Mezzaluna
11.11.2010 - 19:05
Analisi
 
Libia: si apre la lotta per la successione a Gheddafi
Roma, 11 nov 2010 19:05 - (Agenzia Nova) - C’è voluto l’intervento diretto del colonnello Muhammar Gheddafi, il quale ha imposto il rilascio di venti giornalisti arrestati, per fermare quel che al momento appare come un vero e proprio braccio di ferro fra la vecchia e la nuova guardia del regime di Tripoli. Un confronto tra le due anime del potere che sembra avvicinarsi ad una resa dei conti, gettando un’ombra sul futuro del paese e su chi avrà la meglio per succedere all’ormai anziano leader libico alla guida della Jamahiriya: il suo secondogenito, il riformista Seif al Islam, oppure i conservatori della nomenklatura del regime, guidati dall’attuale primo ministro Bagdadi Ali al Mahmoudi.

Che il confronto sia entrato in una nuova fase è apparso evidente quando, nei giorni scorsi, l’agenzia d’informazione “Libia Press” ha dato notizia dell’arresto dei suoi giornalisti. L’agenzia, che fa capo al figlio del colonnello, Seif al Islam, lamentava che la polizia “non ha fornito il motivo degli arresti”, definiti “una violazione della legge, della libertà di stampa, degli accordi internazionali e del Libro Verde”, il “manuale della rivoluzione” vergato dalla penna del colonnello Gheddafi negli anni Settanta.

Pochi giorni dopo due siti web, “Al Manara” e “Libia Today”, editi da elementi dell’opposizione che vivono a Londra, sono stati oscurati da attacchi informatici compiuti da “ignoti hacker”. Il fatto ha confermato l’impressione di una offensiva degli apparati d’intelligence. Questi, secondo alcune fonti, avrebbero ricevuto ordine dal primo ministro di mettere a tacere la corrente degli “innovatori” i quali, sostenuti da Seif, chiedono riforme politiche ed economiche. L’operazione non ha risparmiato neanche il gruppo editoriale Al Ghad, fondato anch’esso da Seif, finito sotto pressione la settimana scorsa con la sospensione della versione cartacea del settimanale “Oea” e con l’arresto del vice presidente del gruppo, Fawzi Baltamr, rilasciato solo diversi giorni dopo assieme agli altri fermati.

La repressione, partita con la chiusura del sito Web di “Oea”, era scattata dopo la pubblicazione di un articolo nel quale si chiedeva a Gheddafi di reintegrare nei loro incarichi i suoi ex compagni della rivoluzione del 1969, da lui man mano allontanati nei 41 anni di potere assoluto sulla Libia. La rivista aveva motivato il suggerimento con il fatto che “il paese sta annegando nel marasma della corruzione e del nepotismo”. Il ritorno dei vecchi compagni del colonnello, noti per le loro “mani pulite” avrebbe potuto, secondo la redazione del periodico, bloccare il declino morale del paese. Il suggerimento era stato letto da molti come un attacco diretto al primo ministro al Mahmoudi.

Una settimana fa, inoltre, Libia Press aveva pubblicato una “indiscrezione”, secondo cui un alto dirigente dei Comitati rivoluzionari – braccio esecutivo del regime – avrebbe tentato di vietare ai libici formatisi all’estero e poi rientrati in patria di occupare posti di potere all’interno del sistema statale. Molti di questi giovani sono amici del figlio del leader e condividono il suo progetto riformista “Libia al Ghad”: la Libia del futuro.

Curiosamente il leader maximo, Muhammar Gheddafi, ha assunto un atteggiamento attendista. Il colonnello è rimasto infatti in silenzio mentre i suoi apparati di sicurezza mandavano in carcere i collaboratori del figlio prediletto. Solo dopo 4 giorni il Rais è intervenuto, facendo liberare i giornalisti. L’intervento del colonnello, prontamente eseguito, è stato accolto con grande soddisfazione dal Consiglio nazionale della gioventù libica, l’organizzazione giovanile guidata da Seif che aveva inscenato un sit-in di protesta di fronte alla sede del governo a Tripoli. Il colonnello ha anche accolto la loro richiesta di aprire un’inchiesta sulla vicenda.

L’interrogativo tuttavia rimane: perché mai Gheddafi ha atteso 4 giorni prima di agire? Ha osservato divertito le mosse del figlio, o piuttosto non ha potuto fare a meno di prendere posizione in una battaglia che rischiava di ampliarsi più del dovuto? Lo scontro lascia chiaramente trasparire la lotta per la successione al Rais. Uno sviluppo di grande interesse per l’Italia, che ha nella Libia il primo fornitore di petrolio. Per lungo tempo la compagnia petrolifera italiana Eni ha svolto nel paese un ruolo quasi da monopolista. Nel 2007, dopo il rimpatrio a Tripoli di Abdel Basset Al Megrah, condannato in Gran Bretagna per la strage di Lockerbie, la compagnia British Petroleum ha però ottenuto una concessione per l’esplorazione dei giacimenti off-shore nel Golfo della Sirte. Vale la pena di ricordare che Seif al Islam ha stabilito proprio a Londra lo stato maggiore del suo movimento riformista. (a.f.a.)