Mezzaluna
09.02.2011 - 17:32
Analisi
 
Iraq: le rivolte arabe innescano a Baghdad la lotta contro la corruzione
Roma, 9 feb 2011 17:32 - (Agenzia Nova) - Il gesto estremo del 26enne Mohamed Bouazizi, che ha innescato la rivolta tunisina dandosi fuoco nella cittadina di Sidi Bouzid per protestare contro il sequestro di alcune cassette di frutta e verdura, prelevate dalla polizia nonostante non occorresse alcun permesso per venderle in strada, si è rivelato una scintilla in grado di innescare incendi imponenti. Si pensi a quel che sta accadendo in Egitto, e a quello che potrebbe accadere in molti regimi arabi accusati di corruzione e di avere arricchito a dismisura i dirigenti dello stato e una classe di affaristi che gravitano nell’orbita di governi dalla dubbia stabilità.

Le nuove generazioni arabe chiedono riforme democratiche, rivendicano un lavoro e un salario dignitosi e pongono come condizione pregiudiziale alle élite dominanti la fine di una sistema di governo basato sulle razzie di denaro. In molti paesi arabi, come Marocco, Algeria, Yemen e Giordania, si cerca di correre ai ripari con misure ed elargizioni a beneficio della popolazione, ma in Iraq, dove esiste un governo eletto dal popolo e dove le riforme in senso democratico sono una realtà dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, i politici sembrano avere capito la necessità e la “convenienza” di far fronte ad un fenomeno endemico, la corruzione generalizzata, che in Medio Oriente è stato sempre considerato alla stregua di un male inevitabile.

È di questi giorni l’annuncio della costituzione, a Baghdad, di un comitato speciale, composto da rappresentanti delle tre più alte cariche dello stato per dare il via ad una revisione degli stipendi e degli emolumenti degli alti funzionari dello stato, allo scopo di ridurli. Una nota presidenziale riporta che “il capo dello stato, Jalal Talabani, ha chiesto di essere il primo a subire una riduzione del proprio appannaggio, proponendo di fare lo stesso con gli emolumenti concessi ai funzionari della presidenza della Repubblica, ai ministri, ai deputati e alle alte cariche degli enti di stato”. Qualche giorno prima era stato il premier Nouri al Maliki ad annunciare di aver dimezzato il proprio stipendio.

Sarebbe utile rendere noti “stipendi, benefit, spese di viaggi ed emolumenti vari”, si lamentano gli scettici, ma gli annunci dei governanti non sembrano isolati. Il tema della lotta alla corruzione è al centro del dibattito pubblico, seguito da una stampa sempre più attentata al fenomeno, e che chiede il taglio degli enti inutili dello stato, la cui unica funzione è di elargire laute prebende a parenti e amici dei potenti. Lunedì, al parlamento di Baghdad, un folto gruppo di deputati ha attribuito alla “corruzione nell’amministrazione pubblica”, in particolare quella del ministero del Commercio, la scomparsa dalle tessere annonarie di alcune voci di generi alimentari disribuiti dallo stato. Il parlamento ha inoltre istituito una commissione d’inchiesta per indagare sui contratti stipulati dai ministeri del governo negli anni dal 2008 al 2010.

Buon segno, se si pensa che il fenomeno finora è stato accettato con fatalismo. “Bakshish”, in arabo vuol dire “mancia”, e in Medio Oriente è un termine molto diffuso che però ha finito per indicare ogni tipo di favore, anche illegale, ripagato con denaro. Oggi, quindi, significa soprattutto tangente ed è sinonimo di corruzione. Il tipo di atteggiamento che quell’espressione sottende è però ampiamente e fatalisticamente accettato dalle società arabe: tutti i tipi di servizi essenziali per l’esistenza quotidiana – da una pratica al comune a un letto in ospedale – vengono concessi non come un diritto, bensì dispensati come un “favore” e, in quanto tali, ricompensati in vari modi.

Con il tempo, però, il “bakshish” si è globalizzato, come tutto il resto, per diventare prassi consolidata anche nel gigantesco “business” dei contratti e delle commesse delle compagnie straniere con gli enti statali. Sono queste tangenti, nascoste sotto la comoda veste di “commissioni” o “partecipazione alle azioni” in società miste, a portare i costi della politica ad un prezzo ormai insostenibile, come stanno dimostrando Egitto e Tunisia. Oggi, in Iraq, la finanziaria del governo è materia di dibattito pubblico, e la speranza dei giovani delle rivolte arabe è che l’eccezione irachena diventi la regola in tutti i loro paesi.
(a.f.a.)