Atlantide
14.02.2011 - 20:06
Analisi
 
Egitto: la crisi finale del regime e le sue conseguenze
Roma, 14 feb 2011 20:06 - (Agenzia Nova) - Al termine di un vasto moto popolare di protesta, che le Forze armate egiziane non hanno represso ma cavalcato nell’intento di provocare un avvicendamento ai vertici dello stato, il presidente egiziano Hosni Mubarak, al potere da trent’anni, è stato costretto a dimettersi ed abbandonare alla svelta la propria capitale, insieme alla propria famiglia. Il confronto che ha condotto a quest’esito è stato durissimo, specialmente nelle sue fasi finali, quando l’esercito, nel timore di perdere il controllo della situazione o di andare incontro ad una pericolosa spaccatura interna, ha tentato d’imporre le dimissioni al Rais senza ottenerle. La resistenza di Mubarak è stata tenace, ma la decisione degli Stati maggiori di annunciare la prossima fine dello stato d’emergenza e la convocazione di nuove elezioni hanno precipitato la situazione. I militari si sono mossi in relativa tranquillità perché disponevano non solo della forza necessaria a riportare il successo, ma altresì della legittimazione a farlo, giunta anche da diversi esponenti dell’opposizione, incluso Mohammed el Baradei.

Per quanto le istituzioni egiziane non siano state del tutto travolte, è evidente che quanto è accaduto costituisce una rivoluzione in piena regola. Dal momento che l’Egitto ha una popolazione di circa cento milioni di abitanti stimati, un quarto dei quali non censito, ed ospita sul suo suolo alcuni fra i più prestigiosi centri di elaborazione del pensiero musulmano, difficilmente quanto è accaduto resterà circoscritto. La campana potrebbe quindi suonare per molti regimi, soprattutto quelli che hanno fondato la propria sopravvivenza sull’allestimento di imponenti apparati di sicurezza, con o senza l’appoggio politico, militare o finanziario statunitense.

Gli Stati Uniti, a quanto è dato di capire con le ridotte informazioni di cui si dispone, non hanno probabilmente promosso direttamente questa ondata di sollevazioni. Ma è certo che influenti settori della società e del sistema politico statunitensi l’hanno appoggiata, inducendo il presidente Barack Obama ad abbandonare alla sua sorte uno dei più convinti alleati di Washington in Medio Oriente. I rapporti tra la Freedom House ed il “Movimento 6 Aprile”, che tanta parte ha avuto nelle manifestazioni di piazza Tahrir, al Cairo, sono documentati.

Verso quali nuovi equilibri interni vada l’Egitto è attualmente impossibile prevederlo, anche se le Forze armate stanno emergendo come protagoniste certe della transizione, avendo sciolto il parlamento e sospeso la Costituzione. Va in ogni caso ricordato come le rivoluzioni procedano in modo tipicamente non lineare e non di rado finiscano con il distruggere anche coloro che le hanno materialmente condotte. Può accadere anche questa volta, considerando la frammentazione e la carenza di strutturazione che contraddistinguono il sistema politico egiziano. Rendono complicato l’avvio di un processo democratico solido anche la diffusa povertà ed i bassi livelli d’istruzione. Tutto è quindi possibile, anche un precoce Termidoro all’ombra delle piramidi. Sembra invece più agevole individuare chi possa annoverarsi tra i beneficiari diretti di quanto sta avvenendo e chi, al contrario, debba considerarsi sconfitto o comunque di fronte ad una situazione meno funzionale al soddisfacimento dei propri interessi nazionali.


Chi vince e chi perde

Sembra chiaro che gli Stati Uniti siano al momento nel campo dei vincitori. Per quanto muovendosi inizialmente in modo incerto ed ondivago, gli Usa hanno infine appoggiato a tal punto la causa della piazza e dei militari ostili a Mubarak da aver indotto l’ex presidente a denunciare pubblicamente le loro interferenze sulla vita politica egiziana. Occorre comunque sottolineare come la posizione di Washington nella regione si stesse pericolosamente indebolendo e come quindi gli Stati Uniti avessero un obiettivo interesse a non farsi tagliar fuori da un’eventuale cambiamento.

L’Europa si è invece divisa. Un certo numero di paesi, fra i quali la Germania e la Gran Bretagna, ha seguito le rispettive opinioni pubbliche e le indicazioni di Washington, accodandosi agli Stati Uniti nella richiesta di mutamenti rapidi e radicali al Cairo. L’Italia, invece, per quanto la stampa del nostro paese abbia cercato di minimizzarlo, ha difeso Mubarak fino alla fine. Il nostro paese è quindi purtroppo da annoverare tra i perdenti e l’ampiezza della sua sconfitta potrebbe esser ulteriormente amplificata dall’eventuale propagarsi della rivolta alla Libia, delineando la compromissione degli investimenti fatti dal nostro paese sulla sponda sud del Mediterraneo e della stessa strategia nazionale di controllo dei flussi migratori.

La disfatta di Mubarak è stata uno scacco grave anche per la monarchia saudita, che ha cercato di resistere con tutti i mezzi alle pressioni dell’Amministrazione statunitense sul presidente oggi dimissionario, minacciando addirittura di sostituirsi a Washington nella posizione di erogatore degli importanti sussidi – 2,8 miliardi di dollari all’anno – che alimentano le Forze armate egiziane. Tutto vano.

Quanto ad Israele, è evidente il timore di Tel Aviv di aver perduto con Mubarak il leale custode degli accordi di Camp David. Si tratta di preoccupazioni condivisibili: non solo i Fratelli musulmani che hanno contribuito in modo forse decisivo al successo dell’insurrezione, ma anche molti gruppi politici secolari di varia ispirazione sono in effetti favorevoli alla revisione del trattato di pace con Israele, che l’Egitto ha dopotutto pagato con il proprio isolamento dal grosso del mondo islamico e la rinuncia alle proprie ambizioni ad esercitarvi una leadership. Non a caso, anche se le nostre televisioni non lo hanno mostrato con gran enfasi, molti dei manifesti esposti dai dimostranti ritraevano il presidente dimissionario con una stella di Davide sulla fronte, ovviamente in segno di spregio.

Il Consiglio militare supremo che ha assunto la reggenza al Cairo sta cercando di rassicurare le cancellerie occidentali circa il fatto che terrà fede ai trattati ed in fondo induce a ben sperare anche il condizionamento finanziario obiettivo, rappresentato dai contributi statunitensi alle Forze armate del Cairo. Ma occorre vedere che piega assumeranno gli eventi.


I rischi per Israele e la pace nel Mediterraneo

Ha vinto di certo la Turchia, che costituisce un modello per molte delle persone scese in piazza in Egitto durante le ultime tre settimane, è guidata da un uomo politico formatosi all’interno della Fratellanza musulmana ed ha esplicitamente abbracciato la causa della rivoluzione. Per Ankara, infatti, i margini di manovra potrebbero a questo punto dilatarsi sensibilmente, con effetti nel Mediterraneo orientale che verrebbero potenziati da un’eventuale diffusione delle rivolte a Siria e Giordania, con grave pregiudizio finale degli interessi di sicurezza israeliani e rischi significativi per la pace. Se anche Amman fosse costretta a cambiar regime e magari denunciare gli accordi di pace con Israele, infatti, la situazione potrebbe divenire critica per Tel Aviv. Lo stato ebraico tornerebbe infatti ad avvertire acutamente la sindrome dell’accerchiamento che ha caratterizzato i primi decenni della sua esistenza, aggravata questa volta dalla percezione di un serio deterioramento delle relazioni con Washington. E la tentazione di scompaginare tutti i giochi con una mossa militare offensiva potrebbe alla fine riuscire irresistibile, quale mezzo di ultima istanza, tanto per costringere gli Usa a tornare sui suoi passi, quanto per puntellare in qualche modo le classi dirigenti “moderate” attualmente al potere in molti paesi arabi.

Valgono peraltro per la Giordania le stesse considerazioni fatte a proposito dei militari egiziani. All’occorrenza, Amman potrebbe essere indotta comunque alla prudenza da generosi finanziamenti occidentali. Può sembrare paradossale, ma se davvero dalla rivoluzione egiziana conseguisse una minaccia seria alla tenuta degli accordi di Camp David, a farne le spese potrebbe infine esser l’Iran, bersaglio ideale di un nuovo attacco preventivo israeliano. Proprio questo fattore, insieme all’obiettiva emersione di un nuovo competitore per la supremazia tra i paesi islamici, impedisce alla Repubblica Islamica di annoverarsi tra i vincitori di questa partita.

Al di là degli sforzi fatti dalla sua leadership per cavalcare le proteste, infatti, Teheran non pare in grado di trarne alcun vantaggio. Rischia anzi una seria destabilizzazione interna, perché in Iran esiste già un forte dissenso, che l’esempio egiziano potrebbe a questo punto galvanizzare. Non a caso, alle notizie provenienti dal Cairo ha fatto da contraltare quella dell’imprigionamento di Mehdi Kharroubi, uno dei più importanti leader riformisti della Repubblica islamica. Ed il giorno di San Valentino, “l’Onda verde” è riapparsa sulle piazze iraniane. (g.d.)