Atlantide
15.11.2010 - 22:39
Analisi
 
Medio Oriente: Obama cambia ancora programma in Afghanistan ed Iraq
Roma, 15 nov 2010 22:39 - (Agenzia Nova) - Il tour asiatico del presidente Usa, Barack Obama, ha recato con sé non poche novità: è stato, ad esempio, rilanciato il rapporto bilaterale con l’India, nel quale ben più di lui aveva mostrato di credere il suo predecessore, George W. Bush, e la Cina ha reagito degradando attraverso l’agenzia di rating del suo governo il merito di credito del Tesoro americano. Il provvedimento, che di per sé è un significativo segno dei tempi, è stato motivato con un riferimento alla nuova iniezione di liquidità deliberata dalla Federal Reserve statunitense per stimolare la ripresa economica, che avrà senza dubbio delle conseguenze sulla tenuta del cambio del dollaro. Ma è difficile escludere che i cinesi abbiano voluto sottolineare anche in questo modo la propria insoddisfazione per il cambio di architettura che si sta delineando nella politica estera e di sicurezza nazionale a Washington.

Questa continua a modificarsi, senza che i media internazionali ne enfatizzino le implicazioni. Un nuovo elemento, intervenuto nei giorni scorsi e destinato certamente a pesare anche sulle prospettive di rielezione dell’attuale presidente Usa, è l’ufficializzazione della conferma di una sostanziale presenza militare statunitense in Afghanistan fino al 2014. In effetti, l’annuncio non è affatto in contraddizione con la previsione di un avvio del ritiro dal tormentato paese centro-asiatico il prossimo luglio, ma serve a manipolare le percezioni prevalenti tra gli afgani e verosimilmente anche in Pakistan, proprio alla vigilia del vertice atlantico di Lisbona, in cui prenderà corpo un piano di graduale restituzione alle forze di Kabul della responsabilità per il mantenimento della sicurezza nel loro paese. Di tale piano, il governo italiano sarà probabilmente uno dei maggiori beneficiari immediati, essendo Herat tra le province destinate a tornare agli afgani durante il 2011.

Ignazio La Russa, se sarà ancora titolare della Difesa, potrà quindi presto recarsi in parlamento per sondarne gli umori sul da farsi. E’ infatti possibile che l’Alleanza atlantica e gli Stati Uniti chiedano comunque al nostro paese di rimanere in Afghanistan agli attuali livelli di forza, magari compensando l’uscita da Herat con un potenziamento delle unità operanti a Baghdis o a Farah, o con l’invio di un maggior numero di addestratori: uomini con le stellette che non si limiterebbero a formare le reclute afgane, ma sarebbero poi tenuti ad esporsi in azione con loro.

Alzando lo sguardo dalle implicazioni domestiche che ci riguardano più da vicino, non è da escludere che anche questo intervento della comunicazione politica statunitense serva a migliorare le posizioni negoziali degli americani, oltre a tradire il peso crescente acquisito nell’amministrazione Obama dal segretario di Stato, Hillary Clinton e da quello alla Difesa, Robert Gates. Potrebbe tuttavia esserci anche una volontà di potenziare l’asse regionale allestito con l’India in chiave anti-cinese, indebolendo il Pakistan ed i suoi alleati sulla scena afgana, che ha un riflesso anche nel contestuale progetto di rilanciare il rapporto globale con la Russia.

Sembra probabile anche un prolungamento della permanenza statunitense in Iraq, seppure una decisione in materia sia stata strettamente vincolata ad un’esplicita richiesta da parte del nuovo esecutivo di Baghdad. Gli americani, del resto, dall’Iraq non se ne sono affatto andati ed i militari di Washington sul terreno ammontano ancora a circa 50 mila unità.

Per Obama, si tratta di notizie pessime: perché rischia di presentarsi agli appuntamenti elettorali del 2011, anno in cui si formalizzano le candidature per la Casa Bianca, senza aver portato a casa alcun significativo risultato positivo in campo internazionale, e per di più con uno sponsor alle spalle come Nancy Pelosi, uscita fortemente ridimensionata dalle elezioni di medio termine. (g.d.)
 
G20: gli Usa ottengono risultati importanti, ma non decisivi
Roma, 15 nov 2010 22:39 - (Agenzia Nova) - Il presidente Usa, Barack Obama, ha incontrato difficoltà al G20 di Seul, dove è riuscito ad ottenere degli impegni nella lotta al neo-protezionismo e nel contenimento degli squilibri commerciali eccessivi, ma nessuna misura decisiva sul versante della rivalutazione dello yuan e, soprattutto, del passaggio della Cina ad un regime di cambi veramente flessibili.

Il presidente, di contro, ha invece dovuto scontare gli effetti delle dure prese di posizione della stessa Repubblica popolare e della Germania contro la politica monetaria inflazionistica della Federal Reserve. Critiche e rilievi che potrebbero preludere, il prossimo anno, anche all’avvio di una discussione concreta sulla riforma dell’attuale organizzazione degli scambi fondata sulla centralità del dollaro.

Il G20 non poteva andare diversamente. E forse è persino meglio così. In effetti, in termini nominali la divisa cinese si è già rivalutata del 20 per cento, e del 50 per cento addirittura in termini reali, a causa del contestuale indebolimento del dollaro, senza però che tutto questo riducesse lo squilibrio commerciale esistente tra le due sponde del Pacifico. Il deficit maturato da Washington negli ultimi dodici mesi è invece giunto lo scorso settembre a quota 632 miliardi di dollari, a fronte degli attivi registrati dalla Germania (+210 miliardi di dollari) e dalla stessa Cina (+186, dato di ottobre).

In una certa misura, sono stati smentiti i postulati della teoria del commercio internazionale, secondo i quali la rivalutazione di una divisa permetterebbe progressivamente di riequilibrare eventuali surplus e disavanzi, ma la circostanza non sarebbe veramente sorprendente. Francesco Sisci ha notato, in effetti, come i cinesi da tempo abbiano smesso di competere puntando esclusivamente sui prezzi per scommettere invece sulla capacità di offrire ai mercati mondiali dei prodotti di qualità elevata e costo contenuto. In questo modo, pur rivalutandosi lo yuan, il prezzo dei beni Made in China è rimasto competitivo ed ha anzi garantito un flusso di denaro in entrata addirittura superiore a quelli del passato. Di qui la tendenza attuale della Repubblica popolare ad accumulare avanzi commerciali sempre maggiori, che pone in termini nuovi il problema del declino statunitense.

Quanto alla Germania, i prodotti tedeschi hanno da sempre buon gioco sui mercati mondiali a causa del loro prestigio ed altresì delle loro insostituibili caratteristiche tecnologiche. Non è comunque certo Berlino il problema, ma la crescita geoeconomica cinese, apparentemente inarrestabile, che traina temibili effetti geopolitici, come prova la circostanza che già oggi il presidente cinese, Hu Jintao, sia considerato l’uomo più potente del mondo.

Pechino, ad esempio, sta rivedendo le proprie strategie e si pone adesso in termini diversi il problema della destinazione da dare ai proventi delle sue attuali capacità produttive. La politica inflazionistica e del dollaro debole confermata recentemente dalla Fed, in particolare, starebbe incoraggiando i cinesi ad effettuare delle campagne di acquisizioni negli Stati Uniti, per trasformare i propri asset cartacei in beni capaci di assicurare la tenuta del valore degli investimenti e del potenziale di condizionamento politico conquistato.

Un cambio di cui sarebbe davvero difficile sottovalutare la portata, specialmente nelle percezioni degli elettori americani, ed al quale, non a caso, il più recente numero del settimanale “Economist” ha dedicato la copertina che, sotto il titolo “acquistando il mondo”, allude all’imminente ondata di take-over cinesi che ci attenderebbe. La partecipazione cinese al capitale investito globale sarebbe del resto al momento troppo bassa, pari al 6 per cento, in rapporto alle possibilità dischiuse a Pechino dagli ingenti fondi in divisa di cui dispone.

Quello ormai alle porte sembra davvero un cambio di portata epocale, al quale potremmo tuttavia trovarci del tutto impreparati, almeno sotto il punto di vista psicologico, nonostante il lungo processo che lo ha preceduto. (g.d.)