Atlantide
30.11.2010 - 15:21
Analisi
 
Le rivelazioni del sito Wikileaks gettano luce sulla visione americana del mondo
Roma, 30 nov 2010 15:21 - (Agenzia Nova) - Delle posizioni estreme emerse finora a proposito del nuovo trafugamento di documenti “sensibili” fatto da Wikileaks,nessuna pare condivisibile al cento per cento. Non siamo in presenza di un 11 settembre della diplomazia mondiale, perché non pare al momento compromesso alcun segreto fondamentale degli Stati Uniti e dei loro alleati. Tuttavia, sarebbe egualmente sbagliato considerare la pubblicazione di tutto questo materiale come irrilevante.

La divulgazione di una notevole quantità di comunicazioni diplomatiche costituisce da sempre un momento importante per gli storici che cercano di ricostruire una vicenda passata. Tuttavia, si tratta solitamente di un evento che – salvo il caso di rivolgimenti geopolitici straordinari – si verifica solo a grande distanza di tempo. Gli anni che ciascun ordinamento decide di far trascorrere prima della rimozione delle classifiche di riservatezza normalmente gravanti sui documenti di questa natura servono a far sì che la loro conoscenza non produca effetti politici negativi.

La novità è che questa volta, invece, è stata concessa ad un largo pubblico la possibilità di conoscere quasi in “tempo reale” le valutazioni e le percezioni del governo della più grande potenza del mondo su una gran quantità di questioni politiche internazionali delicate. Di qui, l’interesse della prospettiva che emerge dalla lettura dei file.

Per molti degli addetti ai lavori pronunciatisi sinora – da Stefano Silvestri a Carlo Jean, da Lucio Caracciolo ad Enrico Jacchia – non paiono esserci dati di fatto straordinariamente nuovi. Hanno certamente ragione. Tuttavia, molte di quelle che erano state bollate come analisi non ortodosse e spesso troppo inclini al sensazionalismo, in quanto non suffragate da alcuna posizione ufficiale dell’amministrazione americana, adesso dispongono di una convalida importante. E questo è un fatto. Era accaduta la stessa cosa alcune settimane fa, quando gli italiani poterono leggere la documentazione pubblicata da Wikileaks relativa al coinvolgimento delle nostre truppe in sanguinosi scontri a fuoco occorsi in Afghanistan. Quanto è accaduto ha quindi un’indubbia importanza.

La conoscenza e l’ufficializzazione involontaria di notizie e giudizi imputabili alla diplomazia americana, inoltre, avranno senza dubbio conseguenze politiche. In primo luogo, perché la circolazione delle informazioni nei contatti bilaterali con gli Stati Uniti subirà molto verosimilmente seri contraccolpi. Secondariamente, perché potranno essere compromessi i rapporti personali tra coloro che, in ragione delle esigenze della governance globale, sono comunque costretti a intrattenere relazioni reciproche.

Non va in effetti dimenticato che la capacità di tessere contatti è un tratto essenziale del concetto più classico di attività diplomatica. L’ex premier britannico Tony Blair è stato in questo senso solo l’ultima personalità di peso ad evidenziare nelle proprie memorie come i politici che dedicano parte del loro tempo a costruire la fiducia reciproca nei rapporti con gli altri principali leader internazionali finiscano per curare più efficacemente degli altri gli interessi dei rispettivi paesi. Vale però ovviamente anche il contrario: chi si inimica le persone, riduce sensibilmente la propria capacità di influenzarle, generando un sospetto costante sulla propria affidabilità e sui suoi obiettivi ultimi. E’ per questo che la diplomazia statunitense esce con le ossa rotte dal rilascio di questa gran mole di cablogrammi.

E’ difficile che Hillary Clinton, ad esempio, possa contare in futuro sulla buona predisposizione d’animo del suo interlocutore quando sarà alle prese con il tedesco Guido Westerwelle, criticato per la propria esuberanza e comunque alle dipendenze di un cancelliere, Angela Merkel, che è stata definita dai burocrati del dipartimento di Stato come una “donna di teflon” in ragione della sua capacità di deflettere le responsabilità. Diventerà più complesso anche trattare con i russi, dei quali è peraltro noto il grande pragmatismo e che dovrebbero comunque trarre vantaggi significativi dalla pubblicazione dei documenti riservati americani. Il già vasto contenzioso che oppone Washington a Pechino, analogamente, pare destinato ad arricchirsi di ulteriori elementi.

Gli elementi salienti emersi finora

Anche se dalla lettura dei cablogrammi finora pubblicati non emergono elementi veramente rivoluzionari, pare interessante evidenziare i punti più rilevanti ai fini della comprensione dell’attuale politica estera statunitense e della dinamica di alcune crisi internazionali maggiori:

- il focus di Washington sarebbe adesso l’Asia e non più l’Europa, ormai retrocessa alla condizione di teatro secondario nella competizione per la supremazia globale. Il tempo trascorso da Barack Obama nei due continenti, peraltro, era già un indicatore piuttosto eloquente di questa valutazione di fondo;

- il segretario di Stato Hillary Clinton avrebbe ordinato di svolgere attività di spionaggio anche contro i vertici delle Nazioni Unite, rivelazione che compromette oggettivamente l’immagine di un’amministrazione che pretendeva di distinguersi dalla precedente in ragione del proprio multilateralismo, mentre invece diffiderebbe dell’Onu come e più di quella diretta da George W. Bush;

- in barba alla reciproca dipendenza instauratasi sul terreno economico-finanziario, i rapporti tra Cina e Stati Uniti si starebbero sensibilmente deteriorando. La diplomazia americana sembrerebbe in effetti ritenere che Pechino miri ormai apertamente all’egemonia in Asia, dando corso ad ambizioni scarsamente compatibili con quelle di Washington;

- in questo contesto, gli Stati Uniti avrebbero addirittura accarezzato l’idea di promuovere la riunificazione delle due Coree sotto Seul alla maniera in cui la Germania occidentale realizzò l’annessione della Ddr, privando la Repubblica popolare di un cliente ed espandendo la sfera d’influenza americana in Estremo Oriente. Nascono forse da questi disegni gli scontri verificatisi negli scorsi giorni in prossimità del 38mo parallelo. La linea ufficiale finora dichiarata postulava invece che il collasso di Pyongyang dovesse a tutti i costi essere scongiurato;

- la diplomazia statunitense non terrebbe in gran considerazione la dirigenza politica russa, che riterrebbe tuttora capeggiata da Vladimir Putin, destinatario di apprezzamenti a dir poco coloriti. Né meglio sarebbe andata al Presidente Dmitrij Medvedev;

- a spingere nella direzione di un attacco militare all’Iran sarebbero soprattutto i paesi arabi e in particolare l’Arabia Saudita, di cui i documenti pubblicati da Wikileaks chiamano in causa addirittura il sovrano;

- alcuni settori dell’establishment israeliano si troverebbero sulla stessa modulazione di frequenza, ma non ci sono al momento documenti che chiamino i vertici dello stato ebraico. Ed è comunque da segnalare la pressione esercitata da Tel Aviv nei confronti di qualsiasi ipotesi di dialogo tra Washington e Teheran;

- l’Iran disporrebbe di missili, forniti dalla Corea del Nord, che sarebbero già in grado di colpire l’Europa e persino Mosca;

- Teheran e Damasco avrebbero responsabilità straordinarie nel riarmo dell’Hezbollah libanese. L’Iran lo avrebbe rifornito persino durante il conflitto del 2006, utilizzando allo scopo delle autoambulanze;

- i rapporti con la Turchia, infine, non sarebbero più da tempo quelli fisiologicamente intercorrenti tra paesi alleati, dal momento che dopo il 2003 Ankara avrebbe attivamente sostenuto i terroristi jihadisti operanti in Iraq mentre gli Stati Uniti avrebbero appoggiato per ripicca quelli curdi del Pkk che operano in Anatolia.

La posizione di Berlusconi, le implicazioni per l’Italia e i rischi politici interni

Ovviamente ci sono file che concernono direttamente l’Italia. Al momento, tuttavia, sono di pubblico dominio solo quelli riguardanti Berlusconi: una circostanza potenzialmente rilevante, perché contro gli interessi europei degli Stati Uniti si è mosso certamente anche il governo diretto da Romano Prodi tra il 2006 ed il 2008, finora risparmiato dalle rivelazioni. Non è quindi da escludere che altri documenti possano presto esser divulgati. Dei 3012 censiti relativi all’Italia, dopotutto, ne sono conosciuti ancora pochissimi.

Dell’attuale governo sarebbero respinte essenzialmente la politica di apertura alla Russia, in cui giocherebbero anche investimenti personali del presidente del consiglio, e la strategia perseguita nel delicato campo degli approvvigionamenti energetici. Risulta inquietante la richiesta - che sarebbe stata rivolta direttamente dal segretario di Stato, Hillary Clinton, al corpo diplomatico accreditato presso il Quirinale - di acquisire informazioni riservate, quali le coordinate dei conti riconducibili a Silvio Berlusconi e i codici delle sue carte di credito.

Difficilmente questi elementi contribuiranno a migliorare i rapporti, invero già non particolarmente felici, tra l’amministrazione Obama e l’attuale governo italiano. E’ appena il caso di ricordare come, in una intervista concessa dal presidente americano al “Corriere della Sera”, Barack Obama avesse già ammesso mesi fa di sapere come il nostro premier “fosse stato” un amico degli Stati Uniti.

Quello che stupisce, piuttosto, è il livello delle reazioni politiche interne. Di fronte a quanto già emerso, sarebbe stato infatti lecito attendersi una levata di scudi in difesa della sovranità nazionale più o meno violata. Neanche coloro che maggiormente in passato hanno brandito la spada del nazionalismo hanno invece ritenuto di dover stigmatizzare il comportamento tenuto dall’alleato americano, per il quale, tra l’altro, gli uomini e le donne delle nostre forze armate si battono ogni giorno da anni nelle impervie terre dell’Afghanistan.

Si sta invece assistendo a un rincorrersi di accuse, nel quale spicca il tentativo dell’opposizione di strumentalizzare le circostanze per indebolire l’esecutivo e provocare una crisi politica. In un certo senso, riemerge per l’ennesima volta il complesso di Carlo VIII, il monarca francese che intervenne in Italia nel 1494 a richiesta di alcune signorie che contavano di valersi del suo esercito per modificare a proprio vantaggio i delicati equilibri dell’epoca. Come andò a finire, un tempo lo si studiava nelle nostre scuole: il re transalpino travolse tutto, gettando in rovina anche gli stati italiani più floridi ed aprendo la via a lunghi secoli di dominazione straniera della nostra penisola. (g.d.)