Atlantide
22.02.2011 - 18:02
ANALISI
 
Nord Africa: com'è davvero caduto Mubarak
Roma, 22 feb 2011 18:02 - (Agenzia Nova) - Ad una settimana dalle dimissioni di Hosni Mubarak s’inizia a comprendere la complessa dinamica che ha determinato il collasso del suo regime. A provocare la crisi definitiva è stato un insieme di concause. Sappiamo adesso che il fattore di coagulo iniziale della massa critica di persone scese in piazza Tahir, al Cairo, è stato un net-leader, Wael Ghonim: un mago del marketing informatico già distintosi nella promozione di Google in Medio Oriente e poi nella generazione di un importante volume di contatti sul sito di Mohammed El Baradei.

Ghonim è di certo il prototipo di un nuovo genere di figura, creata dall’affermarsi dei media informali e soprattutto dalla recente integrazione di internet con la telefonia cellulare, che ha accelerato incredibilmente le comunicazioni e reso possibile la generazione di effetti politici anche a grande distanza dal territorio destinato a subirli. Nel contatto con le folle, tuttavia, i suoi limiti sono apparsi evidenti. Una cosa è gestire il cyberspazio, attività che richiede soprattutto una competenza tecnica e la capacità di orientare persone aventi alcune caratteristiche particolari; altra è guidare le masse e gestire negoziati complessi con chi detiene il potere politico, economico e militare in un contesto conflittuale.

Quanto è successo in Egitto e prima ancora in Tunisia – dove peraltro dei capi militari si sono sovrapposti ai net-leader – dovrebbe aver provato almeno due cose: da un lato, che le capacità degli stati di controllare i processi politici sono ulteriormente diminuite, rendendo questi ultimi ancor meno prevedibili; dall’altro, che la leadership nel web non si traduce immediatamente in una capacità concreta di rappresentazione degli interessi reali. In termini più secchi: il net-leader può aver successo nella mobilitazione, se propaga efficacemente il suo messaggio via internet e telefonia cellulare, utilizzando le tecniche proprie del marketing virtuale, ma raramente è in grado di assumere il comando effettivo di uno schieramento.

Si è quindi introdotta nel vasto armamentario della lotta politica una nuova metodologia movimentista – peraltro già sperimentata in Italia da Beppe Grillo prima e dal movimento “viola” poi – che tuttavia non pare in grado di evolversi naturalmente in una proposta alternativa di governo. La protesta è piatta e viaggia bene ridotta nel linguaggio binario dei bit. Un progetto politico, molto meno. In un certo senso, è una buona notizia, perché ciò significa che il mondo reale ha comunque ancora una sua irriducibile concretezza e la politica tradizionale è tuttora in grado d’interpretarla in modo relativamente efficace.

Tornando al Cairo, una volta giunti in piazza Tahir i giovani sono stati facilmente strumentalizzati sia dall’esercito, nelle cui mani sono diventati lo strumento di pressione per liberarsi di Mubarak, sia dai Fratelli musulmani, che hanno materialmente organizzato la difesa dei dimostranti dalle milizie fedeli al presidente. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è una rivoluzione a metà, che ben difficilmente approderà agli esiti desiderati dai suoi promotori originari. Le Forze armate – che hanno già provveduto a sciogliere il Parlamento e sospendere la Costituzione in attesa che ne venga varata una nuova – dovrebbero mantenere in Egitto un ruolo dominante, magari con qualche limitato cambiamento concordato con i movimenti islamici.

Attraverso l’esercito, che riceve 2,8 miliardi di dollari di aiuti l’anno da Washington, anche gli Stati Uniti dovrebbero riuscire a tutelare i propri interessi, cosa che tuttavia non è necessariamente tranquillizzante, stanti le incertezze che affiorano nell’amministrazione guidata da Barack Obama e la circostanza che esista ormai una certa divergenza tra gli obiettivi perseguiti dagli europei e quelli dei loro alleati d’oltreoceano, nel Mediterraneo ed oltre. Non è neanche detto, inoltre, che l’influenza americana venga esercitata in un senso gradito ad Israele. L’asse che ha legato lungamente Tel Aviv alla Casa Bianca è infatti non meno incrinato di quello tra statunitensi ed europei, per effetto dell’evidente divaricazione degli interessi regionali dello stato ebraico da quelli di natura globale perseguiti dagli Usa.


Le peculiarità delle situazioni locali

L’attivazione delle rivolte attraverso il web costituisce un aggiornamento tecnologico del modello sperimentato da Otpor in Serbia e già esportato nello scorso decennio in Georgia, Ucraina e Kirghizia. Non stupisce che si stia rapidamente diffondendo all’intero blocco geopolitico nord-africano e mediorientale, tanto più che a veicolarlo contribuiscono anche le attività di media tradizionali come al Jazeera ed al Arabiya, che dispongono di vasti ascolti nell’area. Tuttavia, proprio la separazione fisica esistente tra l’infosfera ed il mondo reale permette di escludere una generalizzazione degli sbocchi finali. E’ infatti davvero difficile che l’applicazione della nuova tecnica rivoluzionaria produca gli stessi risultati calandosi in contesti materiali tanto differenti.

A differenziare il destino delle rivolte può essere una molteplicità di fattori, quali l’effettivo grado di legittimazione complessiva del sistema politico bersaglio delle sollevazioni, la disponibilità di chi detiene il monopolio legale della forza ad usarla decisivamente per stroncare l’insurrezione quando non ha ancora guadagnato adesioni sufficienti, l’ampiezza del cartello sociale in grado di sostenere l’urto, il grado di apertura verso l’esterno dei singoli paesi ed altri ancora. E’ di certo importante, ovviamente, anche l’effettiva possibilità della gente di accedere alle informazioni trasmesse dalle televisioni satellitari e dai media informali, che distingue le società più sofisticate, internazionalmente integrate ed affluenti da quelle povere, chiuse ed arretrate.

Le dimostrazioni di Khartoum, ad esempio, non hanno di certo avuto lo stesso successo di quelle che hanno travolto il governo tunisino di Ben Alì. Proprio la considerazione di queste peculiarità dovrebbe consigliare una certa prudenza in relazione a quanto sta accadendo in Iran e Libia. Nella Repubblica islamica, in effetti, esiste un importante movimento d’opposizione. Ma l’Onda verde è già stata sconfitta due anni or sono, quando era certamente più forte e si batteva sotto gli occhi delle televisioni di tutto il mondo. La ragione risiede nel fatto che non è mai stata in grado di coagulare intorno a sé un blocco politico-sociale più potente di quello che sorregge l’attuale quadro di potere.

Forti nelle città, i seguaci di Mir-Hossein Moussavi non sono mai stati egualmente sostenuti nelle campagne, ad esempio, e non sono pochi coloro che ritengono, inclusa la Washington Post, che le ultime elezioni presidenziali tenute in Iran non siano state veramente alterate in modo significativo dai brogli. Dato il grado di legittimità di cui malgrado tutto sembrano godere le istituzioni della Repubblica islamica, in Iran diversi esiti possibili paiono più probabili di quello che contempla la vittoria dell’opposizione: dalla repressione pura e semplice all’innesco di una guerra civile vera e propria. Per il momento, comunque, prevalgono le forze della conservazione. (g.d.)
 
Nord-Africa: La rivolta in Libia e le conseguenze per l'Italia
Roma, 22 feb 2011 18:02 - (Agenzia Nova) - In Libia gli eventi sembrano aver preso una piega imprevedibile sino a domenica notte. In un primo momento, era parso che il regime del colonnello Muhammar Gheddafi riuscisse in qualche modo a contenere una ribellione che interessava soprattutto le tribù cirenaiche dell’est e fosse invece relativamente al sicuro nella sua Tripolitania, scientificamente privilegiata nella ripartizione della rendita energetica e nell’accesso alle risorse del potere. Ma non tutto è andato come si pensava.

Le unità dell’esercito regolare, rafforzate da mercenari reclutati in extremis nel Sahel, hanno fatto massiccio ricorso alla violenza, sparando anche razzi Rpg ad altezza d’uomo a Bengasi. Ma senza venire a capo della situazione. I dimostranti non hanno abbandonato la piazza, a dispetto delle ingenti perdite provocate dal fuoco delle armi medio-pesanti dei governativi. Ed alla fine hanno avuto la meglio. Numerosi militari hanno infatti disatteso gli ordini, passando dal lato dell’insurrezione e compromettendo il controllo governativo di vaste porzioni del territorio libico.

Le tensioni latenti nelle Forze armate sono a quel punto affiorate, accrescendo l’incertezza circa le effettive possibilità di sopravvivenza del regime, ulteriormente ridotte dalla successiva defezione di alcune importanti tribù del sud, essenziali alla tenuta del governo. Di qui, quanto è infine successo a Tripoli, dove diverse sedi della polizia e, soprattutto, palazzi pubblici di grande importanza, come quelli che ospitano il Parlamento e la Tv di stato, sono stati assaltati e dati alle fiamme.

L’urto è stato sì etno-geografico, come s’ipotizzava nel fine settimana, ma uscendo dalle linee che la maggior parte degli osservatori anticipava. Sono una testimonianza della grande debolezza attuale di Gheddafi anche le tardive aperture al dialogo ed alle riforme fatte dal figlio Seif al Islam, un passo al quale di solito ci si rassegna solo quando l’inevitabile è alle porte. E’ davvero difficile, al momento, ipotizzare che il Colonnello possa sopravvivere ad una crisi di questa portata.


Cosa rischia effettivamente l’Italia

La crisi dei regimi autoritari mediterranei rappresenta certamente un elemento di sofferenza per l’Europa e per l’Italia in particolare, date le relazioni privilegiate stabilite con gli uomini forti locali. Ovviamente, la rilevanza degli interessi in gioco è diversa a seconda dei paesi che si considerano, dipendendo tanto dalla magnitudine dell’integrazione economica raggiunta con ciascuno di essi quanto dalla sussistenza o meno d’implicazioni attinenti alla sfera della sicurezza. Questo spiega perché, ad esempio, quanto accade in Yemen risulti pressoché indifferente alle sorti del nostro paese, mentre contano molto il destino dell’Iran e, soprattutto, quello di Libia, Algeria ed Egitto.

Tripoli è stata negli ultimi anni non soltanto un affidabile e prezioso forniture di petrolio, ma anche la sorgente di cospicui investimenti diretti esteri nel nostro paese e, soprattutto, l’architrave di una politica di contenimento dei flussi migratori illegali estremamente efficace. Il crollo del regime di Gheddafi ed il prevedibile caos che ne conseguirà, chiunque assuma il potere, costituiscono adesso fonti serie di preoccupazione, rispetto alle quali occorre predisporre delle strategie di contenimento del danno.

Molto di ciò che potrà essere fatto dipenderà da chi materialmente emergerà vincitore dalla lotta in atto. Potrà trattarsi di formazioni islamiche o di elementi provenienti dalle forze di sicurezza o fors’anche di una miscela di entrambe le componenti, come quella che sta prendendo corpo in Egitto. Qualsiasi leader prevalga, comunque, è difficile che possa fare a meno degli introiti garantiti dalle esportazioni di greggio. Potremo però perdere delle commesse ed ovviamente i soldi investiti dal fondo sovrano di Tripoli nel nostro paese, oltre ai privilegi recentemente riconquistati con tanta fatica ed il paziente supporto del governo dalle nostre imprese in Libia: non a caso, le quotazioni borsistiche di Eni, Impregilo ed UniCredit sono state penalizzate dai mercati finanziari.

Nel contrasto dei prevedibili flussi migratori, occorrerà insistere affinché gli accordi sottoscritti siano rispettati dai successori del Colonnello, ma nel frattempo non sarebbe sbagliato predisporre un sistema di presidio navale al limite delle acque territoriali libiche, l’unica zona dove è possibile effettuare il respingimento alla sorgente senza violare le norme del diritto marittimo internazionale. Rispetto a quanto accade, purtroppo, non pare che si possa far molto di più. E nulla, in ogni caso, che possa favorire un riassetto in Libia che sia geopoliticamente conveniente per l’Italia.

Naturalmente c’è polemica in casa nostra, anche se sorprendentemente focalizzata su aspetti formali tutto sommato secondari, come la denuncia più o meno tardiva della repressione attuata dalle forze di sicurezza libiche fedeli a Gheddafi, in ogni caso del tutto ininfluente. E’ prevedibile che si cercherà di sfruttare anche questo terremoto nord-africano contro l’attuale governo. Al riguardo, tuttavia, si ritiene necessaria qualche precisazione.

La politica estera italiana è oggi nel mirino di una critica assai ingenerosa e frettolosa nel dimenticare la continuità che ha contraddistinto la ricerca di una relazione forte con Gheddafi. Ed altresì superficiale nel trascurare i limiti ai quali si trovava sottoposta l’azione dell’Italia. In realtà, infatti, in questo frangente i margini di manovra a disposizione della Farnesina sono stati fin dall’inizio praticamente inesistenti, dovendosi tener conto tanto della necessità di confermare il sostegno ai detentori del potere, firmatari d’importanti accordi di collaborazione bilaterale, quanto di quella di non alienare completamente le simpatie di chi ne perseguiva il rovesciamento, possibile interlocutore di domani.

E’ un po’ la stessa trappola in cui si è trovata nelle scorse settimane la diplomazia statunitense, che tuttavia rischiava molto meno di quella italiana, non essendo Washington immediatamente esposta agli eventuali effetti della destabilizzazione regionale. Non resta, a questo punto che aspettare e vedere: sperando per il meglio mentre ci si attrezza per il peggio. (g.d.)