Atlantide
25.01.2011 - 18:35
Analisi
 
Usa-Cina: un vertice dalla valenza fortemente simbolica
Roma, 25 gen 2011 18:35 - (Agenzia Nova) - La visita del leader cinese Hu Jintao a Washington è stata certamente un evento di grande importanza, dal momento che Stati Uniti e Repubblica popolare sono le due potenze più importanti del pianeta. Il presidente Hu è giunto alla Casa Bianca forte delle statistiche comprovanti l’avvenuto sorpasso del Pil cinese rispetto a quello giapponese. Con un’economia che cresce ancora al tasso del 10 per cento annuo, un export estremamente competitivo, grandi riserve demografiche e grosse sacche di sottosviluppo da eliminare, il gigante asiatico ha inoltre davanti a sé un potenziale di crescita ben lungi dall’essere esaurito, tanto che sono sempre più numerosi gli analisti che si chiedono non se, ma quando le dimensioni del sistema produttivo cinese eguaglieranno quelle degli Stati Uniti.

L’ascesa cinese è guardata con sospetto sia dall’élite che dal grande pubblico americano ed è logico che sia così, dal momento che l’apparizione sulla scena internazionale di un colosso e della forza della Repubblica popolare è destinato fatalmente a modificare gli equilibri globali, ridimensionando la potenza statunitense. E non contribuisce certamente a dissipare la diffidenza la circostanza che la Cina sia politicamente organizzata in un regime autoritario a partito unico e vanti tradizioni culturali profondamente differenti da quelle occidentali. Gli Stati Uniti potevano intavolare un dialogo politico-strategico con l’Unione Sovietica basato su parametri culturali in una certa misura condivisi. Questo oggi invece non è dato, anche a causa della nostra distanza dal pensiero confuciano che ispira gli interlocutori di Pechino.

Perciò, il vertice sino-americano della scorsa settimana può essere certamente considerato un successo, anche se ha prodotto risultati più rilevanti sul piano simbolico che su quello sostanziale. L’apparente mancanza di conclusioni evidenti – se si eccettuano gli accordi bilaterali per circa 45 miliardi di dollari stretti al margine della visita di Hu – è del resto probabilmente destinata a ripetersi in futuro. Dovremo quindi abituarci alla realtà di incontri ad alto livello che saranno molto meno spettacolari di quelli della Guerra fredda, decisamente più difficili da mediatizzare ed in compenso anche più complicati da decifrare.


La partnership competitiva e l’Europa

Forse nulla meglio del concetto di “partnership competitiva” evocato dal presidente Usa, Barack Obama, alla conclusione dell’incontro con Hu può descrivere le linee lungo le quali tenderà a strutturarsi il nascente direttorio informale sino-americano. In effetti, per quanto gli interessi geopolitici fondamentali di Washington e Pechino divergano, le due superpotenze del XXI secolo sembrano condannate a cercare continuamente un compromesso efficace. E’ attualmente in mani cinesi il 20,5 per cento dei titoli di stato Usa detenuti dai dieci maggiori investitori esteri, cosa che fa dei risparmiatori del Celeste impero i maggiori finanziatori esterni del benessere raggiunto dai consumatori statunitensi. Washington non può quindi danneggiare oltremisura la Cina senza contestualmente compromettere almeno in parte il meccanismo che consente ai suoi cittadini di vivere al di sopra dei propri mezzi. D’altra parte, neanche Pechino può permettersi di destabilizzare gli Stati Uniti, che sono un mercato fondamentale di sbocco del suo export e soprattutto il paese dove gli investitori della Repubblica popolare hanno piazzato una quota significativa dei propri capitali.

E’ questa realtà ad obbligare le parti alla cooperazione. Una cooperazione che, tuttavia, non esclude la concorrenza in una quantità crescente di scacchieri che ormai comprendono, oltre all’Estremo Oriente, all’Africa ed al Sud America, anche l’Europa.

Che il Mar Cinese sia destinato a divenire un luogo di esercizio pressoché esclusivo dell’influenza di Pechino pare ormai scontato e rientra tutto sommato nella logica delle cose. Pur confermando di continuo il loro impegno a difendere tanto la Corea del Sud quanto Taiwan, gli americani non paiono infatti seriamente intenzionati a contrastare gli investimenti che la Repubblica popolare sta facendo per stabilire una fascia di esclusione militare nelle zone prospicienti le sue coste. Pare suscitare preoccupazioni e reazioni maggiori, invece, il consolidamento della penetrazione cinese in Africa e Sud America – imposto dagli imperativi della politica energetica di Pechino ed avvenuto in concomitanza con la diversione strategica provocata dall’attacco di Osama Bin Laden alle Torri gemelle nella determinazione delle priorità geopolitiche statunitensi.

A questi sviluppi debbono adesso esser sommate anche le conseguenze a medio termine della grave crisi economico-finanziaria abbattutasi sull’Occidente, che stanno facendo dell’Europa il nuovo terreno di confronto tra Usa e Cina. Sulla carta, i legami che uniscono le due sponde dell’Atlantico sarebbero teoricamente inossidabili, almeno sotto il profilo economico. Ma non è detto che le cose rimangano così in eterno. Ad esempio, si dice che il peso internazionale della finanza cinese sia relativamente basso. Tuttavia, approfittando delle minacce di default manifestatesi lo scorso anno nella zona dell’euro, gli investitori della Repubblica popolare hanno iniziato a ricavarsi delle nicchie interessanti, entrando ad esempio in Grecia, Spagna e, pare, Portogallo. Al punto che nelle loro mani, secondo alcune stime, si troverebbe ormai il 7 per cento del debito sovrano dell’Eurozona: un dato che dovrebbe far riflettere e che con il tempo potrebbe dispiegare significativi effetti politici.

Non è certamente un caso che le pressioni tendenti ad ottenere l’eliminazione dell’embargo imposto sull’esportazione dei materiali d’armamento verso la Cina si stiano intensificando, trovando uno sponsor inatteso nella stessa baronessa Catherine Ashton, Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza dell’Unione europea. Specialmente se Washington continua a mostrare indifferenza per le sorti del nostro continente – salvo poi lamentarsi delle aperture fatte da Germania, Italia, Francia e adesso anche Gran Bretagna verso Mosca (vedasi l’accordo tra Bp e Rosneft per lo sfruttamento dell’Artico) – non è quindi da escludere che l’Europa scommetta con più convinzione anche nei confronti di Pechino. Nella visione di Romano Prodi, del resto, proprio questa avrebbe dovuto essere da tempo la grande strategia dell’Unione europea, finalizzata a ricavare gradualmente al nostro continente un ruolo nel concerto dei grandi vecchi e nuovi che si profila all’orizzonte.

E’ ambizione ormai dichiarata dei cinesi sganciare l’euro dall’orbita del dollaro e farne un pilastro di un nuovo ordine monetario multipolare. Pare che queste idee abbiano aperto una breccia del cuore del presidente francese, Nicholas Sarkozy, che ha già programmato per marzo un’iniziativa del direttorio in materia di riforma del sistema valutario, da tenersi proprio nella Repubblica popolare. Da noi, tuttavia, nessuno reagisce.

L’impressione è che il nostro continente possa progressivamente finire con l’essere risucchiato nella grande competizione globale tra le due superpotenze, senza peraltro avere una chiara ed univoca visione politica dei propri interessi e delle scelte da fare in merito al proprio posizionamento. L’apertura di un trasparente dibattito europeo sull’argomento, pure auspicata da qualche analista, però, non pare purtroppo imminente. Si discute dell’atteggiamento da tenere nei confronti della Russia, ma sulla Cina è silenzio. Forse perché ci pare incredibilmente lontana. Invece non lo è affatto, come può agilmente scoprire qualsiasi consumatore europeo che si dia la pena di controllare l’origine di tanti prodotti che acquista nei nostri centri commerciali. (g.d.)