 Nicolas Sarkozy avesse promosso un grande disegno euro-mediterraneo del quale proprio personaggi autoritari come Hosni Mubarak e Bashar al Assad avrebbero dovuto essere i coprotagonisti, insieme alla nuova Turchia di Recep Tayyip Erdogan e, ça va sans dire, la Francia. Con molto senso pratico, ora Parigi tenta in qualche modo di rientrare in gioco, ma la realtà è che il soft power statunitense sta riuscendo dove aveva fallito lo hard power di George Walker Bush.

La strategia del nuovo presidente degli Stati Uniti – probabilmente sottovalutato finora anche a causa delle difficoltà incontrate a stabilire un effettivo controllo personale sui calibri più grossi della sua amministrazione (Hillary Clinton, Robert Gates, persino David Petraeus) – inizia forse ad assumere connotati precisi. Alcune nozioni, forse, dovranno essere riconsiderate: in particolare, quella secondo la quale gli Stati Uniti sarebbero una potenza intrinsecamente stabilizzatrice, interessata alla cristallizzazione degli equilibri internazionali. Non è probabilmente più vero. Gli Usa stanno infatti abbracciando nuovamente una strategia rivoluzionaria, che pare contemplare, o quanto meno non escludere, la deliberata destabilizzazione di vaste porzioni di mondo. Per affermarvi i suoi ideali, naturalmente, cosa che le riesce abbastanza bene, ma incidentalmente distraendo le potenze che ambiscono a contenderle l’egemonia globale.

Il disordine crea tensioni tra gli europei – lo stiamo vedendo proprio in questi giorni di aspre contrapposizioni sulla reazione all’emergenza – e mette Russia e Cina sulla difensiva, complicando oltremodo tanto il disegno di Pechino d’insidiare la supremazia planetaria del dollaro, quanto l’aspirazione a dar vita ad un blocco euro-russo. Il presidente russo, Dmitrij Medvedev, ha emblematicamente ammesso pubblicamente di temere per l’integrità futura del suo paese. Potrebbero apparire farneticazioni geopolitiche concepite da qualche epigono del castrismo. Invece si tratta di sviluppi singolarmente simili ad alcuni concetti espressi recentemente e molto efficacemente da un geopolitico texano ben noto alla comunità degli analisti strategici, George Friedman, il cui sito Stratfor esercita un’apprezzabile presa su molti insospettabili opinion leader, dentro e fuori gli Usa.

Molti dubitano che Barack Obama sia un presidente di visioni, considerandolo piuttosto un uomo debole, incerto ed incline ad accettare supinamente il declino di Washington. Forse ci siamo sbagliati. In fondo, dovremmo guardare con maggiore attenzione alla traiettoria politica che lo ha portato alla Casa Bianca, partendo proprio da un utilizzo spregiudicato degli strumenti della rete internet. Che sia un ritorno alle origini, quello al quale stiamo assistendo? (g.d.)