Mezzaluna
24.02.2011 - 18:56
Analisi
 
Medio Oriente: le rivolte arabe favoriscono il ruolo di Ankara nella regione
Roma, 24 feb 2011 18:56 - (Agenzia Nova) - “L’inverno arabo del 2011 ha creato un nuovo panorama mediorientale in cui la Turchia, guidata dall’Akp (il Partito per la giustizia e lo sviluppo, ndr), che si è proposta come difensore dei Fratelli Musulmani e delle rivolte popolari, è ora una potenza regionale da non sottovalutare”: sono parole dell’analista turco Soner Cagaptay. Tra le mille incognite sugli sviluppi delle rivolte arabe di questi giorni, emerge infatti una crescita ulteriore del peso politico di Ankara, che da parte sua ha già da tempo volto la sua attenzione al mondo arabo e musulmano.

L’8 febbraio scorso, Ashraf Abdel Ghaffar, esponente di punta dei Fratelli Musulmani d’Egitto, giunto a Istanbul ha comunicato di volersi rifugiare in Turchia. Ma una volta rimosso dal potere l’ex presidente Hosni Mubarak grazie alla rivolta dei giovani del “25 gennaio” ha fatto immediato ritorno in patria. Elogiando il paese che lo ha ospitato, seppur per breve tempo, Abdel Ghaffar ha fatto riferimento al ruolo politico del partito “Giustizia e Sviluppo” (Akp), affermando che il suo movimento ritiene che l’Akp potrebbe essere un modello per l’Egitto post-Mubarak. Il 10 febbraio inoltre i media turchi hanno riportato una dichiarazione di Abdel Ghaffar secondo cui “potrebbe esserci un dialogo” tra i Fratelli Musulmani e l’Akp.

I recenti commenti di esponenti del partito del premier turco, Recep Tayyip Erdogan, contro l’ex presidente egiziano Hosni Mubarak hanno reso Ankara, agli occhi della confraternita egiziana, il potenziale “modello” di un Egitto post-Mubarak. Cosa ancora più importante, questi sviluppi offrono alla Turchia la possibilità di avere un’influenza sinora inimmaginabile nella capitale egiziana. Da quando l’Akp è salito al potere in Turchia, nel 2002, è nato un dibattito sull’eventualità che la politica estera del partito, concentrata sul Medio Oriente, rendesse la Turchia una potenza regionale capace di influenzare le capitali mediorientali. Fino ai giorni delle rivolte tunisina ed egiziana, tale prospettiva non sembrava così immediata.

La linea di politica estera di Erdogan non è stata ostile al movimento di resistenza islamico Hamas e si è dimostrata aperta anche verso la Repubblica islamica iraniana, proponendosi al ruolo di mediatore nella disputa tra i grandi dell’Occidente e Teheran sul controverso programma nucleare iraniano. Una politica, questa, che ha riscontrato le resistenze di quelle capitali arabe in cui i regimi moderati erano preoccupati dell’instabilità legata ad Hamas e della crescente influenza degli ayatollah di Teheran.

Oggi i Fratelli Musulmani, fuorilegge all’epoca del regime di Mubarak, grazie alla rivoluzione egiziana hanno la grande opportunità di diventare il fulcro della vita politica del grande paese arabo. La confraternita, dalla cui costola è nata al Qaeda, cerca ora di proporsi come forza moderata e non destabilizzante. Si è trasformata infatti in partito politico cambiando nome in “Libertà e Giustizia”. Lo stesso vale per la Tunisia, dove il partito “al Nahdah”, filiale locale dei Fratelli d’Egitto, è riemersa al momento della caduta del dittatore tunisino. Inoltre, se le rivolte in altri paesi arabi dovessero rovesciare altri regimi con conseguenti, analoghi esiti di riconoscimento di forze islamiche che si richiamano al “Modello Akp”, Ankara guadagnerebbe ulteriori alleati tra le capitali arabe.

Gli avvenimenti di questi giorni in Libia stanno confermando questa tendenza. I ribelli che hanno liberato Bengasi, però, a differenza di quelli egiziani e tunisini, hanno connotati islamisti. Ma anche i loro leader, sentiti in questi giorni ai microfoni delle tv satellitari arabe, si dicono portatori di una ideologia islamica che guarda al modello turco. La vicinanza tra l’Akp e i Fratelli Musulmani va al di là dell’odierno sostegno politico. Questa “confidenza” politica è durata per decenni, avvicinando i due movimenti e consentendo lo sviluppo di amicizie politiche e personali atte a sostenersi vicendevolmente.

Per esempio, che il regime egiziano cada o meno, la Fratellanza Musulmana è, a tutti gli effetti, una forza politica di quel paese. È probabile che voglia prender parte al processo di transizione dopo l’era Mubarak e forse entrare nel governo. In questo processo, l’Akp difenderà i Fratelli Musulmani come alleato, e s'impegnerà per massimizzare il suo ruolo nella politica egiziana. I Fratelli Musulmani, in compenso, cercheranno di trasmettere al governo del Cairo la loro visione di politica estera, condivisa dall’Akp.

Questa è realmente la fine della decennale politica turca di isolamento strategico dal Medio Oriente. I partiti laici che hanno gestito la Turchia fino al 2002 tentarono di armonizzare la politica in Medio Oriente con quella dell’Occidente. Dopo il 2002 i sostenitori dell’AKP hanno affermato che la nuova politica estera incentrata sul Medio Oriente avrebbe reso la Turchia una potenza regionale, soprattutto perché il partito non ha cercato accordi con l’Occidente.

Fino all’inverno delle proteste arabe del 2011, questo approccio non aveva prodotto risultati, soprattutto nei paesi arabi cosiddetti moderati e filo occidentali. Non soltanto l’Akp non riusciva ad avere influenza nelle capitali arabe, ma si era anche alienato i tradizionali partner occidentali del paese, perché spesso in rotta di collisione con l’Occidente sulle questioni mediorientali. Ora le cose sono cambiate.(a.f.a.)