Atlantide
23.11.2010 - 12:37
ANALISI
 
Nato: a Lisbona un vertice con luci ed ombre
Roma, 23 nov 2010 12:37 - (Agenzia Nova) - Sono molti gli elementi positivi emersi nel corso del vertice dei capi di Stato e di governo dell’Alleanza atlantica appena concluso a Lisbona. La Nato si è data una visione condivisa del proprio ruolo e delle proprie missioni nel futuro a medio termine, approvando un nuovo concetto strategico che sostituisce quello dell’aprile 1999, varato a Washington mentre infuriavano i bombardamenti sulla Serbia e l’11 settembre era ancora di là da venire. Fatto forse immediatamente più rilevante, nella sua versione allargata alle delegazioni di tutti i paesi coinvolti nella stabilizzazione dell’Afghanistan, il Consiglio nord atlantico ha altresì formalizzato un piano di graduale restituzione alle forze di sicurezza afghane della responsabilità di occuparsi in via esclusiva dell’ordine sul proprio territorio nazionale. Infine, rinsaldati i rapporti euro-americani, si è dato nuovo impulso al grande progetto di difesa antimissili che da diversi anni gli Stati Uniti vorrebbero realizzare sul nostro continente per fronteggiare congiuntamente le minacce provenienti da un Medio Oriente sempre più inquieto e turbolento.

In altri tempi, tutto questo sarebbe certamente bastato a fare dell’importante appuntamento internazionale un indiscutibile successo. Eppure, non tutto è andato per il verso giusto. In particolare, i progressi pur registratisi nell’avanzamento di alcuni dossier di cruciale importanza non sono stati sufficienti a produrre alcuna soluzione definitiva e soddisfacente. In un certo senso, quindi, si è iniziato a nuotare verso l’opposta riva del fiume, ma ci troviamo tuttora nel mezzo del guado: soprattutto perché sono sopravvissuti al vertice di Lisbona alcuni significativi elementi d’ambiguità, destinati a pesare su molte delle conquiste più recenti.

Le ambiguità della transition strategy per l’Afghanistan

Un primo fattore che non mancherà a tempo debito di generare dubbi concerne proprio la strategia di transizione varata per l’Afghanistan. Il presunto fatto nuovo è la solenne dichiarazione resa alla conclusione dei lavori dal Segretario generale dell’Alleanza, Anders Fogh Rasmussen, secondo cui dal 2014 le truppe Nato cesseranno di combattere. Di per sé, si tratta effettivamente di un’affermazione importante, che tuttavia presuppone il successo del processo di graduale restituzione all’esercito ed alle polizie di Kabul della competenza ad occuparsi della sicurezza del proprio paese. Tale esito è però tutt’altro che certo nel suo verificarsi, e siccome l’avvicendamento nelle varie province afghane fra truppe internazionali e forze fedeli al presidente Hamid Karzai rimarrà comunque subordinato alla prudente valutazione dell’evolversi delle condizioni sul terreno, è chiaro che un’eventuale accentuazione della pressione militare della guerriglia basterà in ogni momento a vanificare i buoni propositi della Nato.

C’è inoltre grande incertezza su ciò che vorranno fare gli americani. Ancor prima di Lisbona, già si sapeva che gli Stati Uniti stavano significativamente potenziando alcune delle oltre 700 basi utilizzate attualmente sul suolo afghano, fatto che mal si concilia con una presunta intenzione di smobilitare a breve-medio termine. Nella capitale portoghese, però, il presidente Barack Obama è andato oltre, ricordando esplicitamente come la decisione relativa al rimpatrio e alle modalità di una eventuale permanenza in Afghanistan oltre il 2014 sarà rimessa a valutazioni nazionali che ciascun paese farà autonomamente. I britannici hanno in effetti già parlato di un ritiro nel 2015, cioè un anno oltre la data limite fissata a Bruxelles. Gli stessi americani si sarebbero riservati un’ampia libertà di manovra, ammettendo di non aver ancora preso deliberazioni al riguardo. Molto dipenderà, anche se non lo si è detto, dall’andamento effettivo del controverso negoziato intavolato con le maggiori articolazioni della guerriglia che si oppone al governo di Kabul.

Di fatto, gli elementi di certezza sono quindi alquanto limitati, circoscrivendosi alla previsione che le truppe sotto bandiera Isaf smetteranno di combattere entro il 2014. Tutto il resto è impregiudicato: le unità occidentali sotto cappello atlantico, ad esempio, potrebbero rimanere con compiti addestrativi, oppure transitare alle dipendenze del comando statunitense che dirige tuttora la "Enduring freedom". Per questo, forse, la transition strategy va interpretata politicamente nel senso diametralmente opposto a quello presunto: non è stato fissato un limite temporale ultimo alla presenza Nato in Afghanistan, bensì un argine certo alla tentazione di molti di far fagotto prima.

A conferma, le previsioni esercitate nei confronti di chi sembrava intenzionato ad andarsene al più presto sono state intensificate con un certo successo. I canadesi, che cesseranno il prossimo anno di avere un ruolo di operatività in combattimento in Afghanistan, sono stati ad esempio persuasi a promettere l’invio in teatro di un migliaio di istruttori militari, ed anche l’Italia si accinge ad accrescere il proprio contributo in questo delicato settore, che è apparentemente più apprezzato di quello comunque fornito dalle nostre truppe regolari nel presidio del territorio.

A metà strada il reset con Mosca

Paiono persino più incerti i progressi fatti nel cosiddetto reset delle relazioni tra la Nato e la Federazione Russa. La recente revisione in senso anticinese dell’architettura complessiva della politica estera e di sicurezza da parte dell’amministrazione Obama aveva in effetti indotto a sperare che a Lisbona il presidente Usa e quello russo potessero raggiungere un’intesa organica a vasto raggio. Tale convergenza avrebbe avuto il proprio culmine nell’auspicata integrazione di Mosca nella futura difesa antimissili con la quale gli alleati contano di proteggersi dalle sfide emergenti in Medio Oriente, che avrebbe reso in una certa misura irreversibile il processo. La stessa presenza di Dmitrij Medvedev a Lisbona aveva incoraggiato le più audaci ambizioni, insieme con l’obiettivo interesse dell’inquilino del Cremlino ad accreditarsi internazionalmente per meglio contrapporsi a Vladimir Putin in vista di un’eventuale competizione elettorale per la presidenza russa nel 2012.

Le cose tuttavia hanno preso una piega diversa ed assai rivelatrice delle nuove dinamiche instauratesi a livello globale. Nel Consiglio Nato-Russia tenuto al margine del summit atlantico, in effetti, sono stati siglati accordi importanti, che permetteranno agli Stati Uniti e ai paesi alleati di far transitare una parte significativa dei rifornimenti diretti all’Isaf attraverso il territorio della Federazione. Ma sulla difesa antimissili, Medvedev ha evitato di farsi legare le mani, sottolineando come la Russia studierà con attenzione il progetto – evitando quindi di condannarlo a priori, al contrario di quanto era stato fatto in passato, ma evidenziando altresì come Mosca sosterrà il progetto soltanto se avrà un respiro autenticamente globale. Il che sembrerebbe indicare almeno due retropensieri: il primo è che il Cremlino non intende assolutamente impegnarsi in un progetto militare d’alto profilo che i cinesi possano percepire come offensivo e lesivo dei loro interessi; il secondo è che Mosca pretende comunque di aver la possibilità di concorrere all’individuazione delle minacce rispetto alle quali ci si dovrà proteggere.

E’ in fondo logico che sia così, vista la posizione geografica della Russia, il suo interesse nazionale a volgere a proprio vantaggio l’emergente contrapposizione sino-occidentale e l’esistenza di alcuni fondamentali e ancora irrisolti elementi di tensione nei rapporti con la Nato e diversi suoi stati membri. Il nuovo concetto strategico dell’Alleanza, dopo tutto, contiene un esplicito riferimento alla cyber-security, anche in memoria dei danni subiti dall’infrastruttura informativa estone a seguito di un attacco scatenato anni or sono proprio da hacker basati a Mosca.

Insomma, si va avanti, ma lentamente e con prudenza. Non a caso, si dice che Medvedev abbia rilanciato, proponendo alle controparti atlantiche un accordo in cui Occidente e Russia si garantirebbero reciprocamente l’impegno ad abbattere missili eventualmente diretti verso l’altro. Un modo per render dipendente l’Alleanza dalla federazione, del tutto alternativo all’irreversibile cooptazione di Mosca nel sistema di sicurezza euro-americano. (g.d.)