Mezzaluna
19.01.2011 - 19:06
ANALISI
 
Libano: prova di forza sul tribunale Hariri, rischio guerra tra Israele e Hezbollah
Roma, 19 gen 2011 19:06 - (Agenzia Nova) - Martedì mattina, la capitale libanese si è svegliata con una strana paura: molti genitori sono corsi a scuola per riportare a casa i loro figli, impressionati dalla presenza massiccia, disciplinata anche se apparentemente non armata, di militanti di Hezbollah non solo nelle zone di influenza di questo partito, ma anche in quelle che si mescolano al suo feudo, che si estende dalla periferia sud di Beirut fino alla valle della Beka’a. Si è trattato di una manifestazione di forza, data sul campo, per far capire che l’atto d’accusa del tribunale internazionale che indaga per l’omicidio dell’ex premier Rafiq Hariri, depositato il giorno prima, rappresenta uno spartiacque tra la pace e la guerra, soprattutto per la minoranza che fa capo alla potente milizia sciita di Hezbollah. Insomma, si sta profilando qualcosa di molto peggiore della stessa violenza interna al paese: un altro, forse cruciale, conflitto tra il filo iraniano Hezbollah e Israele.

“L’attuale politica americana in Libano, simile a quella applicata negli anni dell’era di George W. Bush, è del tutto inefficace e controproducente, mentre il paese si sta avviando non tanto verso una guerra civile quanto verso un nuovo catastrofico confronto militare con Israele”, scriveva, proprio due giorni fa sul quotidiano britannico “The Guardian”, l’analista statunitense Nicholas Noe. L’amministrazione del presidente Usa Barack Obama, sostenuta in questo da Israele e dalla Francia, dà l’impressione infatti di avere fatto forti pressioni sia sul sovrano saudita Abdul Aziz bin Abdullah, che stava conducendo con il presidente siriano Bashar al Assad una mediazione sulla crisi libanese, sia sul premier Saad Hariri, al fine di convincere entrambi a non accettare le condizioni di Hezbollah e quindi a non raggiungere un compromesso.

Con il governo di unità nazionale caduto la settimana scorsa proprio a causa dello scontro in atto sul tribunale, il paese sembra destinato a sprofondare, ancora una volta, in una guerra civile con inevitabili ripercussioni sui già fragili equilibri in tutta la regione mediorientale. Consapevole della delicatezza del momento, il presidente libanese Michel Suleiman ha rinviato di una settimana le consultazioni per l’incarico ad un nuovo candidato premier, al fine di dare tempo ai frenetici contatti messi in atto dalla diplomazia turca e del Qatar per trovare una via d’uscita all’ultimo momento.

Una delegazione formata dai ministri degli Esteri di Ankara, Ahmet Davutoglu, e di Doha, Hamed ben Jassem al-Thani, reduci dal vertice a tre fra i leader di Siria, Turchia e Qatar, ha messo in moto una serie di consultazioni a Beirut allo scopo di attuare l'intesa raggiunta tempo fa tra Arabia Saudita e Siria, poi fallita, secondo le accuse della stampa filo-iraniana, proprio per le pressioni esercitate dagli Usa. Se il tentativo in corso non raggiungerà alcun esito, è evidente che Hezbollah, militarmente forte rispetto ai suoi deboli antagonisti della maggioranza politica, non rimarrà a vedere i suoi esponenti essere incriminati e processati da “giudici stranieri” con l’accusa di avere ucciso Hariri.

Un atto di forza da parte delle milizie sciite per prendere il potere ha però forti controindicazioni; Hezbollah basa la sua forza sul consenso, e un’eventuale presa militare del potere, oltre a fargli perdere popolarità, lo esporrebbe alla condanna e l’isolamento da parte della comunità internazionale. Oltretutto, una minaccia militare immediata rappresentata da Hezbollah diverrebbe ancor più evidente agli occhi degli israeliani, e il desiderio da parte dello stato ebraico di attenuare tale minaccia con la forza delle armi si farebbe ancor più urgente.

Paradossalmente, il Partito di Dio forse conta proprio sul fatto che un attacco israeliano “preventivo” potrebbe travolgere ogni opposizione interna, soprattutto in considerazione del consueto modo d’agire dell’esercito israeliano, che non si limita a colpire le strutture belliche del nemico, ma attacca il territorio nel suo complesso, come insegnano le esperienze passate di Gaza e dello stesso Libano meridionale. Hezbollah conta anche sul fatto che molti libanesi, per convinzione o per paura, non vogliono che il processo sia celebrato, almeno non con il coinvolgimento dello stato libanese quale parte civile, e nemmeno vorrebbero contribuire finanziariamente alle spese del tribunale, come è previsto in questi casi. Un escamotage per salvaguardare il diritto internazionale, e nel contempo non chiudere in un angolo il partito di Dio. Un approccio sicuramente poco trionfale per la giustizia in se stessa; ma se fosse accompagnato da una decisa strategia per rimettere in moto il processo di pace con Damasco – che insieme con Teheran è il vero tutore di Hezbollah – forse sarebbe positivo per la sorti della pace. (a.f.a.)