Atlantide
17.01.2011 - 19:24
Analisi
 
Tunisia: la caduta di Ben Ali e le sue possibili conseguenze
Roma, 17 gen 2011 19:24 - (Agenzia Nova) - Il tentativo del presidente Zine el Abidine Ben Ali di controllare i disordini in Tunisia con un mix di misure repressive ed aperture al fronte della protesta è apparentemente fallito, costringendo l’ex uomo forte di Tunisi ad una fuga precipitosa verso l’estero, destinazione Gedda, in Arabia Saudita.

Anche se è evidente l’abbandono del potere da parte di Ben Ali, la situazione appare lungi dall’essersi cristallizzata. E’ infatti bastato l’arresto del responsabile della sicurezza presidenziale, Ali Seriati, uomo vicinissimo al deposto presidente, a precipitare nuovi disordini, di cui stanno rimanendo vittime non soltanto esponenti e simpatizzanti delle opposte fazioni, ma più in generale la società civile tunisina. I media internazionali raccontano di negozi ed imprese assaltate, ad esempio, così come di aeroporti bloccati e di una fame che comincia a serpeggiare tra la gente.

Gli scontri stanno proseguendo, al punto che l’esercito ha deciso di difendere il palazzo presidenziale schierandovi forze ingenti ed unità di artiglieria. Un comitato per la gestione degli affari correnti si è rapidamente insediato ed il presidente del parlamento, Fuad Mebazaa, ha assunto provvisoriamente le funzioni spettanti al capo dello Stato.

Non è quindi sicuro che la Rivoluzione dei gelsomini sfoci nell’instaurazione di un regime democratico. Il crescente coinvolgimento dei militari nella determinazione dei futuri equilibri interni ed il ruolo svolto in questa delicata fase di transizione da elementi comunque legati al vecchio establishment fanno invece dubitare per il momento che si possa pervenire ad un quadro radicalmente nuovo. Del resto, ristagna anche la situazione del Libano, dopo la Rivoluzione dei cedri del 2005 alla quale non pochi commentatori hanno ritenuto di dover comparare i fatti tunisini di questi giorni.

Quanto accade, però, sembra piuttosto richiamare la grave crisi che travolse l’Albania nella primavera del 1997, determinando un improvviso deflusso migratorio e la conseguente necessità di un intervento militare internazionale. Il rischio di assistere al ripetersi di quelle dinamiche è in effetti concreto: in entrambi i casi, dalla protesta economica si è rapidamente passati alla rivolta politica. Se gli apparati di polizia e le forze armate non ristabiliscono l’ordine, il passo successivo è l’anarchia.

Ad ogni buon conto, il sisma politico prodottosi in Tunisia merita di essere attentamente monitorato sotto diversi punti di vista, alcuni dei quali sono di immediato interesse italiano. Innanzitutto, è evidente che l’eventuale precipitare degli scontri in un dramma umanitario di vaste proporzioni potrebbe innescare un esodo di massa che si dirigerebbe senza dubbio verso l’Italia. In questa prospettiva, è interesse del nostro paese fare tutto ciò che è possibile per contribuire al ripristino della stabilità in Tunisia, anche con l’invio di aiuti d’emergenza una volta che sul versante della sicurezza si fosse osservato qualche miglioramento.

Occorre poi ricordare come il regime tunisino appena rovesciato fosse piuttosto vicino all’Italia, avendo il nostro paese sostenuto l’ascesa di Ben Ali al potere. Non è chiaro come l’influenza di cui l’Italia godeva a Tunisi potrà essere preservata almeno in parte. E’ certo tuttavia che il cambio di governo rappresenta un’opportunità tanto per la Francia – che infatti ha evitato di offrire un approdo al Presidente tunisino in fuga, come del resto ha fatto anche Roma – quanto per gli Stati Uniti. Questi ultimi paiono per il momento in vantaggio, giacché la loro azione di recupero dell’Africa settentrionale ha già fatto registrare alcuni successi, permettendo ad esempio il ritorno degli investitori americani e britannici in Libia dopo la formale rinuncia del colonnello Gheddafi all’acquisizione di armi di distruzione di massa, avvenuta nel 2004 in seguito al sequestro in alto mare di un carico di materiali proibiti diretti a Tripoli. Washington – stando a quanto hanno rivelato alcuni cablogrammi pubblicati da Wikileaks – disprezzava comunque il regime appena abbattuto, ritenendolo corrotto e la diffusa cognizione di questo stato di cose pare aver avuto un ruolo nella gestazione delle proteste.

Una terza ragione per monitorare gli avvenimenti risiede nella possibilità che finiscano per determinare l’inizio di processi analoghi anche in Algeria ed Egitto, paesi molto meno secolarizzati della Tunisia e la cui eventuale destabilizzazione produrrebbe guasti decisamente rilevanti. Gli automatismi sono tutt’altro che scontati, atteso il diverso livello di istruzione e di accesso ai media informali che caratterizza gli Stati dell’area, ma l’eventualità di repliche non può essere completamente esclusa. E la posta in palio è elevata. E’ appena il caso di ricordare come durante gli anni novanta l’Algeria sia stata teatro di una sanguinosissima guerra civile, che contrapponeva gli islamisti del Fis-Gia contro il governo laico emanazione del Fronte di liberazione nazionale. E come l’Egitto ospiti uno dei movimenti islamisti di maggior caratura internazionale, quello dei Fratelli musulmani.

I rischi connessi alla crisi dei regimi al potere ad Algeri ed al Cairo è precisamente il fattore che ha convinto parte cospicua della comunità internazionale a sostenerli finora rispetto a qualsiasi alternativa. Proprio in queste ore, si ha notizia di una missione promossa dall’Amministrazione del presidente Usa, Barack Obama, guidata dal Consigliere per l’antiterrorismo e la Homeland security, John O. Brennan, proprio allo scopo di puntellare il regime del presidente algerino, Abdelaziz Bouteflika, alla cui sopravvivenza ha probabilmente interesse anche la Russia di Vladimir Putin e Dmitrij Medvedev, in ragione della gestione del mercato internazionale del gas.

Sono quindi in molti a dubitare che l’eventuale effetto contagio della rivolta di Tunisi sia destinato ad avere conseguenze comunque benigne. La crescente instabilità nord-africana, infine, sarà di sicuro la cartina di tornasole dei cambiamenti recentemente intervenuti nella distribuzione della potenza politica mondiale. Non è infatti impossibile che sulla scena maghrebina si affaccino anche attori da tempo assenti dalla zona, come la Turchia. Ed è già adesso apprezzabile l’interesse della Cina a preservare gli attuali equilibri egiziani, stanti gli investimenti fatti da Pechino nelle infrastrutture portuali di Port Said. (g.d.)
 
Verso un sì plebiscitario all’indipendenza del Sudan meridionale
Roma, 17 gen 2011 19:24 - (Agenzia Nova) - Se si analizza quanto sta succedendo in Sudan, il quadro appare ancora più complicato e dinamico di quello tunisino. Gli indipendentisti del Sudan meridionale, neri di religione cristiana o animista, hanno in effetti già ottenuto il primo dei traguardi che si erano prefissati, giacché il quorum previsto per la validità della consultazione di autodeterminazione è stato conseguito, stando almeno a quanto hanno fatto sapere gli osservatori internazionali, affluiti in gran numero sotto la supervisione delle Nazioni Unite.

Le violenze che pure hanno contrassegnato l’avvio del referendum non hanno raggiunto la magnitudine necessaria a scoraggiare l’afflusso alle urne. I votanti hanno infatti superato il 90 per cento degli aventi diritto registrati. Occorre adesso vedere cosa accadrà durante lo spoglio delle schede, che sembra richiederà all’incirca un mese. Tale periodo di tempo dovrà essere sfruttato dalla diplomazia internazionale per stendere un’adeguata rete di protezione intorno al Sud Sudan, un’operazione delicata che risulta già in corso.

Sulla carta, la coalizione delle potenze disponibili a sostenere la nascita del nuovo Stato è notevole, comprendendo tanto gli Stati Uniti, quanto la Russia, la Gran Bretagna, la Francia, Israele, il Vaticano ed alcuni Paesi della regione, come Uganda, Kenya ed Etiopia. Neanche la Cina, che pure vede a rischio il proprio ruolo di gestore privilegiato delle risorse petrolifere sudanesi, può completamente alienarsi i dirigenti del Juba, nelle cui mani si verrà presto a trovare il potere di confermare o revocare le concessioni distribuite dal governo di Khartoum.

Al Bashir dovrebbe invece trovare sostegno tra i paesi più sensibili al richiamo dell’intransigenza sunnita, in primo luogo l’Arabia Saudita. Ma va osservato anche l’Iran, che nei confronti del Sudan nutre invece interessi eminentemente geopolitici, essendo Khartoum un punto d’appoggio utile nella prospettiva del contenimento dell’Egitto e dell’accerchiamento a distanza dello Stato ebraico. L’Egitto, infine, avverte un significativo disagio, apparentemente determinato dall’incerto destino delle risorse idriche sudanesi, che il nuovo Stato potrebbe usare per produrre energia elettrica senza preoccuparsi eccessivamente degli effetti a valle. Ma non può essere esclusa una preoccupazione legata al problema interno determinato dalla minoranza copta ed all’acuirsi del fattore religioso nella politica egiziana.

Comunque, gli strumenti a disposizione del regime di Al Bashir non sono affatto trascurabili. Manipolando i precari equilibri tribali delle zone a cavallo del futuro confine internazionale, ad esempio, e scatenando le milizie irregolari l’esecutivo islamista sudanese potrà vanificare l’atto di autodeterminazione del Sud Sudan nel momento stesso in cui assicurerà al nuovo Stato il proprio formale riconoscimento. Sarebbe a quel punto molto difficile qualsiasi intervento internazionale di ripristino della pace, dal momento che si tratterebbe di schierare truppe in aree impervie e delle cui dinamiche etno-politiche poco o nulla si sa. Stante la sussistenza di importanti interessi della Chiesa cattolica, è probabile una pressione della Santa Sede sull’Italia tesa ad ottenere l’invio sul campo di un contingente nazionale italiano. Di qui, l’interesse ad evitare il materializzarsi degli scenari più drammatici. (g.d.)