Atlantide
14.12.2010 - 20:24
Analisi
 
Italia: le matrici di lungo periodo della politica estera berlusconiana
Roma, 14 dic 2010 20:24 - (Agenzia Nova) - In coincidenza con la pubblicazione di un quaderno della rivista geopolitica “Limes”, dedicato a “Berlusconi nel mondo”, non sembra inopportuno inquadrare in una prospettiva di lungo periodo la politica estera condotta dal presidente del Consiglio nelle tre esperienze fatte finora a Palazzo Chigi. Ci sono infatti fattori permanenti e variabili, che si sono miscelati in vario modo, sia per sfruttare delle opportunità contingenti che per ovviare a difficoltà ed ostilità incontrate lungo il cammino.

Un primo elemento caratteristico basilare della politica berlusconiana è il rigetto dell’omologazione passiva alla logica del processo d’integrazione comunitaria, che segna una rottura con le tradizioni della prima Repubblica sin dal 1994. In quella breve fase, in effetti, l’europeismo cede il campo all’atlantismo, cioè alla ricerca di un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti che compensi le tensioni affiorate nelle relazioni con la Germania sulla gestione della grave crisi jugoslava. Interprete e gestore di questa opzione fondamentale è il ministro degli Esteri del tempo, Antonio Martino, un economista con importanti trascorsi accademici a Chicago, che garantisce al premier la rinnovata priorità accordata alla relazione bilaterale con Washington. Berlusconi, verosimilmente, conta già allora di sfruttare il carro statunitense anche per migliorare la posizione dell’Italia in seno al G7, ma l’avviso di garanzia che lo colpisce a Napoli, durante il summit dei Sette grandi sotto la sua presidenza di turno, stronca il progetto sul nascere.

Quando il centro-destra vince nuovamente le elezioni nella primavera 2001, e Berlusconi torna a Palazzo Chigi, le parti s’invertono: non è il premier ad attaccare sul versante europeo; è invece il nuovo governo a dover fronteggiare un’offensiva preventiva nei suoi confronti, scatenata già nell’autunno precedente da francesi e tedeschi, quando era stata ventilata persino l’ipotesi di sottoporre l’Italia a sanzioni diplomatiche, qualora si fosse data un esecutivo partecipato da Alleanza nazionale e dalla Lega nord.

Le circostanze storiche, tuttavia, offrono rapidamente al premier una via d’uscita: perché alla Casa Bianca c’è adesso un presidente repubblicano con il quale Berlusconi riesce a stabilire rapidamente un legame cordiale: George Walker Bush. Soprattutto, provocando la saldatura di un’inedita alleanza globale contro il terrorismo internazionale, gli attacchi jihadisti dell’11 settembre alle Torri gemelle permettono a Berlusconi di utilizzare simultaneamente gli Stati Uniti e la Federazione Russa come “equilibratori esterni” della significativa perdita d’influenza dell’Italia nella sfera comunitaria, che è peraltro subita dal presidente del Consiglio come una conseguenza delle proprie passate scelte d’imprenditore. In effetti, si oppone con particolare durezza a Berlusconi soprattutto il presidente Jacques Chirac, di cui Berlusconi ha danneggiato ambizioni ed interessi sostenendo in passato, contro di lui, il socialista François Mitterrand, in cambio del sostegno di questi per “La Cinq”. Anche in questo caso, si osserva un significativo distacco dalle scelte operate durante i lunghi decenni della Guerra Fredda, quando mai un governo italiano aveva potuto permettersi il lusso di essere egualmente vicino a Washington e Mosca.

In realtà, l’idillio tra russi e statunitensi, sul quale Berlusconi investe anche personalmente in occasione del vertice atlantico di Pratica di Mare, è caldo e vitale soltanto per poco meno di due anni, incrinandosi con la crisi irachena. Ma il deterioramento è graduale e Berlusconi riesce efficacemente a gestirlo senza soffrire ripercussioni particolari, anche perché l’Italia si è esposta fortemente con l’alleato statunitense sia in Iraq che in Afghanistan. Però, il rapporto con gli Stati Uniti si rivela per Berlusconi la fonte di delusioni non irrilevanti: intanto, perché l’impegno militare a Nassiriya toglie al governo importanti consensi a fronte di dividendi immediati pressoché nulli. Poi c’è l’incidente che costa la vita a Nicola Calipari. Berlusconi è sicuro che Bush gli garantirà la punizione dei responsabili. Ma così non accade. Prende conseguentemente corpo una ripicca: Palazzo Chigi disegna un percorso di progressivo ridimensionamento dell’impegno italiano nel Dhi Qar che faciliterà la scelta fatta successivamente da Romano Prodi di rimpatriare tutti.

Invece, nel rapporto con la Russia tutto fila liscio, senza che si verifichi la minima turbativa. L’asse della geopolitica berlusconiana, conseguentemente, inizia a squilibrarsi già nello scorcio finale della XIV legislatura e a poco valgono i pur graditi spot elettorali offerti dall’amministrazione Bush al premier, durante la sua brillante quanto sfortunata campagna elettorale del 2006, fra i quali vanno ricordati l’invito a prendere la parola al Congresso e l’attenzione pubblicamente riservata da Colin Powell per le ambizioni italiane all’Onu.

L’apertura alla Russia come elemento condiviso della politica estera italiana

Il ritorno di Prodi a Palazzo Chigi non spezza la fitta trama di rapporti ed interessi intessuta da Berlusconi, ma la inserisce in una visione differente. Prodi, infatti, è un europeista convinto. E quindi non condivide con il suo predecessore la necessità di ricorrere a degli equilibratori esterni che permettano all’Italia di compensare la propria crescente marginalità europea appoggiandosi ai due grandi protagonisti della Guerra Fredda. Prodi è inoltre un multipolarista autentico, un uomo politico che pensa che l’epoca della supremazia globale statunitense abbia i giorni contati e non vada in alcun modo rimpianta. Piuttosto, occorre agire per accelerarne il declino e permettere all’Italia di giocare, via Europa, comunque un ruolo nel nuovo mondo di giganti che si profila all’orizzonte. La politica estera prodiana, quindi, confermerà quello con la Russia come un asse importante e da consolidare della geopolitica italiana. Ma all’interno di una cornice nuova, i cui ulteriori pilastri sono le aperture a Cina e India, nonché il tentativo di rilanciare Nazioni Unite e processo d’integrazione europea. La relazione bilaterale con Washington, di contro, deve essere ridimensionata, ancorché sia impossibile farne del tutto a meno sul versante specifico della sicurezza.

Così, Prodi ritira il contingente italiano schierato in Iraq, ma più o meno segretamente potenzia quello che combatte in Afghanistan per non alienarsi completamente la Casa Bianca. Infine, promuove il nuovo intervento dei caschi blu in Libano, al quale gli Stati Uniti non partecipano. La contraddizione che ha segnato il biennio 2005-6 viene risolta in senso contrario a Washington, con una politica che deliberatamente persegue il ridimensionamento della sua influenza tanto nel Mediterraneo quanto su scala globale.

Da dove nasce la crisi del disegno e come può essere contenuta

Quando Berlusconi torna nel 2008 alla guida del governo, la parentesi prodiana viene archiviata come se nulla fosse cambiato e si provvede a restaurare il disegno di politica estera perseguito fino a due anni prima. George Walker Bush sta concludendo il suo secondo mandato e Vladimir Putin ha ancora saldamente nelle sue mani le redini del potere in Russia. Ma nel frattempo il conflitto d’interessi tra Stati Uniti e Federazione Russa è tornato a manifestarsi in tutta la sua tradizionale virulenza.

La grande alleanza antiterroristica è un lontano ricordo, al cui superamento non ha concorso solo il mancato appoggio russo ad Iraqi Freedom, ma altresì l’esperienza delle rivoluzioni colorate che, agli occhi di Mosca, sono altrettanti tentativi sostenuti da Washington di privare la Russia di quello che considera il suo “estero vicino”. Georgia ed Ucraina sono sfuggite dall’orbita del Cremlino e per un certo periodo nella Federazione si teme persino che ulteriori sommosse possano essere alimentate dentro la stessa Russia, in occasione dei voti per il rinnovo dei governatorati delle grandi entità federate. Di qui, la svolta autoritaria, che si sostanzia nella tanto discussa restaurazione della “verticale del potere” e nella pratica di una politica estera più assertiva, che mira a recuperare alla Russia parte delle posizioni perdute anche sfruttando le forniture energetiche.

Washington si è però esposta fortemente in tutto l’est europeo e si attende nel 2008 che Berlusconi faccia marcia indietro tanto rispetto a Prodi quanto nei confronti del proprio recente passato. Ma l’auspicata inversione ad U non si verifica, determinando le valutazioni dell’ambasciatore Ronald Spogli recentemente rivelate da Wikileaks, che parlano di un’Italia vista come paese ribelle e portavoce in Occidente degli interessi della Russia putiniana.

Finché Bush resta alla Casa Bianca, le tensioni vengono comunque contenute. Con l’arrivo di Barack Obama, però, le cose cambiano. E Berlusconi si trova improvvisamente in ritardo, costretto continuamente a compensare con crescenti concessioni agli Stati Uniti sul versante della politica di sicurezza, quanto viene assicurato sul versante economico e politico alla Federazione Russa. Nascono da qui, tra le altre cose, la partecipazione italiana al surge in Afghanistan e soprattutto il rifiuto di Roma di seguire Berlino nella sua richiesta agli Usa di ritirare le proprie testate nucleari dal suolo europeo. Ma sembra che non basti. Occasionalmente – lo abbiamo appreso da Wikileaks – l’ambasciata degli Stati Uniti in via Veneto giudica utile servirsi dell’Italia per dialogare con il Cremlino, ma l’autonomia di Berlusconi disturba.

Gli scandali e persino l’agguato di Milano fanno il resto, determinando nel presidente del Consiglio la convinzione – forse non del tutto ingiustificata – di essere sotto assedio e sempre più isolato internazionalmente. La alimentano anche i suggerimenti di personalità come lo scomparso presidente Francesco Cossiga, che ad un certo punto suggerisce al premier di farsi proteggere da un servizio estero. Ciò che più importa, è che Berlusconi finisce con l’accentuare la sua esposizione presso i russi anche per compensare la perdita di fiducia nell’alleato americano, al quale oltretutto decidono di far riferimento anche gli oppositori interni, dal Pd ai finiani.

Così si giunge ai nostri giorni, nei quali le visite in Russia si moltiplicano, parallelamente allo svilupparsi delle relazioni bilaterali italo-russe, ed è solo con la vicenda di Wikileaks che intervengono fatti nuovi. L’ostilità degli americani nei confronti del premier, infatti, proprio in quanto ormai pubblica, deve adesso essere smentita dai fatti ed impone un rilancio del legame tra Stati Uniti ed Italia. Le avvisaglie si sono già viste ad Astana, dove il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha colto la prima occasione sfruttabile per attestare la considerazione di Washington nei confronti di Berlusconi, ed anche in Italia, dove l’ambasciatore David Thorne si è impegnato a rassicurare personalmente diversi esponenti della maggioranza, circa il futuro dell’alleanza italo-americana.

Si tratta di un’occasione da non perdere, finché questa finestra di opportunità rimane aperta, anche se è chiaro che difficilmente i rapporti tra Roma e Washington torneranno ad essere quelli di un tempo e non è comunque ipotizzabile, se non nella prospettiva del suicidio geopolitico e geoeconomico nazionale, l’azzeramento degli importanti interessi sorti intorno al consolidamento delle relazioni tra Italia e Federazione Russa. (g.d.)