Atlantide
31.01.2011 - 19:59
Analisi
 
Medio Oriente: le “rivoluzioni colorate”, cause possibili e potenziali effetti
Roma, 31 gen 2011 19:59 - (Agenzia Nova) - I tumulti di piazza che dalla Tunisia si sono propagati all’Egitto, all’Algeria, allo Yemen, alla Giordania, al Libano ed ora anche al Sudan hanno evocato il ricordo dei grandi rivolgimenti occorsi nell’Europa centro-orientale durante il lungo autunno del 1989. In realtà, quanto accade sembra piuttosto ricalcare i modelli affermatisi nella prima metà dello scorso decennio, quando una serie di sollevazioni modificò sensibilmente il quadro politico in Serbia, Georgia, Ucraina e Kirghizia. Oggi come allora, infatti, sembrano miscelarsi peculiari fattori di disagio locale ed alcune modalità ricorrenti di lotta. La circostanza induce a chiedersi se esista o meno una regia occulta dietro questa ondata rivoluzionaria che sembra avviluppare parte cospicua del Medio Oriente e chi possa essere sospettato di averla pianificata e di gestirla in questa fase.

L’esperienza dei primi anni del nuovo secolo è sotto certi punti di vista un precedente illuminante. A collegare tra loro i fatti Belgrado, Tbilisi, Kiev e Bishkek – realtà distanti sia geograficamente che politicamente – non fu tanto un effetto imitativo trainato dai media, quanto l’azione deliberata di alcune organizzazioni non governative, che assicurarono l’esportazione dei più efficaci metodi insurrezionali offrendo dietro compenso i propri servizi alle principali forze di opposizione. La velocità di contaminazione è tuttavia adesso notevolmente maggiore, probabilmente a causa dell’esistenza di media informali straordinariamente capillari – si pensi a Facebook o a Twitter – che si sono recentemente sovrapposti all’azione delle televisioni satellitari. Ha contribuito ad accelerarla anche la presenza di una lingua e di un patrimonio culturale praticamente comuni.

Naturalmente, non basta l’opera di pochi soggetti privati, per quanto influenti, a rovesciare il regime politico di uno o più stati. Sono infatti necessarie alcune condizioni di base – come l’esistenza di un vasto disagio sociale ed economico e l’insistenza di rivendicazioni politiche forti. Tali elementi erano sicuramente attivi nella Tunisia di Ben Ali alla vigilia della sua deposizione. Sussistono anche in Egitto e, con alcune differenze, in tutti gli altri paesi finora toccati dal vasto sommovimento. Solo in Libano pare operare una logica in parte diversa, collegata allo sviluppo della dialettica democratica in uno stato avviatosi sulla strada della democrazia già alla metà del decennio scorso.

E’ egualmente importante anche l’intervento di un adeguato e tempestivo supporto esterno, almeno in termini di legittimazione dell’insurrezione, la cui causa ha in effetti bisogno di essere identificata come giusta e meritevole di tutela il prima possibile, per elevare i costi politici della repressione. Sotto questo profilo, è forte l’impressione che almeno a Tunisi l’apporto statunitense possa essere stato in questo senso determinante, anche se le informazioni veicolate al riguardo da Wikileaks non paiono straordinariamente credibili: se complotto c’è stato, infatti, l’input non è certamente partito dalla Casa Bianca. Il presidente Usa, Barack Obama, è stato tuttavia lesto nell’intuire le implicazioni delle rivolte che, comunque vada, sembrano sul punto di dischiudere agli Stati Uniti opportunità inattese in una zona di mondo nella quale aveva perso molte delle proprie posizioni. L’Europa, di contro, si è dimostrata ancora una volta lenta a reagire, soprattutto in relazione all’Egitto, complici le importanti relazioni sviluppate da alcuni governi con il regime di Hosni Mubarak.

La combinazione dei moti popolari e del riconoscimento internazionale della legittimità della lotta sta diffondendo la percezione di un processo insurrezionale vincente e destinato a prevalere, fiaccando la determinazione a resistere di chi detiene il potere e contemporaneamente rafforzando quella ad andare fino in fondo di chi scende in piazza. Per questo è fin d’ora evidente che la discontinuità storico-politica prodottasi in questi giorni non verrà riassorbita. I regimi sotto assedio riescono a reggere solo se riescono ad imprimere nelle fasi iniziali del confronto la sensazione di essere coesi e disponibili a sacrificare anche la propria rispettabilità internazionale pur di mantenere il controllo della situazione. Questo fattore spiega perché, tra le altre cose, i regimi di Pechino e Teheran siano riusciti a rimanere in sella reprimendo con eccezionale violenza le proteste di piazza Tienanmen e la cosiddetta “Onda verde”, mentre i governi di Serbia, Georgia, Ucraina e Kirghizia abbiano capitolato.


Tunisi ed il Cairo: il timore di un’affermazione fondamentalista

La forza di volontà necessaria ad alzare il livello dello scontro è per il momento mancata in Tunisia, mentre in Egitto la situazione pare confusa, anche per il ruolo ambiguo che ha assunto nella crisi l’esercito regolare, che pare da un lato difendere le istituzioni e dall’altro negare al presidente assediato gli strumenti per condurre una repressione spietata. Si tratta di un atteggiamento abbastanza razionale, tenuto conto degli importanti legami esistenti tra le Forze armate egiziane e gli Stati Uniti, che impediscono di assecondare fino in fondo un moto che potrebbe precipitare una rivoluzione islamica al Cairo ma anche, allo stesso tempo, di ignorare la posizione assunta da una Washington assolutamente contraria all’impiego di mezzi violenti contro i dimostranti.

Di fatto, Mubarak è stato scaricato tanto dagli statunitensi quanto dal grosso dei suoi alleati europei, che pure avevano inizialmente manifestato una certa ritrosia ad allinearsi al presidente Obama. Soltanto Israele pare ancora al fianco del vecchio leader egiziano, che ha garantito per decenni la tenuta degli accordi di Camp David. Non è un caso che sia stato proprio un giornale israeliano, Maariv, a pubblicare negli scorsi giorni il documento sulle modalità di lotta al quale i manifestanti sembrano aver fatto riferimento, nel chiaro intento di adombrare l’esistenza di una pianificazione di dubbie origini e quindi indebolire il movimento.

Così stando le cose, è probabile che i militari egiziani mirino a questo punto ad una soluzione “interna” della crisi, che permetta a Mubarak di abbandonare il potere in modo dignitoso, sostituendolo con un’altra personalità proveniente dagli apparati di sicurezza del paese. Di qui, altresì, il tentativo di gestire la piazza senza esacerbare le tensioni che si osserva in queste ore.

La prudenza, in effetti, è imposta dalle circostanze. Persino in una nazione ritenuta laica come la Tunisia, il rientro in patria del leader degli islamisti locali, Rachid Ghannouchi, è avvenuto nel contesto di una manifestazione alla quale hanno preso parte non meno di diecimila persone e che per intensità ha ricordato a molti le celebrazioni che accompagnarono nel 1979 il ritorno in Iran dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. Per quanto Ghannouchi sia stato abile nel negare qualsiasi ambizione presidenziale e nel far riferimento alla propria ammirazione per l’Akp che governa ad Ankara, inoltre, non sono certamente sfuggite le sue dichiarazioni concernenti la necessità di ricostruire il partito islamico tunisino, in modo da farne un efficace strumento di lotta politica sin dalle prossime elezioni parlamentari.

In Egitto, il timore che i disordini finiscano per sfociare nell’avvento al potere dei “Fratelli musulmani” è stato invece presente sin dal principio ed è tuttora la maggiore incognita gravante sull’intera vicenda. I dimostranti che occupano le strade e le piazze delle principali città egiziane, in effetti, non dispongono di alcuna solida struttura e lo stesso Mohammed El Baradei non sembra in grado di assumerne la guida, oltre ad aver negoziato in passato un accordo con gli islamisti per ottenerne il voto in occasione della sfida che si pensava lo avrebbe opposto a Gamal Mubarak il prossimo settembre. E’ altresì chiaro che i Fratelli musulmani sono pienamente consapevoli della forza che loro viene dall’aver monopolizzato per decenni l’opposizione al regime kemalista del Cairo. Ed il loro atteggiamento di questi giorni riflette tutto il cinismo di una strategia attendista di consapevole minimizzazione dei rischi.

Non è ormai da escludere neppure l’eventualità che gli islamisti abbiano in una certa misura infiltrato anche l’esercito, cosa che conferirebbe un significato ulteriore ed inquietante all’autolimitazione nel ricorso alla forza che ha caratterizzato finora la condotta dei militari sul terreno. Ben più di quella in atto nella pur vicina Tunisia, la partita che si svolge in Egitto è in ogni caso decisiva. Date le dimensioni demografiche e la statura geopolitica del paese – l’Egitto ha 83 milioni di abitanti censiti e 30 non registrati – l’esito dello scontro è infatti destinato ad incidere profondamente sugli equilibri regionali del Medio Oriente e dell’Africa orientale. (g.d.)