Atlantide
21.12.2010 - 11:19
ANALISI
 
I disordini di Roma in una prospettiva europea
Roma, 21 dic 2010 11:19 - (Agenzia Nova) - I gravi disordini che hanno contrassegnato tanto l’approvazione della riforma universitaria da parte della Camera quanto la votazione sulla mozione di sfiducia al governo dovrebbero suggerire una riflessione di più ampio profilo di quelle finora affiorate sui media. Si tratta in effetti di un fenomeno complesso, che si presta a più di una chiave di lettura.
Sotto il profilo interno, l’impressione è che la polemica contro il disegno di legge Gelmini sia diventata una piattaforma generale di contestazione, una specie di metafora di tutte le ragioni di scontento che stanno affiorando all’interno di una generazione. Molti dei dimostranti, in effetti, interrogati su cosa li spinga a manifestare e a farlo anche violentemente, hanno chiamato in causa una quantità di fattori che vanno ben al di là dei motivi, in verità triti e ritriti, dell’avversione nei confronti dell’ingresso dei privati nell’Università, dei tagli alle borse di studio o del diritto ad una cultura libera da qualsiasi genere di condizionamento economico.

La critica ha invece investito questioni più generali, quali lo smantellamento dello stato sociale e la diffusione del precariato, cosa che lega in modo chiarissimo il nuovo movimento di protesta ai “no global”, che trasformavano in un’occasione di battaglia qualsiasi vertice internazionale di peso. Da quel fenomeno, i nuovi dimostranti hanno tratto di certo molte delle modalità operative, che contemplano tra le altre cose la commistione di elementi violenti e manifestanti pacifici – necessaria alla precostituzione di vittime innocenti dell’eventuale repressione – nonché il tentativo d’intimidire le istituzioni e la ricerca quasi ossessiva dello scontro con le forze dell’ordine.

Si tratta di elementi che coesistono e che ricorrono tanto a Roma quanto a Londra ed Atene. E’ appena il caso di ricordare come nella capitale britannica una prima ondata di disordini – generata dalla decisione del governo di triplicare le tasse universitarie – fosse culminata nell’assalto e conseguente devastazione della sede del Partito conservatore, mentre gli incidenti che hanno più recentemente coinvolto il principe ereditario hanno infranto un storico tabù, posto che la famiglia reale inglese non subiva da secoli violenze di natura politica.

Ad Atene, infine, la scorsa settimana è stato malmenato un ministro. La comunanza di metodo dischiude la porta a due possibilità che paiono meritevoli d’indagine da parte delle autorità competenti. La prima, tutto sommato relativamente benigna, è che le similitudini siano il risultato di una contaminazione reciproca attraverso lo scambio di informazioni sui nuovi media informali: non solo internet, ma anche i sistemi “peer to peer”, che viaggiano sulla telefonia mobile. La seconda, invece, chiama in causa l’azione eventuale, molto meno benigna, di organizzazioni che disseminano istruzioni su come comportarsi, un po’ come accadde qualche anno fa, alla metà dello scorso decennio, quando alcune organizzazioni non governative esportarono verso la Georgia e l’Ucraina quanto avevano appreso in occasione dei moti che avevano portato al rovesciamento di Slobodan Milosevic in Serbia.

E’ chiaro che, qualora quest’ultima ipotesi trovasse conferma, si potrebbe ipotizzare anche l’esistenza di uno o più manovratori, interessati a diffondere instabilità in Europa, magari per rendere più difficile la gestione dei complessi piani di rientro dal debito pubblico che l’Unione europea ha imposto a salvaguardia dell’euro. E’ comunque evidente come le difficoltà determinate dalla crisi finanziaria dello scorso biennio abbiano ricostituito un ampio spazio di manovra in cui gli eredi dei no global possono ora muoversi a piacimento. E’ prevedibile che la loro battaglia per la conquista di un più ampio consenso passi adesso per la reiterazione dello scontro. L’obiettivo intermedio è certamente costringere le forze dell’ordine, in Italia come altrove, a compiere un passo falso, reagendo in modo più che proporzionale alle offese, in modo da determinare il morto e spostare i favori dell’opinione pubblica. Finora, però, il successo ha arriso ai governi che, a Roma come Londra ed Atene, sono riusciti ad evitare la trappola, con il risultato di accentuare l’isolamento dei violenti e indebolire l’intero movimento di contestazione, che è apparso gratuitamente aggressivo. (g.d.)
 
Obama conferma la strategia adottata nel dicembre 2009 per l’Afghanistan
Roma, 21 dic 2010 11:19 - (Agenzia Nova) - E’ destinata presto o tardi ad avere ripercussioni sul nostro paese anche la decisione presa dall’amministrazione del presidente Usa Barack Obama di confermare la strategia prescelta esattamente un anno fa per arrestare il deterioramento delle condizioni di sicurezza in Afghanistan. La novità è maturata in un contesto che è parso confermare molte delle impressioni emerse nei mesi scorsi. Tradendo i principi fondamentali della stessa dottrina che porta il suo nome, il generale David Petraeus è riuscito a riportare importanti successi nella provincia di Kandahar, che è stata identificata per la prima volta come il centro di gravità dello sforzo teso a piegare l’insurrezione talebana e convincerla al tavolo delle trattative. Anche la previsione di una data per il ritiro, spostata almeno fino al 2014, pare aver sortito effetti positivi, generando sul terreno una certa fiducia tra i notabili afgani circa la capacità degli alleati di mantenere il controllo della situazione per tutto il periodo che sarà necessario a capovolgere le sorti del conflitto.

Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica. Il fatto che gli Stati Uniti stiano riuscendo nell’intento di sfruttare il successo parziale colto a Kandahar per manipolare le percezioni relative alle effettive possibilità di successo non vuol dire che la vittoria alleata sia per questo oggi più vicina. Né che lo stesso sistema governativo statunitense abbia finalmente raggiunto un consenso monolitico sui passi futuri. Le correnti interne che hanno lacerato l’amministrazione nel recente passato sono infatti più vive che mai. E se Hillary Clinton e Robert Gates, rispettivamente segretario di Stato e alla Difesa, restano saldamente ancorati al principio che qualsiasi eventuale ridimensionamento futuro dello sforzo americano e alleato debba essere preceduto da un effettivo miglioramento delle condizioni sul terreno, il vicepresidente Joseph Biden ha confermato di essere intenzionato a battersi affinché il ridimensionamento, destinato ad iniziare nel prossimo luglio, sia consistente, continuo e destinato comunque a concludersi irreversibilmente nel 2014, “cascasse il mondo”, salva ovviamente la possibilità di mantenere comunque in piedi una limitata missione di lotta al terrorismo internazionale, per non abbandonare completamente la piazza afgana.

Di qui la previsione, ampiamente sostenuta dalla stampa d’oltreoceano, secondo cui una nuova battaglia - per determinare l’esatta ampiezza dei primi ritiri di truppe - attenderebbe la prossima primavera l’esecutivo statunitense. Biden si batterà certamente affinché siano rimpatriate molte migliaia di soldati, mentre è probabile che la Clinton ed il Pentagono insistano per riduzioni simboliche. Un ruolo importante è destinato a svolgerlo lo stesso Petraeus, che è riuscito per il momento a rafforzare il suo prestigio presentando a Washington un primo resoconto abbastanza lusinghiero dell’evoluzione della situazione sul campo.

Lo scontro sul ritiro parziale del 2011 avrà di certo code anche in Italia, dove si attende con ansia la restituzione della provincia di Herat alle cure esclusive delle forze di sicurezza afgane per riportare a casa un apprezzabile numero di nostri ragazzi, anche se l’Alleanza atlantica invita da tempo Roma a considerare l’ipotesi di trasferire i militari liberi da impegni in altri distretti o province dove sussistono difficoltà. Magari a Baghdis, dove la base avanzata di Bala Murghab è impegnata da settimane in una complessa operazione di espansione della bolla di sicurezza creata intorno al nostro principale avamposto, che si è però scontrata con una resistenza imprevista, o a Farah. Sembra invece al momento certo che i soldati italiani non opereranno nelle province meridionali dell’Helmand o della stessa Kandahar. (g.d.)