Mezzaluna
12.01.2011 - 12:28
Analisi
 
Maghreb: le radici e gli effetti della rivolta del pane
Roma, 12 gen 2011 12:28 - (Agenzia Nova) - La portata della rivolta, scoppiata prima in Tunisia e poi propagatasi rapidamente nella vicina Algeria, paesi che negli anni passati hanno conosciuto un forte dinamismo economico, legato principalmente nel caso della Tunisia agli investimenti stranieri, indica cause di profondo malessere. In entrambi i paesi la protesta nasce, oltre che dal rincaro dei generi di prima necessità, dalla disoccupazione che incombe su una popolazione composta per i tre quarti da giovani sotto i 30 anni. In ambedue i paesi, la protesta è stata affrontata con durezza, ma mentre il regime tunisino di Zein el Abidin Ben Ali è intervenuto immediatamente, quello algerino, più moderato, è stato a guardare, per intervenire quando la situazione è sembrata sul punto di sfuggire di mano.

In Tunisia i giovani si sono fatti interpreti di una ribellione più ampia contro la corruzione e il carattere autocratico del governo, guidato dal 1987 da Zein el Abidin Ben Ali. A muovere la protesta, poi, è la repressione del dissenso e il soffocante controllo della polizia su ogni attività e informazione, controllo che i giovani riescono sempre più spesso ad aggirare tramite Internet. L’equilibrio che ha fin qui permesso al regime di godere di una relativa stabilità potrebbe essere messo in discussione. “L’Intifadah di Sidi Bouzid ha smascherato il brutto volto del regime”, è questa la lettura data agli avvenimenti da Rashed al Ghannoushi, leader del “Movimento della Rinascita”, formazione dell’opposizione tunisina, attraverso la rete. Alle accuse del governo tunisino riguardo al coinvolgimento di “mani straniere”, Ghannoushi oppone un semplice ragionamento che conferma il carattere politico della protesta: “al di fuori delle potenze occidentali protettrici del regime dispotico, non conosciamo altre potenze straniere in grado di destabilizzare il paese” e aggiunge: “è una rivolta che non vuole destabilizzare la Tunisia, ma cambiare il regime”.

Più complicato invece è il rapporto tra popolazione e governo in Algeria. Nel 1988 il paese magrebino era stato teatro di un’altra estesa “protesta del pane”, dovuta anche in quel caso ad un aumento dei prezzi dei generi elementari che il governo di allora fu costretto a riabbassare. Oggi sia le ragioni della protesta sia la reazione repressiva del governo sono segnate, esattamente come allora, dall’incubo della “rivoluzione islamista” degli anni Novanta. Infatti, anche se la protesta ha ormai raggiunto ben 17 province del paese, i focolai di maggiore tensione sono nei quartieri con la maggior presenza di fondamentalisti islamici. Nei giorni della protesta, le autorità algerine hanno lasciato le piazze ai giovani contestatori da una parte e ad un pubblico che stava a guardare lo spettacolo oppure proteggeva la sua proprietà dall’altra; e mentre la situazione stava degenerando al punto da minacciare la sicurezza di tutti, il governo è sembrato colto di sorpresa ed è rimasto a guardare fino a quando il ministro dell’Interno, Dahu Walad Qabilah, non ha deciso di rivolgersi alle telecamere invitando i contestatori a “finirla di screditare l’Algeria sulle tv satellitari di tutto il mondo”.

Un intervento tardivo che è avvenuto quando le strade erano diventate ormai incandescenti. In verità, come scrive il quotidiano locale “El Khabar”, “il governo si è mostrato impreparato limitandosi a seguire gli avvenimenti in silenzio”, rinunciando così alla comunicazione che si presume sia uno strumento di persuasione per assorbire la disperazione della gente. La domanda che si pone il foglio algerino è: “a che serve un ministero dell’Informazione che lascia le piazze in mano a Facebook?". I tumulti di questi giorni, oltre a mettere in luce l’insufficienza del tessuto democratico nei due paesi, vanno visti in un contesto regionale più ampio. La situazione di instabilità rischia infatti di contagiare l’intera area dell’Africa settentrionale, a partire da quell’Egitto in cui il problema religioso è solo la punta di un iceberg che nasconde altre tensioni. Non a caso l’attentato di capodanno contro la chiesa dei Due Santi è avvenuto proprio in Alessandria, città a fortissima caratterizzazione islamista, dove dominano i Fratelli Musulmani, la più radicata confraternita nell’Islam sunnita con ramificazioni in tutto il mondo.

La crisi economico-politica dei due paesi evidenzia, oltre al vuoto della proposta di sviluppo di una classe dirigente araba vecchia e da troppo tempo al potere (ultra settantacinquenni sono i capi di stato di Tunisia, Algeria, Libia, Egitto e Arabia Saudita e al comando, minimo, da un quarto di secolo), una fragilità delle strutture di questi stati che ormai vengano chiamati dalla stessa stampa indipendente araba “cadaveri”, che “la palla di neve della protesta, diventando un’immensa valanga, spazzerà via”. Una rivolta che è solo all’inizio, dunque? Per usare le parole di un politologo che conosce quell’area come Vali Nasr, iraniano, docente ad Harvard: “Sì. La crisi è profonda e strutturale. Cercheranno di approfittarne i gruppi dell’Islam radicale”, anche perché in Medio Oriente “la borghesia non crea posti di lavoro perché lavora per lo Stato” e così, -sono sempre parole del politologo - i giovani “algerini e tunisini vedono chiudere le fabbriche statali senza poter più emigrare in Europa”.

Concetto molto chiaro, quello di Nasr, il quale mette a nudo che la “tolleranza zero” contro l’immigrazione clandestina adottata da molti paesi europei, coincisa poi con una crisi economica mondiale che ha impedito di dare seguito alle promesse di investimenti nel Nord Africa, è una delle cause neanche tanto indirette della “guerra” lanciata dai giovani disoccupati magrebini. A voler vedere un aspetto positivo nelle drammatiche immagini che giungono dalla Tunisia e dall’Algeria, si potrebbe pensare agli orizzonti di un reale cambiamento; un cambiamento, questa volta, non imposto, né ispirato o “esportato” dall’Occidente, come vogliono la propaganda fondamentalista islamica e una certa idea dominante di nazionalismo panarabo.

Il quadro tunisino e algerino è totalmente diverso: niente scontri e conflitti confessionali come quelli che siamo stati abituati a vedere in molti paesi arabi. Basti pensare al Sudan, dove ci sarà un nord arabo e musulmano e un sud animista e nero; lo Yemen, minacciato da una secessione tra sud e nord ma attraversato anche da una guerra tra le tribù sciite Houthi e il potere centrale dominato dai sunniti; l’Egitto e l’Iraq, dove la minoranza cristiana è sotto il tiro dei fondamentalisti islamici. No, quella di oggi nel Nord Africa arabo è una Intifadah di masse di giovani sostenuti dai loro padri, senza altra identità che la loro povertà, che si ribellano a dei regimi corrotti e oppressivi, i quali rispondono con una repressione violenta. “Una repressione che spinge quella gente a riunirsi sotto un’unica bandiera politica che sta andando oltre le rivendicazioni sociali, per gridare la sua volontà di abbattere la ‘Famiglia’, cioè la mafia al potere”, come afferma il quotidiano libanese “al Safir”. (a.f.a.)