Atlantide
11.01.2011 - 13:03
Analisi
 
Afghanistan: la morte del caporalmaggiore Miotto e la sicurezza delle truppe italiane
Roma, 11 gen 2011 13:03 - (Agenzia Nova) - Come è spesso successo già in passato, l’attenzione dei media e del pubblico italiano nei confronti del conflitto in Afghanistan ha avuto un nuovo picco in coincidenza con l’uccisione del caporalmaggiore Matteo Miotto, avvenuta il giorno di San Silvestro. Miotto, a quanto è stato dato di capire dopo la correzione delle ricostruzioni dell’accaduto originariamente fornite dal ministero della Difesa, ha perso la vita nel corso di un combattimento presso la sua base, l’avamposto Snow situato a Buji, nel cuore dell’impervio distretto del Gulistan. Uno scontro al quale non debbono aver partecipato più di dieci persone in totale, includendo i militari italiani. Un fatto, quindi, di eminente rilievo tattico. Risulta quindi ancor meno comprensibile l’aspra polemica che ha opposto tra il 5 ed il 7 gennaio scorsi il ministro Ignazio La Russa al capo di Stato maggiore uscente, Vincenzo Camporini, il cui mandato scadrà comunque agli inizi della prossima settimana.

Che Miotto sia morto a causa di un proiettile sparatogli da media distanza, utilizzando un fucile di precisione, sembra comunque accertato. Poco importa, a quel punto, che gli aggressori fossero uno, tre o sei-sette, come si è ammesso infine, tanto più che la realtà dei combattimenti cui sono esposti i nostri militari è da tempo riconosciuta. Si tratta spesso di battaglie, tra l’altro, che coinvolgono anche dozzine di uomini alla volta, talvolta implicando anche l’intervento del potere aereo alleato. Sempre in dicembre, ma più a Nord, nella provincia di Baghdis è certo infatti che si sia verificato almeno un caso in cui combattimenti che opponevano truppe italiane ed afgane, da un lato, ai miliziani talebani sono stati conclusi dall’intervento di un bombardiere statunitense B-1.

Si è molto discusso, al margine dell’incidente costato la vita a Miotto, in merito all’effettiva adeguatezza delle protezioni di cui dispongono i soldati del nostro paese inviati in Afghanistan. Non sono stati pochi, in effetti, gli osservatori che hanno creduto di scorgere nelle difficoltà comunicative mostrate dalla Difesa un riflesso dell’esigenza di coprire qualche manchevolezza o colpevole disattenzione. In realtà, i militari italiani sono di certo tra quelli meglio “coperti” in Afghanistan. Ed i numeri lo provano. Nel corso del 2010, si sono registrati in media all’incirca venti attacchi della guerriglia al giorno, che hanno prodotto, sempre in media, trenta vittime ogni ventiquattr’ore, due delle quali tra le fila delle forze internazionali presenti. Si è trattato in massima parte di statunitensi. D’altra parte, ormai gli Stati Uniti forniscono circa centomila dei 140 mila militari occidentali operanti sul suolo afgano, e la circostanza non può essere quindi sorprendente.

Tuttavia, se andiamo a proiettare i dati su un arco di tempo più lungo, si scoprono altre cose interessanti: ad esempio, che il contingente danese, mai superiore in questi anni ai 750 uomini, ha già sulle spalle 40 morti, contro i nostri 35. E se si spinge la ricognizione ai feriti, è possibile notare come tra i nostri ragazzi non vi siano mutilati, al contrario di quanto capita ai britannici, che pattugliano spesso a piedi l’Helmand ed incappano quindi direttamente sugli ordigni improvvisati che gli italiani sperimentano invece per lo più dall’interno dei loro Lince, se non di veicoli ancor più pesanti. Tra i nostri ragazzi, casomai, sono frequenti i traumi da esplosione, che si verificano solo quando i loro mezzi urtano le rare mine di grosse dimensioni, la cui onda d’urto si rivela troppo potente per le capacità di assorbimento dei veicoli. Altre volte, si riscontrano ferite d’arma da fuoco riportate nell’ambito d’imboscate, tese magari in concomitanza con l’effettuazione di attività umanitarie.

Tutto questo per sottolineare ancora una volta come il governo e il ministero della Difesa stiano facendo tutto il possibile per onorare il mandato del parlamento ad assicurare ai militari italiani la possibilità di difendersi al meglio. Del resto, lo impone anche la necessità di creare condizioni politiche favorevoli alla prosecuzione della missione, in Italia come negli Stati Uniti. (g.d.)
 
Sudan: gli effetti del referendum nel sud sugli equilibri internazionali
Roma, 11 gen 2011 13:03 - (Agenzia Nova) - Provocano forte preoccupazione i recenti sviluppi in Africa settentrionale, dove all’attesa per i risultati dell’importante referendum di autodeterminazione del Sudan meridionale si somma l’instabilità politico-sociale determinata dal rincaro delle derrate alimentari in Algeria e Tunisia. I timori sono, ovviamente, di diversa natura. In Sudan, innanzitutto, esiste più di una ragione per dubitare che la separazione tra il nord musulmano, soggetto ad un governo islamista piuttosto intransigente, avvenga pacificamente solo per effetto del successo degli indipendentisti del sud. Il moltiplicarsi degli scontri in questi giorni ed ancor più l’eredità della lunga guerra che oppose le due parti prima del 2005, in effetti, non autorizzano alcun ottimismo, malgrado l’impegno più volte ribadito dal presidente Omar Al Bashir di rispettare l’esito del voto, qualunque esso sia.

Già lo scorso anno, in effetti, l’intercettazione da parte dei pirati somali di una motonave ucraina con un carico di armi diretto proprio agli indipendentisti rivelò l’esistenza di preparativi di una certa entità all’eventualità di uno scontro. Il pessimismo sembra giustificato anche alla luce di un altro paio di fattori di grande importanza. Sul piano interno, un’eventuale secessione priverebbe il governo di Khartoum di una percentuale significativa delle risorse petrolifere sulle quali il Sudan unitario sta cercando di basare il proprio sviluppo. Sotto il profilo internazionale, invece, è evidente che il referendum sudanese, sostenuto apertamente da Washington, rappresenterebbe il primo arretramento dell’espansione cinese nel Continente nero, qualora sfociasse effettivamente nella secessione delle province meridionali del paese, come i sondaggi della vigilia lasciano presagire.

Al Bashir è stato storicamente uno dei punti di riferimento della strategia di penetrazione in Africa elaborata e perseguita organicamente da Pechino negli ultimi lustri e pare quindi difficile che la Repubblica popolare si rassegni così facilmente alla prospettiva di un cambiamento tanto contrario ai suoi interessi. La Cina ha investito molto nella crescita dell’industria estrattiva sudanese e pare naturale che cerchi di evitare la compromissione delle proprie realizzazioni. Pechino ha inoltre un secondo valido motivo per prevenire uno scenario di frammentazione e caos: gli effetti di una sua sconfitta potrebbero non rimanere isolati ed esser invece avvertiti invece anche in altri paesi, le cui leadership inizierebbero a dubitare della validità della garanzia cinese una volta che Al Bashir fosse stato così duramente colpito. Certo, anche la Repubblica Popolare potrebbe all’occorrenza ripiegare su un piano B, ad esempio cercando di stabilire accordi anche con l’élite del futuro stato sud-sudanese. Ma il suo sostegno sarebbe probabilmente tardivo.

Comunque, al momento, lo schieramento teoricamente favorevole alla secessione del Sud Sudan comprende, oltre all’America, di certo anche la Santa Sede e, verosimilmente, anche Francia e Gran Bretagna. Per il Vaticano, la frontiera interna al Sudan è di fatto il confine tra l’Africa maggioritariamente e politicamente islamica e quella nella quale esiste un’importante presenza cristiana. Di qui, una delle ragioni storiche per le quali l’Italia ha prestato attenzione al processo di pace dello scorso decennio, fornendo anche un proprio contingente di paracadutisti per garantirlo. Per Londra e Parigi, si tratta invece di osservare se dagli sviluppi in atto in Sudan sia possibile trarre qualche vantaggio in termini di riconquista degli spazi che sono stati perduti a vantaggio della Repubblica popolare nel recente passato.

Stanno di certo monitorando attivamente l’evoluzione della situazione, per ragioni simili, anche le altre grandi potenze attente al Continente Nero: in primo luogo, l’India e, secondariamente, forse, anche Russia, Israele, Iran e Turchia. Sembra invece improbabile che nella vicenda possa avere qualche serio interesse l’altro grande emergente, il Brasile, i cui interessi giacciono nella parte più meridionale del continente. Non vanno ovviamente trascurati neanche gli attori locali. Esistono ad esempio indizi che lasciano intuire un sostegno keniota agli indipendenti del Sud Sudan, mentre è meno chiaro l’atteggiamento che terrà l’Egitto.

Il processo referendario esigerà in ogni caso del tempo al suo completamento. Al primo giorno di votazioni, circa un 20 per cento degli aventi diritto è riuscito a raggiungere le stazioni elettorali di riferimento. Affinché il risultato della consultazione sia valido, occorre però raggiungere il quorum del 60 per cento degli elettori registrati, all’incirca 3,8 milioni di persone. Una prima prova di forza potrebbe proprio riguardare l’effettivo conseguimento di questo traguardo.

Poi sarà la volta dello spoglio e della reazione alla proclamazione dei risultati. Che il governo di Khartoum potrà anche formalmente accettare, magari però riservandosi la possibilità di silurarli scatenando delle milizie irregolari o comunque fomentando l’instabilità per il tramite delle rivalità tribali. E’ quello che si è a lungo osservato anche in Darfur. A quel punto, la comunità internazionale, l’Europa ed anche l’Italia dovranno decidere cosa fare: uno scenario non privo di insidie.

Pare necessario prestare attenzione anche ai disordini generati in Algeria e Tunisia dal rincaro del prezzo del pane. I rispettivi governi sembrano in grado di controllare la situazione. Ma se i disordini tendessero a persistere e la crisi si aggravasse comunque, non sono da escludere conseguenze sul versante migratorio. Specialmente dalla Tunisia, che è ad un passo dalla Sicilia, potrebbero infatti partire flussi improvvisi verso le nostre coste. (g.d.)