Mezzaluna
16.02.2011 - 15:08
Analisi
 
Medio Oriente: al Jazeera favorisce le “giornate della collera”. Ma non tutte
Roma, 16 feb 2011 15:08 - (Agenzia Nova) - “Se non ci fosse stata al Jazeera, le rivolte di Tunisia ed Egitto non sarebbero mai riuscite”: è questo il commento che va per la maggiore, in questi giorni, fra i telespettatori della tv più diffusa nel mondo arabo. Ma ormai anche in Occidente è opinione comune che se con la rete internet è stato possibile raccontare al mondo le proteste, al Jazeera le ha però irradiate internamente nelle aree coinvolte con una regia molto attenta. La copertura continua, da parte del network satellitare del Qatar, delle proteste in Tunisia e Algeria prima, e in Egitto poi, ha dato infatti un impulso decisivo al diffondersi della rivolta.

La televisione panaraba sta contribuendo al diffondersi delle proteste democratiche, tuttavia l’accusa che stia favorendo il fondamentalismo islamico si scontra con alcuni dati oggettivi difficili da trascurare. Non sempre la tv araba si è mostrata così attenta nel seguire altre rivolte, come ad esempio quella in atto in questi giorni in Iran, cui ha dedicato pochissimo spazio e solo per riferire i dispacci delle agenzie di stampa internazionali. Ben altro atteggiamento rispetto alle proteste nello Yemen e nel Bahrein, sulle quali il canale ha puntato i suoi riflettori con decisione. Per tentare di capire “a che gioco stia giocando” al Jazeera, bisogna ripercorrere la sua storia.

L’emittente nasce nel 1996 per volontà di Hamad bin Khalifa al Thani, emiro del Qatar, piccolo stato del Golfo Persico, con forti ambizioni di assumere una maggiore importanza nel panorama politico e culturale del Medio Oriente. Il progetto originale prevedeva che il canale, nato grazie agli ingenti finanziamenti della famiglia reale, si mantenesse in seguito grazie ai proventi della pubblicità. Tuttavia una tale indipendenza finanziaria non è mai stata raggiunta. Non per mancanza di telespettatori, perché la tv conta su un bacino di utenza potenzialmente enorme; la popolazione araba supera infatti i 330 milioni di persone. Ma a far pensare che gli introiti pubblicitari siano scarsi sono i rari stacchi che interrompono le trasmissioni, con l’abituale formula dei “consigli per gli acquisti”.

L’intenzione dell’emiro al Thani di creare un’emittente “libera” ha dato ad al Jazeera una forte connotazione da media indipendente, che legge “gli avvenimenti mondiali ed arabi con occhi arabi”, rompendo così il monopolio esercitato sino ad allora dalle varie emittenti occidentali in lingua araba, come la “Bbc” e “The Voice of America”. Proprio per questa sua peculiarità, al Jazeera ha riscosso un immediato successo tra gli spettatori di tutti i paesi di lingua araba, che per la prima volta avevano accesso ad un’informazione televisiva non mediata dagli interessi occidentali.

Tutta la storia dell’emittente è costellata di tentativi da parte dei regimi arabi di ostacolarne e reprimerne l’attività, tramite l’allontanamento o addirittura l’arresto dei suoi inviati e la chiusura degli uffici di corrispondenza. Tuttavia questi tentativi non sono riusciti ad arginare la popolarità dell’emittente, tanto che nel 2003 l’Arabia Saudita, paese leader dei regimi arabi moderati, ha dato vita ad una nuova tv satellitare, “al Arabiya”. Lo scopo dichiarato era sottrarre pubblico ad al Jazeera combattendola ad armi pari, cioè imitandone i format e l’impostazione occidentale, ma con contenuti meno critici nei confronti dei governi della regione, come è apparso chiaro durante la recentissima rivolta egiziana.

Le simpatie di al Jazeera sono note. In Egitto è stata la televisione che ha trasmesso in diretta no-stop gli avvenimenti, garantendo così ai dimostranti una visibilità eccezionale che ha rafforzato la loro lotta. Ma la diffidenza con cui molti governi guardano all’emittente ha radici lontane. Dalle accuse di sostegno a Hamas in Palestina sin dal 2008, fino alla diffusione dei presunti documenti relativi ad accordi tra l’Autorità palestinese e Israele riguardo concessioni su territori e prigionieri a favore dello stato ebraico. A seguito della vicenda, gli uffici di al Jazeera a Ramallah hanno subìto alcuni attentati.

In Libano l’emittente è stata accusata di benevolenza eccessiva nei confronti degli sciiti e di trasmettere un’informazione “pilotata” in senso negativo, contro il premier uscente, Saad Hariri. Anche in questo caso la tv del Qatar ha subito ritorsioni violente. Ma come spiegare il protagonismo di al Jazeera? Per capirne di più conviene guardare la carta geografica del Golfo. Il Qatar si trova schiacciato tra Arabia Saudita ed Iran. I rapporti con Riad sono pessimi. L’emirato teme poi di essere risucchiato nella sfera d’influenza degli ayatollah di Teheran.

Da ricordare inoltre che il Qatar ospita il comando delle Forze armate Usa nella regione. Promuovere le rivolte e agitare lo spettro del terrorismo è sicuramente un efficace strumento di contrattazione per acquisire maggior peso sullo scacchiere mediorientale e costruire un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. A Washington conoscono bene questo meccanismo. Chi guarda al Jazeera non può non notare come la Casa Bianca abbia iniziato ad essere rappresentata sotto una luce migliore, dall’inizio dell’amministrazione del presidente Barack Obama in poi.

Fonti della stessa emittente hanno reso noto che nel 2001 l’emiro del Qatar rifiutò una proposta di Washington, che chiedeva di diminuire la copertura di al Jazeera sui comunicati del leader di al Qaeda, Osama bin Laden, e del suo vice, Ayman al Zawahiri. L’emiro rispose di non poter esercitare pressioni, se voleva conservare un “sistema mediatico libero e credibile”. È grazie a questo “sistema libero” che oggi al Jazeera risulta molto credibile agli occhi dei telespettatori arabi, anche quando non enfatizza rivolte come quella dell’Onda Verde iraniana, riapparsa lunedì scorso nelle strade di Teheran. (a.f.a.)