Atlantide
08.02.2011 - 10:34
ANALISI
 
La prova di forza in Egitto, Algeria, Giordania e Marocco
Roma, 8 feb 2011 10:34 - (Agenzia Nova) - In attesa che vengano prodotti studi in grado di spiegare esattamente in che modo dai social network del web possano emergere leader politici in grado di elaborare una strategia rivoluzionaria, non rimane che osservare gli sviluppi della lotta in atto nel mondo arabo. Il teatro principale rimane senza dubbio l’Egitto, paese pivot del Medio Oriente in ragione della propria posizione geografica, delle sue dimensioni demografiche e dell’influenza culturale che è in grado di esercitare nel mondo islamico attraverso il centro di Al Azhar e la Fratellanza musulmana, alla quale appartengono o sono stati comunque iscritti anche uomini politici di altri paesi, come il premier turco, Recep Tayyip Erdogan.

Tensioni stanno tuttavia affiorando anche in Marocco, dove sono dodicimila i giovani che hanno chiesto al re, Mohammed VI, un diretto discendente del Profeta, di emendare la Costituzione nella parte che riconosce al monarca poteri assoluti. Qualche migliaio di internauti si sta muovendo anche in Siria, seppure il presidente, Bashar al Assad, abbia già adottato importanti contromisure sul versante della sicurezza, così come è capitato in Kuwait, il cui emiro sta cercando di prevenire la rivolta, garantendo cospicue elargizioni di denaro ai propri sudditi.

In Giordania, re Abdullah ha sostituito il governo, dando mandato al nuovo primo ministro di negoziare anche con i movimenti politici dell’opposizione islamica. In Algeria, inoltre, sta significativamente aumentando la pressione sociale, tendente ad ottenere la rimozione dello stato d’emergenza imposto durante gli anni Novanta per fronteggiare l’offensiva terroristica condotta dal Gia, braccio armato del Fronte islamico di salvezza. Persino Hamas, nella Striscia di Gaza, sta facendo i conti con una pericolosa fronda interna. Non è infine chiaro se possa effettivamente considerarsi in qualche modo stabilizzata la Tunisia, paese nel quale ha recentemente fatto ritorno un leader islamista da tempo in esilio, che tuttavia ha per il momento escluso una propria candidatura alle future elezioni presidenziali.

E’ quindi un’intera regione geopolitica della massima importanza per gli equilibri globali ad esser ormai in movimento. Sembra però ancora difficile prevedere a quali esiti tenda l’intero processo, che appare guidato dagli elementi migliori della gioventù secolarista in ciascuno degli stati interessati. Questi ultimi, tuttavia, rappresentano notoriamente altrettante minoranze nelle rispettive società di riferimento e la tenuta delle loro capacità di leadership a medio termine costituisce un’incognita. Proprio in ragione di questa condizione minoritaria in cui si trovano coloro che guidano le rivolte, esiste un timore diffuso che le insurrezioni possano, qualora riescano effettivamente ad abbattere alcuni fra i regimi autoritari che fin qui l’Occidente ha considerato come i propri interlocutori privilegiati, spalancare successivamente le porte ad una democratizzazione che si tradurrebbe fatalmente nell’islamizzazione politica dell’intera sponda sud del Mediterraneo.

Avvertono questo pericolo soprattutto gli israeliani, ed in particolare il primo ministro, Benjamin Netanyahu, che da tempo rimprovera a statunitensi ed europei di aver troppo rapidamente abbandonato il rais egiziano, Hosni Mubarak.

Non è detto che prevalga l’Islam politico-radicale

Esistono peraltro elementi che autorizzano ad immaginare anche approdi diversi. Intanto, la circostanza che i movimenti di ispirazione islamica siano al traino, anziché la locomotiva del processo di cambiamento, rende oggettivamente difficile pronosticare un successo rivoluzionario che porti automaticamente all’instaurazione della sharia, la legge islamica. In talune piazze d’Egitto, i cristiani hanno più volte protetto i dimostranti musulmani impegnati nelle loro preghiere, un fatto inspiegabile se non si ricorda che all’incirca un mese fa, quando una chiesa copta venne colpita da un grave attentato jihadista, gli stessi esponenti della Fratellanza musulmana si offrirono come scudi umani a difesa della libertà di culto.

Occorre poi guardare alle forze in campo. In Egitto, è l’esercito il vero attore cruciale del processo politico: un soggetto potente e rispettato, con una sua visione degli equilibri interni e dello sviluppo nazionale, i cui obiettivi determineranno quasi certamente l’esito finale dell’intera vicenda. I militari del Cairo hanno già ottenuto molto: le proteste hanno infatti permesso loro di sbarrare la strada a qualsiasi ipotesi di perpetuazione della dinastia dei Mubarak al potere, garantendo ai propri vertici la possibilità di beneficiare a breve termine di un gradito ricambio ai vertici dello stato. Non è casuale, in questo senso, che proprio all’indomani della rinuncia del presidente a ricandidarsi, le Forze armate abbiano permesso alle milizie ed alla polizia leali a Mubarak d’intimidire i manifestanti con le proprie violenze: una scelta che si spiega solo con la volontà di ridimensionare le ambizioni della piazza e preparare la strada ad un compromesso favorevole, del quale sembrano già intravedersi gli elementi principali.

Probabilmente, i vertici militari avrebbero gradito un ricambio più limitato, ma l’ampiezza dei moti e le pressioni statunitensi, fattesi molto forti dopo le prime dimostrazioni, deve aver consigliato maggiore flessibilità. Quello egiziano è in effetti un esercito di coscritti ed in quanto tale attraversato dai medesimi fermenti che scuotono la società, circostanza che contribuisce a spiegare perché non abbia voluto sporcarsi le mani e perché abbia cercato una mediazione ragionevole, in grado di proteggere l’onore di Mubarak, salvaguardare in qualche modo le istituzioni e permettere magari la cooptazione nel futuro quadro politico di qualche componente delle forze scese in campo per il cambiamento.

In Iran, le cose andarono molto diversamente. Fin dal 1978, infatti, furono i religiosi a guidare la rivolta contro lo Shah, che non riuscì a difendersi perché, in ultima analisi, l’esercito imperiale rimase passivo, preferendo consegnare le armi ai rivoluzionari piuttosto che usare la forza contro il clero sciita. In questo senso, sembra veramente destituito di fondamento il tentativo di Teheran di appropriarsi del processo in atto in Egitto, rinnovato anche recentemente per ragioni propagandistiche dall’ayatollah Ali Khamenei. Per quanto ciò sembri paradossale, quanto vediamo ha invece un legame probabilmente più stretto con gli effetti della predicazione neoconservatrice statunitense e la Freedom Agenda dell’amministrazione guidata da George W. Bush. In fondo, pur con tutti i limiti che contraddistinguono le loro esperienze, Iraq e Libano hanno finito per rappresentare un modello, avendo istituzioni basate su un’investitura elettorale autentica.

Non è un caso che il presidente Usa, Barack Obama, sia parso in grande imbarazzo. Quanto accade costituisce infatti una sfida straordinaria alla visione realista abbracciata dalla sua amministrazione, già distintasi un paio d’anni fa per l’appoggio assicurato al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad nei confronti dell’Onda verde che contestava la legittimità della sua rielezione. Sembra quindi difficile che dietro quanto è accaduto possa esservi la mano degli Stati Uniti, al contrario di quanto hanno sospettato diversi osservatori, anche se c’è stata un’evidente volontà di sfruttare gli eventi ex post. L’amministrazione democratica attualmente al potere, in effetti, non brilla per velocità di pianificazione e determinazione nell’esecuzione, ma nutre una certa avversione per lo status quo mediorientale, che ha contribuito a generare il terrorismo jihadista e nel quale i competitori regionali e globali degli Stati Uniti sono riusciti a ricavarsi delle nicchie interessanti.

Di qui, la scelta fatta dalla Casa Bianca di scommettere su un ricambio delle leadership: un atteggiamento del tutto ragionevole rispetto all’obiettivo di modificare una situazione comunque ritenuta al momento insoddisfacente. Cinesi ed europei, di contro, rischiano di più all’interno di uno scenario di cambiamento ed instabilità sulla sponda sud, che compromette relazioni di lunga data strette con le élite mediorientali e minaccia di generare tanto rincari nei prezzi delle materie prime energetiche quanto improvvisi flussi migratori. Chi pare nella miglior posizione per beneficiare della svolta, qualsiasi direzione assuma, è forse la sola Turchia, che si candida ormai ad esercitare una leadership forte ed autorevole nell’intero bacino Mediterraneo. (g.d.)
 
Afghanistan: cala sensibilmente a gennaio il numero dei caduti
Roma, 8 feb 2011 10:34 - (Agenzia Nova) - Il gran clamore mediatico che giustamente avvolge le vicende mediorientali ha impedito di dare giusto risalto a un dato interessante proveniente dall’Afghanistan. Il mese di gennaio, infatti, si è concluso con la perdita di 32 militari occidentali, tra i quali purtroppo anche un sottufficiale italiano, contro i 43 che caddero nel gennaio dello scorso anno. E’ una contrazione del 25 per cento, la seconda che si verifica negli ultimi sei mesi. Senza che la stampa del nostro paese lo abbia evidenziato, si sono inoltre moltiplicati i casi di spontanea riconsegna delle armi da parte di gruppi più o meno estesi di guerriglieri talebani.

Il 31 gennaio sono stati ben trenta gli insorti ad aver accettato il programma di riconciliazione presentandosi alle autorità governative di Kunduz, nell’Afghanistan settentrionale. Due giorni dopo, se ne sono aggiunti altri 25 nella provincia di Samangan ed ulteriori undici a Bala Buluk, nella provincia di Farah, dove opera la nostra Task Force South. Le cifre aggregate delle ultime settimane parlano di un flusso che ha finora interessato centinaia di persone e che potrebbe esser sintomatico del successo incontrato da alcuni aspetti della strategia prescelta dal generale David Petraeus. Questi non solo ha concentrato la forza di cui dispone contro i quadri intermedi della guerriglia, fiaccandone la determinazione, ma ha altresì accentuato gli sforzi tesi ad impegnare nella lotta all’insurrezione gli anziani capi tribali. Una minaccia della cui gravità gli stessi talebani paiono essersi resi conto, come prova la campagna di sequestri avviata contro di coloro che hanno accettato di collaborare.

Ovviamente, è presto per cantar vittoria, tanto più che nulla si sa delle prospettive negoziali che erano parse dischiudersi lo scorso autunno e comunque si sospetta un tentativo della guerriglia di scatenare un’offensiva importante durante la prossima primavera. Inoltre, il possibile miglioramento complessivo della situazione non implica necessariamente la riduzione dei rischi gravanti sui nostri soldati, che rimangono significativi in ragione delle zone nelle quali sono stati schierati, come provano gli scontri a fuoco degli ultimi giorni occorsi a Bala Murghab e all’avamposto Snow di Buji, nel Gulistan, già fatale al caporale Matteo Miotto.

Il presidente Hamid Karzai, comunque, è impegnato in una fitta serie di appuntamenti diplomatici. Dopo aver dato il via libera alla strutturazione di un dialogo politico ad alto livello con il governo civile del Pakistan, al quale i militari di Islamabad partecipano in posizione subordinata, in questi giorni il capo dello stato afgano ha incontrato il premier indiano, Manmohan Singh, prima di spiccare il volo per la Wehrkunde di Monaco, che è l’omologo del Forum di Davos nel campo della politica di sicurezza internazionale, dove hanno avuto luogo numerosi incontri bilaterali. Il tentativo di coagulare un fronte antitalebano più ampio sembra evidente. (g.d.)