Mezzaluna
26.01.2011 - 17:20
Analisi
 
Egitto: la protesta sociale e i rischi dell’avvento del fondamentalismo islamico
Roma, 26 gen 2011 17:20 - (Agenzia Nova) - Gli avvenimenti di ieri in Egitto sono la prima diretta conseguenza della rivolta tunisina che, in pochi giorni, ha spazzato via il regime dell’ex presidente Zine el Abidin Ben Ali. L’unica ma fondamentale differenza tra le due situazioni sta nella dirompente potenzialità destabilizzante di una rivolta in un grande paese come l’Egitto, che conta da solo una popolazione praticamente pari a un terzo di quella dell’intero mondo arabo. Nonostante il carattere laico della protesta egiziana, giova ricordare che nel paese esistono i “Fratelli Musulmani”, la più antica e potente confraternita dell’Islam sunnita nel mondo. I “Fratelli” costituiscono, di fatto, l’unica alternativa al regime del presidente Hosni Mubarak.

Le imponenti manifestazioni di protesta, che hanno toccato almeno 15 città e hanno visto una massiccia presenza giovanile, sono verosimilmente l’inizio di un’intifadah destinata a non esaurirsi presto. Appare molto evidente che gli egiziani hanno preso spunto dalla rivoluzione dei gelsomini tunisina. Il principale slogan gridato dalla folla di decine di migliaia di manifestanti nell’immensa piazza al Tahrir nel centro del Cairo, è stato infatti: “Via Mubarak, l’aereo per Gedda ti aspetta”: chiaro il riferimento alla destinazione del volo aereo del deposto presidente tunisino Ben Ali, precipitosamente fuggito in Arabia Saudita.

Le condizioni di vita in Egitto sono peggiori di almeno tre volte rispetto alla Tunisia: mentre il reddito pro capite annuo dei tunisini è di tremila dollari statunitensi, nella terra dei faraoni la cifra media scende ad appena 800 dollari. Secondo le statistiche dell’Onu, degli 85 milioni di abitanti del paese sono almeno 60 quelli che vivono al di sotto della linea della povertà, il che, tradotto in cifre, significa meno di 2 dollari al giorno. L’enorme forbice tra ricchi e poveri, le repressioni poliziesche del dissenso e l’assenza di riforme politiche sono gli ingredienti che rendono esplosiva la miscela della protesta egiziana.

Ma è bene ricordare che il popolo egiziano, come del resto quello tunisino, non chiede solo il pane: la domanda di fondo, diffusa e cresciuta grazie alla potenza della rete internet, è politica. I giovani chiedono infatti riforme democratiche e il ricambio della classe dirigente del paese accusata, forse non a torto, di corruzione, nepotismo e inefficienza. A scegliere il giorno della “festa della polizia”, il 25 gennaio, come data della “giornata della collera”, sono stati i giovani del movimento “6 aprile”, che si sono passati parola attraverso la rete, senza alcuna apparente sponsorizzazione dei Fratelli Musulmani.

Questi ultimi hanno capito bene il potere di internet e la convenienza di non mettersi alla testa del movimento, ma la loro partecipazione alle manifestazioni è stata massiccia e ben organizzata. Basta guardare le fotografie dei manifestanti in varie città, e soprattutto ad Alessandria, per accorgersi che molti uomini portavano la barba (simbolo per gli islamisti di devozione alla causa di Allah) e molte erano le donne e le ragazze con la testa coperta con l’hijab islamico. Del resto, la “religiosità” degli egiziani è sotto gli occhi di tutti: nel nord ad Alessandria, come nel profondo sud agricolo, passando per la capitale, Il Cairo, è sempre più raro incrociare una donna che non porti il velo.

I Fratelli Musulmani si propongono come islamici moderati e cercano di accostarsi al modello turco del partito “Giustizia e Sviluppo”, attualmente al governo. Il loro obiettivo è conquistare “per vie democratiche” il potere. Ecco perché eventuali riforme da parte di Mubarak potrebbero servire soprattutto alla confraternita sunnita per raggiungere i suoi obiettivi.

Il disegno dei Fratelli Musulmani difficilmente potrebbe piacere agli Stati Uniti e alle cancellerie occidentali. Nessuno ha dimenticato che un esponente di questa confraternita, ovvero il medico egiziano Ayman al Zawahiri, è tutt’ora l’indiscusso ideologo nonché il numero due della multinazionale del terrore al Qaeda guidata dal saudita Osama Bin Laden, ragion per cui Washington, ha presto abbandonato la linea di chiedere riforme democratiche appoggiando invece di fatto il presidente Mubarak. Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha infatti detto di ritenere che il governo egiziano sia “solido” nonostante le proteste che invitavano alla cacciata dell’alleato Mubarak.

Gli Stati Uniti sono consapevoli che le città e le province del paese hanno assistito ieri alla più grande protesta popolare mai vista dalla grande rivolta del pane scoppiata 34 anni fa, il 18 e 19 del lontano dicembre del 1977. Gli Usa sanno, come ricorda la Tunisia, che il muro psicologico della paura degli egiziani è crollato e che in questi casi è facile che la situazione precipiti rapidamente per sfuggire definitivamente ad ogni controllo. Il presidente Mubarak ha 83 anni, e vuole che a succedergli sia il figlio Gamal, inviso ai militari perché “troppo legato al mondo degli affari”.

Dai tempi della rivoluzione di Gamal Abdul Nasser, il paese è sempre stato governato da un militare. L’esercito quindi vuole un proprio uomo al potere, e il suo nome forse è stato già indicato a Mubarak. Si tratta di Omar Suleiman, influente capo dell’intelligence militare egiziana. Le elezioni presidenziali sono previste per il prossimo autunno; ma se la protesta non rientra, sette mesi di tumulti sono troppi perché la Casa Bianca non cominci a pensare già da subito ad un successore dell’anziano Mubarak. (a.f.a.)